Il COVID-19 sta rendendo questo tempo speciale. Nessuno si sarebbe mai aspettato tanto. Tanta sofferenza, tanta morte, tanta crisi, tanto senso di vuoto. Ha colto tutti impreparati. Ma come si può essere preparati a fenomeni unici? Solo qualche film ha immaginato situazioni simili, ma erano solo racconti, film. Ed allora la affrontiamo come tanti dilettanti allo sbaraglio. A molti, quelli che non sono in prima linea, concede anche tempo per riflettere. Per questo provo a condividere alcuni pensieri.

Trovo accattivante il pensare come questo virus abbia molta affinità con altri fenomeni altrettanto contagiosi di cui siamo vittime, ma di cui siamo anche complici. L’egoismo che è alla base dell’economia mondiale e locale; quell’egoismo che sta uccidendo intere popolazioni da una vita è una malattia. Quasi il 50 % della popolazione del mondo vive con meno di 5 dollari al giorno, quasi 10 milioni di italiani sono a rischio di povertà. Sul pianeta moltitudini di bambini che nascono non avranno vita. Un egoismo così virale e che contagia tutti. Perché a noi interessa solo ciò che succede nel nostro piccolo angolino quotidiano e neanche percepiamo la sofferenza a poche migliaia di chilometri. La malaria e la fame ogni anno uccidono centinaia di migliaia di persone; più del Covid. Il problema è che adesso tocca a noi.

Allora perché non approfittare di questa provocazione della natura per trovare strade nuove, per ricercare qualche pillola che curi i nostri mali?

La costrizione a rapporti telefonici o telematici riduce il calore a cui siamo abituati, il parlare con qualcuno guardandolo fisicamente, il toccarsi, stringere mani. Rischiamo di abituarci alla distanza. Una medicina sarà investire nell’educare alla buona relazione, alla relazione consapevole. Possiamo pensare a inserire di più il tema  in programmi scolastici, si possono redigere progetti comunitari (di città o di frazione), attività educative dedicate al buon rapporto in contesti consolidati (sport, attività culturali, religiose, scoutismo).

In questo periodo utilizziamo di più i social per incontrarci. Per piacere, per studio, per lavoro e non solo. Siamo obbligati e stimolati a usare tecnologie che sono più nelle corde dei giovani, ma che adesso destreggiamo meglio in tanti. Lo sperimentare un modello, già presente ma meno usuale, di utilizzo dei social per incontrarsi ci stimola ad aumentare i rapporti con persone meno vicine. Non entro nel merito dell’evidente pericolo di controllo massiccio dei nostri dati, dei nostri comportamenti; è un problema che va tenuto sotto controllo dalle autorità e che noi in qualche modo dobbiamo non sottovalutare. Penso però che per ogni sistema serva l’imparare ad usarlo e al modo di gestirlo. Allora facciamoci carico di questo insegnamento.

La medicina potrebbe essere un grande investimento in etica dei social con proposte formative innovative e interessanti; chissà… un gioco che premia, un festival dedicato, qualcosa di accattivante.

Alcune frasi stanno diventando un mantra. “Andrà tutto bene” è una di quelle. Molto bella, la ricorderemo perché rappresenta la nostra forza, la nostra speranza; ma manca di un pezzo. Io aggiungerei: “se io ……”.

Elvio Rostagno