Quante volte sentiamo ripetere, e spesso lo diciamo anche noi, che questa pandemia cambierà molto delle nostre vite. I più pessimisti mettono in luce l’evidente crisi economica. Qualcuno cerca letture più confortanti. È indubbio che tutti i grandi cambiamenti, spesso prodotti da crisi e catastrofi, mettono in evidenza le fragilità. Una su tutte quella della nostra organizzazione, basti pensare a cosa è successo per reperire le mascherine. Alle difficoltà che stiamo affrontando nel mondo della scuola e del lavoro, all’economia che a fronte di ingenti stanziamenti vede la difficoltà a fare arrivare i soldi nelle tasche di chi ne ha bisogno e delle attività economiche che sono alla canna del gas.

Viviamo in un sistema fragile; le conseguenze le paghiamo tutti, ma sono sempre un fardello più pesante per i più poveri e per i più deboli.

Il cambiamento di cui si parla è evidente. Si è creata una cesura storica con i sistemi del passato. Chi non se ne accorge, sarà ancora di più tagliato fuori.

In queste fasi emergono ancora di più gli egoismi. Basta ricordare quei paesi che si trattenevano le mascherine mentre noi ne avevamo bisogno. Qui entra in gioco la solidarietà. E’ una caratteristica proprio del nostro paese, soprattutto nelle fasi di emergenza. La TV e gli organi di informazione non si stancano, in questi giorni, di mettere in luce questo grande patrimonio fatto di donne e uomini che si rimboccano le maniche. Pensiamo a quanti volontari si stanno impegnando, al personale sanitario sotto sforzo, agli amministratori, e così via. Ma c’è poi anche una solidarietà più spontanea che viene fuori; dal vicino di casa che ti fa un servizio mentre quasi non te l’aspetti, a chi ti impresta qualcosa. I canti sui balconi nel tardo pomeriggio sono musica liberatoria, ma sono anche un urlo alla vita, un incoraggiarci e ringraziare chi è in prima linea. Che bella medicina. E se ci abituassimo?

Aggiungo. Il sistema politico ed economico si basa su questo: sulla solidarietà. La comunità si organizza per sistemi di solidarietà. Da un minimo, quello egoistico dove non si dà nulla all’altro,  ad un massimo, quello più generoso che dona tutto. L’equilibrio fra queste due tensioni è affidato alla politica ed è alla base di differenti ideologie. In tutti i sistemi c’è sempre qualcuno che paga per qualcun altro. La reciprocità consente di essere qualche volta da una parte, di chi dà, qualche volta dall’altra, di chi riceve.

Il grande utilizzo dei mezzi informatici, da casa, spesso da luoghi in cui la velocità della ricezione è veramente bassa, mi fa pensare all’importanza delle connessioni. Questa sfida la vinciamo se miglioriamo le infrastrutture digitali, quelle affidate alla banda larga e alla velocità della comunicazione. Certo, ma la vinciamo se sappiano mettere in relazione diverse esperienze lavorative, il lavoro con la quotidianità, la nostra competenza con le esigenze di chi sta accanto. La vinciamo se il nostro lavoro interagisce con quello degli altri, se creiamo la relazione fra ciò che ci appassiona ed interessa e le esigenze o le risorse di altri. La sfida è interagire. Una buona connessione è la flebo in grado di nutrire una società più dinamica e meno stabile che in passato.

Una frase che viene continuamente ripetuta è “se ne esce tutti insieme”, lo dicono politici, opinionisti e giornalisti. Quando non ci impegna troppo lo diciamo anche noi. Forse l’abbiamo capito tutti. Ci ha colpito una solidarietà virale? Dai, facciamoci contagiare,!

Elvio Rostagno