In attesa di un’accelerazione verso la difficile realizzazione dell’Agenda ONU 2030 per lo sviluppo sostenibile e senza troppo contare su un rimbalzo dell’economia in Italia in questo 2020, può essere di conforto alzare lo sguardo verso l’Unione Europea, alla ricerca di qualche buona notizia.

La prima è una notizia gemellare: l’anno inizia con il Regno Unito che,  nostalgico del suo passato, esce dall’Unione Europea mentre le Istituzioni comunitarie sono appena entrate, completamente rinnovate, nel futuro della legislatura 2019-2024: prima con il nuovo Parlamento europeo, poi con la Banca centrale e, il 1° dicembre, con la Commissione europea. Poco è cambiato per il Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo, a dominante di centro destra, salvo il ricambio di una sua componente nella persona della premier finlandese, Sanna Marin, di soli 34 anni, alla guida di un governo di 19 ministri, tra i quali 12 donne. E già questa è una buona notizia.

Altre novità sono in vista nella ricomposizione di governi nazionali, come nel caso dell’Austria, alla vigilia di un’inedita alleanza dei conservatori con i Verdi, in attesa di capire che cosa ne sarà del futuro politico della Spagna.

Per l’UE il 2020 sarà un anno importante, sicuramente per il suo futuro: sarà l’anno del negoziato conclusivo per il Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 e per la Conferenza sul futuro dell’Europa in programma tra il 2020 e il 2022. Due temi solo in apparenza tra loro lontani: senza chiarezza sulle risorse disponibili per l’UE negli anni che verranno sarà impossibile disegnarne un futuro ambizioso, come promesso dalla presidente Ursula von der Leyen, alla guida della nuova Commissione europea.

Ci sarà tempo per commentare quei due impegni pluriennali e capire quale coerenza li salderà tra di loro. Adesso sul tavolo ci sono le sei priorità annunciate dalla nuova Commissione e ce n’è quanto basta per doversi dare da fare fin da subito.

Da un mese ormai è partita la “madre di tutte le battaglie”, quella all’emergenza climatica: il fallimento a Madrid a dicembre della COP 25, la Conferenza ONU sul clima, non ha impedito alla Commissione europea, con il sostegno del Parlamento, di formulare le proprie proposte, anche in controtendenza con le politiche di altri giganti economici come USA, Cina, India e Brasile.

La lotta all’emergenza climatica è considerata “una minaccia esistenziale” dalla Commissione: lo è per il pianeta, ma potrebbe esserlo anche per il futuro dell’UE se venisse meno agli impegni presi, come quello di fare dell’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro i 2050 e di ridurre più rapidamente di quanto previsto le emissioni di ossido di carbonio entro il 2030. Si tratta di impegni costosi, non solo per le risorse finanziarie necessarie, ma anche per l’indispensabile consenso dei cittadini a queste politiche e per la loro disponibilità a rivedere consolidati stili di vita. Ma proprio perché è in gioco la nostra vita, questa sfida potrebbe anche motivare molti rimasti finora riluttanti.

Non sono meno impegnative le altre priorità proposte: dal rilancio dell’economia e del lavoro al balzo in avanti nel digitale, dalla protezione dello stile di vita europeo con un nuovo “patto migrazione” alla spinta verso un’Europa più forte nel mondo fino al nuovo slancio da imporre alla democrazia europea.

Sono buone notizie questi impegni, lo saranno ancora di più se questi impegni verranno mantenuti nei tempi indicati e se tutti saranno sostenuti, nell’Unione e nei suoi Paesi membri, da una rinnovata vita democratica senza la quale i risultati saranno non solo improbabili ma anche effimeri. E allora tutto si risolverebbe in una pessima notizia.