8 luglio 2014

Il patrimonio folkloristico delle vallate e delle montagne piemontesi è realmente molto vasto, ma in via d’estinzione. Nelle leggende, personaggi simili a quelli di altre regioni italiane e Paesi, in quanto presente un sostrato comune a tutti i popoli indoeuropei, sono presenti nelle valli e nelle zone montane.

Gli alberi magici

Tutto il territorio ospita alberi magici (evidenti derivazioni dell’albero “sacro” degli antichi): nei dintorni di Novalesa si narra la favola in cui un uomo, seduto a riposare sotto un vecchissimo albero, dopo aver ascoltato il dolce canto di un meraviglioso uccello, tornava in paese scoprendo di trovarsi molti anni successivi, mostra l’albero protagonista nell’incantesimo. Gli alberi fatati hanno la capacità di fermare il tempo umano o di rallentarlo in quanto non solo entità viventi, ma anche concentrato di potere e di saggezza, dovuta a secoli di vibrazioni del suolo, del vento, degli astri e degli animali. Era sotto gli alberi delle foreste, infatti, che gli antichi celebravano i processi di giustizia o conseguivano la sapienza (come Odino e Merlino, le cui doti devono molto al frassino Yggdrasill e al pino di Barenton). Nel canavese i boschetti di querce erano i luoghi d’ elezione per i raduni delle streghe, mimetizzate sotto le spoglie di gatti. In tutto l’ arco alpino i faggi erano gli alberi prediletti dalle fate (il sambuco particolarmente). Certi boschi, in alcune zone del Piemonte, avrebbero invece il potere di trasportare chi vi si inoltra in luoghi lontani o in dimensioni sconosciute: sul Monte Cistella (NO), alcuni cacciatori si trovarono improvvisamente in un paesaggio sconosciuto, con inconsueti alberi e caverne traboccanti di tesori. Una volta tornati, non trovarono mai più quel luogo incantato.

Gli animali fatati

Presenti anche gli animali fatati: nel vercellese la Splorcia, creatura dal muso di maiale, ali di pipistrello, zampe di un rospo e coda di scorpione; nel cuneese il Cavalas, sorta di enorme cavallo che galoppava nella notte travolgendo chiunque si trovasse sulla sua strada, esempo di cavallo infernale dalla galoppata irrefrenabile (in inglese incubo è “nightmare”, cioè cavalla della notte). Una traccia del mito della “caccia selvaggia” (in cui Odino attraversava il cielo su un carro alato trainato da cani), si trova nella tradizione piemontese dei “Canett”, cani magici che vagano di notte per le valli abbaiando e che attirano la curiosità delle persone, catturate dalla muta se scoperte a spiare la caccia.

