In queste ultime settimane, al centro della cronaca nazionale è riemerso il caso delle nomine relativo al Consiglio Superiore della Magistratura scoppiato l’anno scorso con l’uscita di alcune intercettazioni del Pm romano Luca Palamara (discuteva con politici e magistrati per la scelta dei nuovi procuratori capi di alcune procure italiane) e con l’apertura, a tal proposito, di un’inchiesta dal tribunale di Perugia. All’epoca, a fare più scalpore furono le conversazioni tra Palamara, allora consigliere del Csm, e l’ex ministro dello sport Luca Lotti in cui si discuteva della nomina del procuratore della capitale. Infatti, alcuni attenti osservatori videro, in questi dialoghi, il tentativo dell’esponente democratico di pilotare le indagini del processo Consib in cui era indagato. Oggi, però, a far riaprire la vicenda sono state le chat, pubblicate dal quotidiano “La Verità”, in cui Giovanni Legnini, ex presidente del Csm e candidato presidente per le regionali in Abruzzo nel febbraio 2019, chiedeva a Palamara un intervento della magistratura per fermare l’azione dei blocchi navali dell’allora capo del Viminale Matteo Salvini. Ben presto, come era facile prevedere, all’interno della bufera, che ha riguardato le toghe, è anche emerso il coinvolgimento di esponenti di tre delle quattro correnti della magistratura italiana: Area, di sinistra, i moderati di Unicost e Magistratura Indipendente. Recentemente, maggior attenzione, hanno, però destato le dichiarazioni dello stesso Palamara, il quale ha definito normali le modalità usate per decidere i giudici idonei a occupare i posti dirigenziali, per i quali venivano presentati ottimi curricula, e per cui inevitabilmente la scelta doveva basarsi su altri canoni. Prontamente, Autonomia e Indipendenza, l’unica corrente estranea ai fatti, facente capo al giudice Piercamillo Davigo, ha preso le distanze da tali affermazioni: «Le dichiarazioni rese, in occasione della recente partecipazione a noti programmi televisivi dal Dott. Luca Palamara offrono una rappresentazione dell’attività dei gruppi associati in magistratura ispirata esclusivamente da interessi di parte e da un consociativismo deteriore, tali da condizionare l’azione dell’Anm e del Csm. Si tratta di rivelazioni che chiamano tutti noi ad una riflessione seria e non più rinviabile in ordine all’esercizio dell’autogoverno ed alla funzione ed al ruolo dell’associazionismo giudiziario».

Lorenzo Battiglia