Si è molto parlato nei giorni scorsi di Giovannino, il bimbo di 4 mesi abbandonato dai genitori nell’ospedale S. Anna di Torino perché affetto da una gravissima patologia, l’Ittiosi Arlecchino, che non gli consente di stare esposto alla luce. Ne hanno parlato i giornali e le TV, sottolineando soprattutto l’ondata di emozione e generosità che il piccolo ha suscitato nell’opinione pubblica, tanto che in molti avrebbero chiesto di adottarlo. C’è stato chi ha giustificato i genitori (“bisogna trovarsi in certe situazioni”), e chi li ha condannati per averlo abbandonato, soprattutto dopo averlo così tanto desiderato da essersi sottoposti alla tecnica di fecondazione artificiale in vitro, in un primo momento, si è detto, eterologa, poi, su dichiarazione del ginecologo del S. Anna Silvio Viale, omologa. La cosa è finita lì, del “dettaglio” della modalità del concepimento di Giovannino non si è parlato più di tanto, evidentemente considerato insignificante sia dai media che dall’opinione pubblica.
E invece la questione principale sta proprio in quel “dettaglio”, e per due ragioni:
1) l’abbandono è frutto della stessa logica del “forte desiderio” : lo voglio, non è riuscito bene, lo scarto perché non è il prodotto che desideravo;
2) la malattia di Giovannino potrebbe essere proprio la conseguenza della tecnica con cui è stato concepito, non importa se omologa o eterologa. È scientificamente provato che, per ottenere un figlio in braccio, molti embrioni, cioè molti fratellini di quel figlio, muoiano durante i vari momenti di applicazione della Fivet, e che altri vengano abortiti dopo l’impianto in utero, sia “spontaneamente” (vissuto dai più come una sorta di danno collaterale e invece direttamente collegato alla tecnica stessa) che volontariamente perché risultati portatori di patologie o di handicap. Fra quelli che vedono la luce una certa percentuale risulta più debole o affetta da malattie, e questo potrebbe essere il caso di Giovannino (per approfondire clicca qui).
Il Comitato Verità e Vita