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Fatti e opinioni  

Un movimento di donne e giovani al centro?

Un movimento di donne e giovani al centro?

La nascita in Italia di un movimento politico di donne e giovani al centro, basato su ascolto e soluzioni concrete potrebbe contrastare l’astensionismo?

C’è qualcosa di profondamente istruttivo nel fatto che questa domanda nasca dalla Siria, un Paese segnato da guerra, dittatura e anni di distruzione. Eppure è proprio lì, sfidando il rischio e il controllo del regime, che un gruppo di donne siriane ha iniziato a discutere della possibilità di fondare un partito tutto loro. Non un movimento “contro”, ma uno strumento per dare finalmente voce a chi vive ogni giorno i problemi concreti delle famiglie, il lavoro, la sicurezza, i diritti.

E allora emerge una domanda: perché non pensarci anche qui, in Italia?

Attraversiamo una fase di sfiducia diffusa verso la politica, e il segnale più eloquente è proprio l’astensionismo. Cresce a ogni tornata elettorale, e non è più un fenomeno marginale, è una diagnosi. Racconta di milioni di cittadini che non si riconoscono più in chi dovrebbe rappresentarli, che non trovano più, tra le sigle esistenti, un luogo che parli il loro linguaggio o affronti i loro problemi reali.

I partiti sembrano aver smarrito quel radicamento che un tempo li teneva ancorati ai territori e alle persone. Sono scomparse le grandi scuole di pensiero, le identità forti, i leader capaci di offrire una visione del Paese. Prevalgono, sempre più spesso, la comunicazione, lo slogan, il consenso immediato e volatile.

Ed è proprio qui che si annida la contraddizione più evidente. Il centro dello spazio politico — quello che dovrebbe essere il terreno naturale della mediazione, del pragmatismo, delle soluzioni condivise — è oggi preso d’assalto dalla vecchia politica. Sigle che si ricompongono, alleanze che si rimescolano, protagonisti che cambiano casacca ma non sostanza. Si occupa uno spazio, ma non lo si rinnova. E allora viene naturale chiedersi: dov’è, in questo contesto, la vera novità? Dove si trova, concretamente, il cambiamento che milioni di astenuti aspettano da anni?

Forse proprio lì, al centro, potrebbe nascere qualcosa di diverso. Non l’ennesimo riposizionamento di vecchi apparati, ma un movimento costituito da donne — da migliaia di donne — e affiancato da tanti giovani, migliaia di giovani, capaci insieme di occupare quello spazio con un metodo nuovo, prima ancora che con un programma nuovo.

Perché l’Italia affronta sfide strutturali di prima grandezza: dal calo delle nascite al costo della vita, dalla crisi della sanità pubblica alla precarietà del lavoro, dal disagio giovanile ad una sicurezza che preoccupa ogni giorno sempre più cittadini oltre a periferie abbandonate, anziani soli, famiglie che faticano ad arrivare a fine mese.

Chi vive quotidianamente il peso di tutto questo? In larga misura, sono le donne. Sono loro che tengono insieme il tessuto familiare, si occupano di figli e anziani, spesso lavorano, amministrano il bilancio domestico, e conoscono — meglio di chiunque altro — la trama concreta delle difficoltà quotidiane. Ma insieme a loro ci sono i giovani, tanti giovani, che quella precarietà e quel disagio li vivono conseguentemente sulla propria pelle ogni giorno, e che nella verità delle cose avrebbero pieno titolo per stare al centro della scena politica. Non non per concessione, ma in nome della Costituzione e dei diritti che essa garantisce a ogni cittadino, a prescindere dall’età.

Per questo, l’idea di un movimento di donne e di giovani al centro potrebbe rappresentare un modo diverso di intendere la politica, meno fondato sullo scontro, più sull’ascolto; meno sulle appartenenze di un tempo, più sulle soluzioni concrete.

Non sarebbe un movimento “contro” qualcuno — né contro gli uomini, né contro le altre forze politiche, né contro le generazioni precedenti. Sarebbe uno spazio costruito da chi oggi vive più da vicino i problemi del Paese, per affrontare questioni che riguardano tutti, capace di intercettare proprio quell’elettorato — donne, giovani, famiglie — che oggi si rifugia nell’astensione perché non trova, al centro, nulla di realmente nuovo.

Né appare casuale che un richiamo nella medesima direzione provenga anche da un’istituzione di primaria autorevolezza morale, distante dalla politica ma non indifferente al destino della società. Papa Leone XIV, parlando delle donne, le ha definite protagoniste e creatrici di una cultura della cura e della fraternità, indispensabile per restituire futuro e dignità a tutta l’umanità.

Se anche la Chiesa riconosce questa capacità delle donne, perché la politica dovrebbe considerarle marginali? Forse è in questo incontro — tra un’urgenza dal basso e un riconoscimento dall’alto — che si misura quanto sia matura, ormai, questa idea.

Stefania Parisi

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