Non è certo uno scherzo sorreggersi su due stampelle così, cercando di mantenersi in equilibrio.

Da una parte la gamba malata: l’indebitamento globale cui contribuiscono tutti, ma proprio tutti, dai privati alle imprese, agli Stati. Il governatore della BCE Mario Draghi ha recentemente affermato che un Paese pesantemente indebitato perde un po’ di sovranità perché le sue decisioni politiche ed economiche, i suoi beni, le attività e i suoi stessi cittadini (risparmi e redditi futuri compresi) sono di fatto impegnati dai creditori.

Così è per le imprese, con la differenza che loro hanno comunque una via d’uscita praticabile e immediata: il fallimento. Questa procedura azzera i debiti, cancellando la possibilità, per i creditori, di ottenere il rimborso e distruggendo della ricchezza. Anche le famiglie sono indebitate, ma non possono fallire; gli impegni assistiti da ipoteca comportano la perdita del bene, mentre il mancato pagamento dei chirografari genera la persecuzione dei coobbligati (sui redditi occulti e palesi, su quelli futuri e sul patrimonio nascosto) costringendo gli insolventi (magari per aver perduto il lavoro, per le malattie o i problemi familiari) ai sotterfugi più assurdi, nel tentativo di schermare la proprietà di un’auto o la titolarità di un conto in banca.

Sì, lo ammetto, negli anni del boom economico la leva del debito aziendale era vista con favore, trattandosi di operazioni generatrici di flussi finanziari utilizzati per acquisizioni e investimenti o, più semplicemente, per migliorare il coordinamento fra la capacità produttiva e il fatturato potenziale.

Una quota significativa del debito mondiale è appannaggio dei Paesi poveri e di quelli in via di sviluppo. Per loro le ricchezze naturali non bastano (stante anche la frequente impossibilità di trasformarle e consumarle in loco); devono inoltre alimentare una popolazione in forte crescita e talvolta improduttiva, e non possono contare su buoni bilanci pubblici (per effetto, anche, della dilagante corruzione).

Fra i pochi canali di approvvigionamento finanziario c’è quindi l’accensione di prestiti, attingendo ai surplus dei Paesi ricchi, previa concessione di garanzie su tutti i cespiti possibili e immaginabili; un ricorso alla finanza internazionale calibrato e ben sintonizzato sugli interessi dei prestatori. Al fine di evitare, o ridurre, “l’alea cambio” i fornitori impongono spesso delle emissioni in valute forti, costringendo i richiedenti ad accantonare dei Dollari USA, o altre divise primarie, per onorare le cedole e le scadenze, quando sarebbe più facile indebitarsi in valuta locale e pagare il dovuto, stampando nuova moneta.

Ovvio che nel secondo caso dovrebbero sobbarcarsi dei tassi molto più alti ma, permanendo un’inflazione elevata, il gioco varrebbe la candela. La carta rappresentativa del debito deve essere poi collocata sul mercato e il mercato non apprezza le valute marginali e quelle ballerine, quando il ritmo della danza va fuori controllo e il merito creditizio stona.

Dall’altra parte c’è l’arto di una finanza abnorme, stressata dai mercati e dall’ossessione di produrre soldi. Un sostegno corroso e compromesso da malattie insanabili che offre un appoggio tanto iniquo e fragile da far presagire delle cadute rovinose. Certo, come nell’esempio precedente, la finanza aiuta i poveri e i bisognosi a sopravvivere, se poniamo mente al suo ruolo di interfaccia del debito. Certo, i capitali e i risparmi alimentano il mercato degli strumenti di traslazione, ma sono anche la linfa vitale dell’economia, l’economia buona, quella che, organizzando i fattori produttivi, crea lavoro e distribuisce ricchezza. Ovvio che qualsiasi iniziativa imprenditoriale comporti l’assunzione di rischi e altrettanto ovvio che sfruttare la forza del capitale per una sua crescita spasmodica, senza alcun beneficio sociale, porti a storture e danni. Basti pensare alle spinte speculative, alle sofferenze indotte dall’usura, alle pressioni sui popoli, alle forzature ambientali, alla schiavizzazione dei Paesi poveri.

Se è così ben vengano i meccanismi capaci di annullare grandi fette della torta finanziaria depotenziandola; accogliamo quindi con favore le speculazioni sbagliate, i fallimenti, le recessioni e le crisi, gli storni dei mercati, gli incidenti, le catastrofi naturali e tutto ciò che brucia della ricchezza di carta. Con dei distinguo, però, se i grandi capitalisti sanno proteggersi molto bene, trincerandosi nelle bolle esperte, pagando degli specialisti dal cuore duro, mettendo in atto tutte le contromisure possibili contro le perdite, sfruttando l’euforia dei mercati (e anche la sorte) per accumulare altro denaro. Mi direte che fanno spesso i conti con le resezioni dei portafogli, ma dispongono di una buona salute e di cure ben più efficaci del semplice disinfettante utilizzato dai risparmiatori per lenire le ferite provocate dalle crisi o dagli investimenti sbagliati. Quei rovesci invocati rendono però la liquidità ancora più aggressiva e incattivita, trascinando nelle sue trappole tanti incolpevoli, scottati e malmenati dalle speculazioni altrui, dopo aver magari cancellato centinaia di posti di lavoro.

Forse il mondo potrebbe camminare meglio se dedicasse più attenzione alla sue gambe, aiutando i poveri a districarsi dai debiti e a organizzare un’economia (familiare, aziendale e statale) produttrice di ricchezza, se l’interesse generale prevalesse su quello individuale e se i possessori di grandi capitali avessero ben presente che la crescita della finanza deve andare di pari passo con l’affermazione della sua funzione sociale. Condividere qualcosa con gli altri può contribuire al perdono, per tutte le forzature e i soprusi generati dal rendimento ad ogni costo, comprese le pressioni psicologiche su quegli uomini target (molto ben pagati, peraltro) che armano il capitale per trarre profitto dalla sua forza e dalla sua ferocia. Chissà se un giorno l’accumularsi di soldi improduttivi nei forzieri dei Paesi ricchi e l’effetto nefasto delle speculazioni finite male convincerà qualcuno a scegliere un impiego eticamente e socialmente più allineato, un impiego che produrrà solo perdite (come tanti investimenti azzardati) ma regalerà almeno la soddisfazione di aver destinato quelle risorse a bocche umane, piuttosto che alle fauci insaziabili di mercati nemici.

Sergio Martini