I rischi hanno sempre partecipato alla vita; tutti gli esseri sottostanno ai fenomeni naturali, mentre gli inferiori subiscono spesso l’attività dell’uomo. La Terra è una madre accogliente ma dobbiamo fronteggiare i suoi capricci: dai terremoti, alle eruzioni vulcaniche, agli uragani; molto è stato fatto e molto si farà ancora per prevederli e ridurne gli effetti. Ci sono, poi, i rischi meno conosciuti e quelli legati all’evoluzione dei suoi abitanti, non possiamo pertanto sorprenderci se un virus ha attaccato l’uomo, quando l’uomo ha più volte sperimentato lo stesso salto (a ritroso) passando al regno animale. Mi riferisco, alle guerre, alle uccisioni di massa, alle distruzioni per primeggiare e alla povertà, come arma di sterminio. La pandemia fa molta paura, ma impensierisce soprattutto l’egoismo della nostra specie e la sua abitudine di considerarsi talmente superiore da poter dimenticare l’animale che sonnecchia dentro ciascuno di noi, salvo alimentarlo e farlo crescere, quando ci fa comodo.


Riprendiamo in mano le redini del controllo dei rischi azzardando un parallelo fra quelli finanziari e quelli imprenditoriali. I consulenti più attenti e coscienziosi richiamano l’attenzione dei risparmiatori sui punti critici delle scelte d’investimento. Ricordiamo, fra gli altri, la coerenza degli strumenti acquistati (rischio, caratteristica e tempo) con il profilo dell’investitore, la diversificazione e la presenza sull’andamento dei mercati. È evidente come qualsiasi crisi di larga portata (economica, finanziaria o sanitaria) possa far esplodere il timore di perdere del capitale e il valore degli strumenti posseduti subisca dei ridimensionamenti. Come controllare il rischio finanziario? Se il risparmiatore deve magari affidarsi al reddito del patrimonio per rimpolpare le sue entrate? Semplice! tentando di prevederlo (in quantità e probabilità di verificarsi) o creando delle riserve adeguate. Possono essere, ad esempio: una liquidità immediatamente disponibile (sul conto corrente), delle attività sicure, prontamente liquidabili (strumenti monetari e titoli obbligazionari ad alto rating, con ampio mercato) o un attenuatore del danno (derivati e garanzie di recupero nel caso di default dell’emittente). A ben guardare, la copertura dell’eventuale perdita può anche essere affidata a una polizza assicurativa, o all’accantonamento di premi annuali simbolici in un Fondo a basso rischio da utilizzare, all’occorrenza, per traghettare il conto cassa fuori dalla crisi.

Con molti distinguo (il differente impegno gestionale e la diversa complessità dei meccanismi produttivi del reddito, ad esempio) possiamo confrontare la situazione del risparmiatore con quella dell’imprenditore. L’impresa investe del capitale e organizza i fattori produttivi per raggiungere un risultato economico; affronta, in sostanza, il suo rischio tipico con un obiettivo privatistico e uno sociale. La griglia delle alee è sempre significativa, più o meno complessa e molto frastagliata; interagisce, inoltre, con svariati fattori, ordinari e straordinari: il mercato, anzitutto, ma anche la ricerca, l’evoluzione strutturale, i buchi di tesoreria e via di seguito. Per comodità, distinguiamo i rischi tipici da quelli atipici o, cambiando l’angolo visuale, i prevedibili dagli imprevedibili; considerato che le classificazioni tendono a intersecarsi perché i tipici sono in gran parte prevedibili e gli atipici, difficili da stimare. È buona norma dedicarsi a tutti i rischi; come nel caso del risparmiatore non basta seguire il mercato ma bisogna affondare le unghie nel cuore aziendale per valutare il suo livello di resistenza ai traumi (endogeni ed esogeni). Di là dall’imprevedibilità e dalla dimensione di fenomeni epocali e catastrofici, occorre poter contare su aziende equilibrate e su riserve (assicurative e liquidabili) per opporsi al momento in cui il rischio si trasforma in perdita di fatturato e danni ingenti. Non è rara, al riguardo, l’assenza di una vera politica di prevenzione, le imprese sono spesso povere, indebitate e incapaci di soffrire. Tanti organismi sono impreparati alle batoste fuori spettro e poco lungimiranti, indeboliti dai prelievi degli utili e dalla volontà di minimizzare le imposte. Purtroppo, viaggiando sul filo del rasoio si rischiano delle cadute, per colpa, anche, di un semplice soffio di vento. Forse, non sappiamo più reggere le folate e stringere i denti, intanto il riverbero sociale della crisi può spingere qualcuno ad approntare una rete di salvataggio e gli antichi sacrifici, portati alla luce dalla storia, scoloriscono come vecchie foto.

Fuori da queste riflessioni emotive, appare comunque fondamentale una costante supervisione della tesoreria aziendale per definire le ancore di salvezza, nei periodi temporali orfani di entrate. Quando i conti sono già tirati, perché la cassa è a zero e gli affidamenti sono incapienti, è difficile sopravvivere e le uniche speranze di riuscirvi, senza aiuti pubblici, sono ancorate alla proroga delle uscite e all’utilizzo di risorse extra aziendali, sotto forma di finanziamento soci e aumenti di capitale, una soluzione, però, che tende spesso a suonare come una bestemmia.

Sergio Martini