Dopo aver presenziato al rito di ridedicazione di San Francesco del Prato, chi scrive è tornato, in compagnia di Valentina D’Antona e Fabio Molinaris, a Roncole Verdi per rincontrare “Albertino”, il figlio del grande Giovannino Guareschi, il quale cura, con le figlie Angelica e Antonia, l’archivio e il centro studi dedicato al padre. È stata la terza visita, dopo quella dell’anno scorso (https://labaionetta.blogspot.com/2020/12/reportage-dal-mondo-piccolo-di_9.html?m=1) e del maggio 2018.

Siamo stati accolti in archivio da Alberto e Antonia, alle prese con un tesoro molto particolare: alcune delle 20.000 cartoline che il padre ricevette quando era in carcere proprio a San Francesco del Prato. Frutto di quell’intreccio provvidenziale – come ha ribadito lo stesso Alberto – che si intessé attorno al suo babbo, per il tanto bene che era riuscito a seminare. Tra quei felici molti, vi erano i commilitoni del periodo della guerra, il beato don Gnocchi, Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, l’editore Angelo Rizzoli, i volti cinematografici di don Camillo e Peppone, Fernandel e Gino Cervi. Il loro gesto fu importantissimo, giacché diede a Giovannino un ulteriore aiuto per non cedere allo sconforto, durante la carcerazione.

Sulla scorta di ciò, Alberto ci ha ricordato anche della prigionia che il padre subì, allorché divenne uno dei tanti internati militari italiani, per aver rifiutato di aderire alla repubblica di Salò, l’8 settembre 1943; dei quali tenne in alto i cuori dal 1943 al 1945, presso lo stammlager di Sandbostel (Germania), inventando con tenero umorismo – senza mai scadere nel grottesco o nel sarcastico – storie, canzoni, “giornali parlati”; si pensi al “Presepino, a Radiobizzarria, al Bertoldo-giornale umoristico e sonorizzato, alla canzone per la Pasionaria, alias la figlia Carlotta. La “Favola di Natale”, “Diario Clandestino” e Ritorno alla base” ne danno testimonianza. Dopo la guerra, Giovannino divenne lo strenuo difensore degli IMI, contro l’oblio di un Paese ormai proteso nella ricostruzione e dimentico dei suoi eroi.

E a proposito della canzone per Carlotta, abbiamo avuto l’onore di ascoltarla, dopo che Alberto l’ha inserito in un bel giradischi d’epoca. Essa venne scritta dal padre nel ’44 e musicata dal maestro Arturo Coppola, allo scopo di festeggiare la nascita della figlia, che incontrerà per la prima volta solo alla fine della guerra (clicca qui per il testo e qui per ascoltarla).

La terribile esperienza nel campo di concentramento, come ha asserito Alberto, è servita, proprio perché il male assoluto non esiste, a far crescere grandemente le virtù di Giovannino; cambiamento che lo aiutò a riempire le storie di don Camillo e Peppone della nostalgia per le più importanti questioni: il bene, il bello, il vero, e Dio in primis, l’origine stessa di quei pilastri della realtà.

Ogni volta che veniamo qui è raccogliere quel seme di cui parla il Gesù guareschiano in “Don Camillo e don Chichì”: «Don Camillo spalancò le braccia [rivolto al crocifisso]: “Signore, cos’è questo vento di pazzia? Non è forse che il cerchio sta per chiudersi e il mondo corre verso la sua rapida autodistruzione?”.

“Don Camillo, perché tanto pessimismo? Allora il mio sacrificio sarebbe stato inutile? La mia missione fra gli uomini sarebbe dunque fallita perché la malvagità degli uomini è più forte della bontà di Dio?”.

“No, Signore. Io intendevo soltanto dire che oggi la gente crede soltanto in ciò che vede e tocca. Ma esistono cose essenziali che non si vedono e non si toccano: amore, bontà, pietà, onestà, pu­dore, speranza. E fede. Cose senza le quali non si può vivere. Questa è l’autodistruzione di cui par­lavo. L’uomo, mi pare, sta distruggendo tutto il suo patrimonio spirituale. L’unica vera ricchezza che in migliaia di secoli aveva accumulato. Un giorno non lontano si troverà come il bruto delle caverne. Le caverne saranno alti grattacieli pieni di macchine meravigliose, ma lo spirito dell’uomo sarà quello del bruto delle caverne […] Signore, se è questo ciò che accadrà, cosa possiamo fare noi?”.

Il Cristo sorrise: “Ciò che fa il contadino quando il fiume travolge gli argini e invade i campi: bisogna salvare il seme. Quando il fiume sarà rientrato nel suo alveo, la terra riemergerà e il sole l’asciugherà. Se il contadino avrà salvato il seme, potrà gettarlo sulla terra resa ancor più fertile dal limo del fiume, e il seme fruttificherà, e le spighe turgide e dorate daranno agli uomini pane, vita e speranza. Bisogna salvare il seme: la fede. Don Camillo, bisogna aiutare chi possiede ancora la fede e mantenerla in­tatta. Il deserto spirituale si estende ogni giorno di più, ogni giorno nuove anime inaridiscono perché abbandonate dalla fede. Ogni giorno di più uomi­ni di molte parole e di nessuna fede distruggono il patrimonio spirituale e la fede degli altri. Uomini di ogni razza, di ogni estrazione, d’ogni cultura”». (Tutto Don Camillo. Mondo piccolo, II, BUR, Milano, 2008, pp. 3114-3115).

Lo stesso seme che i francescani hanno provato a conservare a Parma, e che il 3 ottobre ha portato frutto.

Daniele Barale