«Il servizio civile dura un anno, l’obiezione di coscienza tutta la vita».

Questo slogan riassume bene lo spirito con cui, insieme a molti coetanei, ho rifiutato di svolgere il servizio militare. Erano gli anni novanta e la Caritas Diocesana di Pinerolo poteva contare su un nutrito gruppo di obiettori impegnati su più fronti: assistenza a minori, anziani, tossico dipendenti. Una volta la settimana, in genere il lunedì mattina, ci si trovava insieme nella casa parrocchiale di Appendini con don Antonio Buffa (responsabile della “Cascina della Speranza” dove venivano accolti bambini e ragazzi di famiglie in difficoltà) e il canonico Gabriele Mercol (direttore della Caritas) per un momento di formazione. Si pregava insieme, si leggeva il Vangelo, si rifletteva sull’attualità, si parlava di pace e di Difesa Popolare Nonviolenta. Periodicamente erano previsti anche incontri a livello regionale: momenti arricchenti in cui si condividevano esperienze, idee, difficoltà. Poi, dopo l’anno di servizio civile, si tornava alla propria vita, ma restava nei più (qualche imboscato cui premeva solo evitare la “naia” ovviamente c’era) un tesoro di convinzioni profonde. Tra queste c’era quella che i conflitti non si risolvono con le armi. Mai.

Mi confronto oggi con amici che, da giovani, hanno fatto la mia stessa scelta e mi rincuora saperli ancora fermamente ancorati a quei valori e quella convinzione. Il servizio civile lo hanno terminato magari trent’anni fa, ma sono rimasti convintamente obiettori.

 

Patrizio Righero