Gli uomini-lupo e altri esseri fantastici

Non mancano tracce delle leggende relative agli uomini-lupo o lupi mannari: nel cuneese il Luv Ravas, omone minaccioso che a volte si trasformava in lupo famelico; nelle Valli Valdesi, il pericoloso Loup Ravert. Neppure i draghi sono assenti: le leggende alpine parlano anche di un’intera famiglia di queste creature sul Monte Bianco. Molte le leggende dedicate alle creature acquatiche: nella Dora, gli Arfai, entità fatate maschili che attiravano le fanciulle come bellissimi giovani e abili lavandai per rapirle. Protettori del loro ambiente, provocano la fuga di chi ‘aggredisce’ il fiume con un terribile rombo, trasformazione del loro piacevole canto. Nel Po abitava il Bargniff (enorme rospo o peloso come un orso a secondo della leggenda), che proponeva indovinelli a chi attraversava il fiume di notte: se il viandante sbagliava risposta, finiva nell’acqua. In Val di Susa le acque del Lago Nero erano abitate da un essere misterioso che bersagliava con pietre chi lo svegliava passeggiando di notte lungo la riva. Ma anche i ponti hanno le loro leggende: l’arte della costruzione di ponti, in quanto simboli del legame tra mondo terreno e soprannaturale, era, anticamente, definita magica. Perfino i sassi sono fatati: un masso nelle vicinanze di Alpignano, detto il sasso Trottola, gira su se stesso tre volte nella notte del sei gennaio. Luci fatate si trovavano in provincia di Torino, Cuneo e Novara: erano i Cules, esserini di fiamma che si divertivano a spaventare i passanti lanciandosi contro i malcapitati, a volte inseguendoli. Un po’ in tutto il Piemonte vivevano, poi, i Nani metalliferi, nelle miniere e nelle grotte. Non mancavano i folletti: dispettoso, ma non cattivo il Servan (parente stretto del Servant francese e del Sarvanot provenale e occitano) caratteristico della Valle di Susa e del cuneese. Si diceva che i Servan a volte rapissero un neonato umano per sostituirlo con uno dei loro. Dopo qualche tempo, restituivano il piccolo rapito e allora il bambino era chiamato dai compaesani “lou baratà”, il barattato, ed era considerato un potente indovino, poiché aveva trascorso un periodo con esseri fatati. In Val Maira si aggirano i cattivi Grumisel Roú (Gomitoli Rossi). Anche il Monte Bianco presenta insidie: i Manteillòns, folletti della notte avvolti in lunghi mantelli (di qui il loro nome), che terrorizzano gli umani apparendo loro nelle forme più mostruose. In quel di Biella si trovano gli innocui Ghignarelli, gli Spitascè e i Folet. Meno bonario è il Karket, pure tipico del biellese. Folletti delle case si trovano in tutto il Piemonte, come il Guenillon in provincia di Torino. Veri e propri Orchi, detti Orchons, girano in Val d’Aosta e Piemonte (ma anche in Svizzera e Francia). Molto ostili nei confronti degli umani, sono creature notturne che diventano massi di pietra se sorpresi dall’alba. Molto più affascinanti e benevole le Fate Bianche che abitano in alta quota (sul Monte Rosa, il Gran Paradiso e il Monte Bianco): bellissime, luminose, vestite di veli bianchi e con lunghi capelli biondo-argentei. Sulle cime delle Alpi Cozie e Graie si svolgeva il corteo delle fate, guidato dalla Regina del mondo fatato: al suo seguito fate, folletti, streghe ed entità varie. Il corteo si spostava di cresta in cresta a passo di danza, accompagnato dal tintinnare di campanellini. La corsa delle fate aveva un carattere gioioso e positivo: all’origine della leggenda, vecchi riti della fertilità. Balli e danze fatate sono segnalate a Cervasca (CN), in Val di Viù, accompagnate dal suono dei campanellini, e in Val di Lanzo, dove le minuscole fatine si nascondevano nei fiocchi di nebbia. Nelle Alpi Cozie si potevano persino vedere per terra le orme di piedini della danza fatata in corso le notti in cui si diffondeva una dolce musica per i monti. Le streghe, dette anche masche (nome di origine longobarda) erano diffuse un po’ in tutto il Piemonte. Nelle Langhe esisteva la Bergera, parente stretta della Befana, che appariva come una vecchietta e sapeva curare bestie e uomini con le erbe. A Usseglio le streghe si riunivano su una rupe a banchettare e in tutta la Val di Viù si credeva che certi gatti fossero in realtà streghe “travestite” e che fosse opportuno, incontrandoli nei boschi, salutarli con deferenza. L’usanza di salutare chiunque si incontri, comune in queste valli, potrebbe essere dovuta, almeno in parte, all’antico timore di offendere qualche entità misteriosa. Anche in Val Varaita le streghe erano di casa: narra una leggenda di un uomo il quale, percorrendo un sentiero di notte, vide un gran fuoco intorno al quale danzavano strane creature che si passavano l’un l’altra un fardello con un bimbo. spiritelli come le Smare (nel Bellunese), i folletti Calcatrapole, Salbanelli e Pesarol (in tutto il Veneto), i Mazapedar deformi (in Emilia), i friulani Calciùt, e il Massariol del Triveneto. Allargando gli orizzonti: il Kobold del Nordeuropa, i folletti irlandesi Cluricaune e Leprechaun, il Wichtlein tedesco, nano delle miniere, il folletto scozzese Brownie, il Bwca e il Bwbach, nani gallesi e il gentile Domovoi russo. In tutto l’arco alpino, specialmente nella parte orientale, è presente l’Uomo Selvatico, curioso personaggio non del tutto assente in Piemonte: nel Biellese ha nome Om Salvei, in Valle d’ Aosta Ommo Sarvadzo, entrambi simili al Bigfoot nordamericano.

Luisa Paglieri

 

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