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Attualità  

Iran, il valore del dissenso

Iran, il valore del dissenso

Stefania Parisi analizza l’indifferenza italiana verso la repressione in Iran: un pregiudizio ideologico impedisce la condanna dei regimi anti-occidentali.

La drammatica e complessa vicenda iraniana non può e non deve passare sotto silenzio. Le pochissime, per la verità, immagini che arrivano da quello spietato ed omicida regime teocratico e dittatoriale, non lasciano spazio a dubbi. Almeno per chi se li pone. Ci troviamo, cioè, di fronte ad una scientifica e macabra criminalizzazione violenta e macabra del dissenso – come, del resto, avviene in tutti i regimi dittatoriali e sanguinari – che non può che essere condannata senza alcuna giustificazione.

Ora, quello che francamente stupisce e che amareggia è perché, di fronte a questa repressione sanguinaria e spietata, le pubbliche opinioni occidentali, in particolare quella italiana, non reagiscono. O meglio, le reazioni ci sono ma sono dettate da ragioni puramente burocratiche e protocollari. Ovvero, piccoli sit-in qua e là, gruppetti di persone e sigle che devono scendere in piazza per non essere tacciati di assenteismo ingiustificato ed ingiustificabile, ma nulla di più. Del resto, e a fronte di quelle immagini che scuotono le coscienze – come, del resto, quelle che abbiamo visto a Gaza e in Ucraina – ci sono state imponenti manifestazioni di piazza, cortei auto organizzati, proteste di piazza o, ancora, astensioni dal lavoro per ragioni umanitarie? Nulla di tutto ciò. Anzi, la stessa informazione televisiva – e non parlo solo dei talk fortemente politicizzati come tutti sappiamo – ha avuto un comportamento molto blando e quasi rubricato ad un fatto di cronaca quotidiana.

Ora, anche se siamo quasi tutti concordi nel denunciare le atrocità, ormai storiche, del regime teocratico iraniano, forse è anche arrivato il momento per riflettere sulle ragioni più profonde che non spronano molte persone alla mobilitazione e alla pubblica protesta di fronte ad immagini disumane e terribili. E la ragione, come hanno del resto evidenziato molti osservatori e commentatori, risiede nel fatto che non si scende facilmente in piazza contro quei regimi dittatoriali che sono anti occidentali nel loro statuto e nel loro profilo. E questa, molto semplicemente, è forse la ragione più evidente quando ci chiediamo perché in Italia, a cominciare appunto dal nostro pese, le manifestazioni contro la Russia prima e contro l’Iran dopo non solo scarseggiano ma semplicemente non ci sono state. E non ci saranno nel futuro, salvo cambiamenti repentini e sconvolgenti  del modo di pensare.

Per queste ragioni, semplici ma essenziali, la nostra protesta, la nostra indignazione e la nostra mobilitazione politica, culturale e valoriale sono credibili e trasparenti quando  condannano tutte le violenze, tutti i soprusi e tutte le ingiustizie. E questo perché non si possano fare distinzioni fra i vari regimi dittatoriali o tra i paesi che, con gli stessi metodi, reprimono ferocemente il dissenso e cancellano ogni forma di libertà e di rispetto per le persone. Perché se così non fosse dovremmo prendere amaramente atto che anche noi, forse inconsapevolmente, distinguiamo i vari regimi dittatoriali a seconda del tasso di anti occidentalismo che esprimono concretamente nei loro atti e nei loro comportamenti. E questo sarebbe, come ovvio, un atteggiamento francamente incomprensibile e del tutto ingiustificato.

Stefania Parisi

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