7 Agosto 2026
Tempus fugit, cogitatio manet
I Libredì di Vita: parole in libertà all’ora dell’aperitivo
C’è una sensazione di libertà che non si può spiegare se non tramite qualche immagine, differente in base alla stagione. Perché la pienezza della vita non si cura dei cambiamenti: c’è sempre, basta osservare con attenzione.

L’immagine estiva è quella del mare quando, sotto un cielo terso, il sole strina i volti, disseccando la mestizia, l’acqua sfavilla nel vento e tu, in piedi, immersa fino alle spalle, guardi l’orizzonte cipria che si discioglie nel bagliore lontano di una pioggia di raggi di sole cadenti. Siamo ad agosto, il mese del sole e del Padre. Settembre arriverà con il suo silenzio, ma per ora ciò che serve è salutare l’energia che nasce poderosa nel meriggio afoso e riverberante.

Sì, perché è il rimanere in silenziosa attesa del Bello e del Buono che capiterà – e che faremo capitare – oggi che risiede la felicità, quella vera, quella che non domanda un senso al suo esistere: c’è, perché esiste e, perché accolta, permane nell’anima come una remora sullo squalo.

La sua protezione contro quella che, ormai con troppa superficialità, si definisce depressione è miracolosa: se vuoi essere Felice, charízou e fermati a osservare l’orizzonte cipria nel sospiro del giorno che declina, come pescatori solitari nella bonaccia. Secondo me, charizomai è un verbo di difficile traduzione, perché oltre a racchiudere al suo interno tanti significati, sintetizza una cultura – quella greca – e una fede – quella cristiana. Ma ciò che li unisce tutti è il donarsi completamente, non per obbligo, ma per splagchnizomai, quel muoversi a compassione verso l’altro. Ecco perché il mare e le onde. Ecco perché è importante ritrovarsi nel mare quando uno yacht sfreccia a pochi metri da te: è quando ti trovi nell’impossibilità di fare che impari ad affidare.

Perché la vita è come quello scoglio contro cui spumeggia e s’infrange l’onda; ogni schizzo che ristora è la fiducia e l’adorante abbandono dell’anima nelle mani di un Sole altro che tutto abbraccia e tutto consuma per amore. Ed è nelle ore più calde, quando tutto sembra un miraggio, che ti senti sospinto verso il canto delle anime, verso ciò che è agape e ospitalità, come alle querce di Mamre. La spuma del mare non ci domanda nulla: lambisce e brama la nostra sollecitudine, gorgheggia ricordi e slega i nodi aggrovigliati dell’esistenza.

Si pensa troppo spesso a cosa fare, non curandosi del come fare bene ciò che capita, come se il mondo girasse grazie alle azioni anziché alle emozioni. Poi, all’improvviso, si ritrova la “scatoletta di Amélie” e si inizia una forsennata ricerca di un senso ultimo a ogni passo, perché una vita “a rete” – stile “rete del tempo” nella serie Doctor Who – è intricata e ansiogena, non vi è un inizio e una fine a ciò che si è o a ciò che si fa e non vi è una struttura che qualifichi il tempo come qualcosa di passato che non può più tornare e di futuro che si crea vivendo il presente. Tutto è caos generato e indefinito, una specie di minestrone di eventi che, all’infinito continuo, possono essere ripescati, rivissuti e modificati. Una specie di Café Funicoli Funicula. Ed è qui che entra in gioco il mare, perché rende ogni cosa comprensibile: se ci si lascia avvolgere dalle acque e si osserva il mare cristallino che sopra di noi smuove ed echeggia l’universo, si può comprendere nel profondo che ogni cosa è instabile, perciò ogni cosa può deludere, ma una si può rinnovare sempre e, sempre, con maggiore enfasi: la meraviglia che sottende, come ordito, tutto il creato e ciò che in esso esiste ed esisterà in ogni futuro possibile. Perché la meraviglia è ciò che regge l’intero universo e lo sorregge anche quando i venti contrari alla vita cercano di distruggerlo con le sue smanie di potenza e vanagloria. Il sorriso cambia il mondo, proviamoci insieme.

Erica Gavazzi
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