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Cultura  

QUANDO I MIGRANTI ERAVAMO NOI

QUANDO I MIGRANTI ERAVAMO NOI

“Interdit aux chiens et aux italiens”, vietato ai cani e agli italiani si leggeva non tanti decenni fa sulla porta d’ingresso di un bar belga: allora, come oggi, lo straniero faceva paura e il modo più semplice per allontanare chi sembra diverso da noi è sempre stato il rifiuto razzista.
La nostra regione ha vissuto profondamente, e con non poche sofferenze, questa esperienza: dal 1876 al 1945 due milioni di piemontesi sono partiti per l’estero, dirigendosi per metà in Francia, soprattutto nel sud e nella zona di Parigi, per svolgere il loro lavoro di muratori, di spazzacamini e di artigiani del legno, del ferro e del vetro.
Si trattava di manodopera specializzata, generalmente ben vista, ma questo non impedì che scoppiassero diverse sollevamenti anti-italiani, per esempio a Marsiglia ed a Aigues-Mortes, dove perirono decine di connazionali (tra i quali, il trentenne pinerolese Luca Vittorio Giuseppe Caffaro) e le loro case furono incendiate.
Le ragioni di tanto odio erano strettamente economiche: gli italiani, in questo caso lavoratori nelle saline della Camargue, erano accusati di rubare il lavoro ai locali, perché accettavano condizioni salariali peggiori e, a rincarare la dose, era stata diffusa la voce falsa che avessero ucciso dei francesi.
Per non perdere la memoria di questo pezzo importante di storia e per approfondirlo da un diverso punto di vista, il Museo Regionale dell’Emigrazione dei Piemontesi nel Mondo di Frossasco ha promosso il convegno “Immagini Migranti. La rappresentazione delle migrazioni tra musei, cinema e fotografia”, che si è svolto mercoledì 26 settembre a Torino nel Palazzo degli Istituti Anatomici, in corso Massimo d’Azeglio 52.
L’iniziativa è nata dopo che nel 2017 il Musée d’Histoire de l’Immigration di Parigi ha dedicato alla nostra comunità d’oltralpe, la più grande in terra di Francia, la mostra “Ciao Italia! Un siècle d’immigration et de culture italienne en France”, arrivata direttamente quest’anno dalla Ville Lumière a Frossasco, in attesa di trasferirsi al Museo del Mare di Genova.
«La migrazione – spiega Carlotta Colombatto, conservatrice del museo di Frossasco – è ormai da diversi anni uno dei principali oggetti di analisi scientifica, ha una grande portata mediatica ed è al centro del dibattito pubblico. Questa ricerca si nutre di un critica che, a partire dagli anni settanta, ha rifiutato l’idea del museo come luogo neutro, sacro: nella contemporaneità diviene uno spazio in cui prendono forma dei discorsi di natura scientifica, legati alla ricerca universitaria, ma strettamente connessi ad un tessuto culturale, politica ed economico. Si tratta di “co-costruire”, costruire insieme i progetti di valorizzazione delle collezioni con le comunità migranti. In questo convegno si è parlato dell’immagini in due direzioni parallele: da una parte in senso stretto, è il caso della fotografia, che può rientrare all’interno delle progettualità museali, dall’altra in senso lato, come rappresentazione dei flussi migratori. Il Museo regionale delle emigrazioni di Frossasco da un lato non può prescindere dalla conservazione, valorizzazione e tutela del proprio patrimonio, che è legato alla grande emigrazione italiana, incrementando la ricerca scientifica, radicandosi ancora di più sul territorio, analizzando le motivazioni economiche e sociali, la direzione dei flussi, i rapporti con le comunità d’origine e d’arrivo, le forme associazionistiche e fornendo risposte alla domanda di radici anche con la ricerca genealogica, dall’altro non opera soltanto per evitare la scomparsa di questa memoria, ma anche per gettare luce sulla contemporaneità, sulle migrazioni attuali. A marzo, abbiamo organizzato l’evento intitolato “Voci di donne migranti tra passato e presente” con visite guidate nel museo, durante le quali alcune donne immigrate di oggi, in punti specifici del percorso, raccontavano liberamente e senza edulcorare come, ad esempio, un particolare oggetto esposto avesse scatenato in loro particolari ricordi ed emozioni. Si è trattato di un momento molto forte, che ha fatto emozionare. In questa situazione, la comunità migrante è stata artefice e non destinataria della politica museale, perché abbiamo intrecciato una riflessione scientifico-narrativa con una descrizione narrativo-esperienziale, intendendo fornire una visione integrata del patrimonio. Il museo ha inteso con questo collegarsi alla “muséologie de la rupture” praticata al Musée d’ethnographie de Neuchâtel da Jacques Hainard , che voleva utilizzare gli oggetti come pretesti, perché l’oggetto non è portatore di una verità assoluta e sacra, ma appunto un pretesto per raccontare storie diverse e collegarsi alle buone pratiche museali internazionali».

Luca Reteuna

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