Domenica 3 ottobre la chiesa gotica di San Francesco del Prato è tornata in seno alla Chiesa universale, dopo varie peripezie, che le avevano inferto la sconsacrazione. Il ritorno è avvenuto alla vigilia della festa del suo santo patrono assisiate, nella Parma capitale italiana della cultura (2020- 2021).

La sua storia ha avuto inizio poco dopo l’abbrivio della missione che Dio affidò a San Francesco, mentre questi si trovava nella chiesa di San Damiano. I suoi confratelli decisero, una volta stabilitisi a Parma, di iniziare i lavori per la costruzione della chiesa, i quali iniziarono nel 1240, per durare circa tre secoli, assicurando ad essa le dimensioni attuali. Successivamente, avvenne una prima soppressione borbonica, con il “Regio Editto” del 1769. Poi tornò ai frati, ma nel 1804 vennero colpiti dalla furia del giacobinismo rivoluzionario, esportato, in Italia e in altri Paesi europei, dall’esercito napoleonico. In odium fidei, le truppe francesi cacciarono la comunità dei francescani e sfigurarono la chiesa: la navata centrale fu utilizzata come laboratorio, mentre le navatelle laterali furono soppalcate per far posto a una prigione e ai servizi di detenuti e guardie; l’altare maggiore, gli altari delle cappelle, il coro ligneo finemente intagliato furono distrutti; mentre tele e tavole dipinte disperse, e gli affreschi ricoperti da intonaco grigiastro.

Essa rimase luogo di detenzione anche nei tre periodi successivi: quello della restaurazione, con il ritorno del ducato di Parma e Piacenza; dell’unità d’Italia, sotto la monarchia dei Savoia; infine della repubblica. Dal 26 maggio ’54 al 4 luglio ’55, vi scontò la pena Giovannino Guareschi, in seguito al “caso” che lo vide protagonista con De Gasperi. La chiesa rimase carcere fino al 1992; l’anno seguente si concluse la fase di restituzione all’Ordine Francescano (era iniziata nel ’74), periodo in cui vennero effettuate delle campagne di scavo archeologico. Nel febbraio 2018, la Diocesi ottenne la concessione d’uso.

Non va dimenticato, però, che la chiesa fu anche luogo della Carità, proprio perché il male non ha mai l’ultima parola, grazie alla beata Anna Maria Adorni (1805-1893) e a padre Lino Maupas (1866-1924), il quale ispirò lo stesso Guareschi. Essi, eroicamente, introducevano i poveri nei pensieri e nella generosità dei potenti e dei sapienti di Parma.

Per conoscerne meglio la storia, rimanere aggiornati sulla rifinitura dei lavori di restauro e sostenerne le spese con una donazione, si invita a seguire questo link: https://www.sanfrancescodelprato.it/it/chiesa/storia/

Il rito di riconsacrazione, celebrato dal Vescovo parmigiano, monsignor Enrico Solmi, è stato il culmine del lavoro di recupero straordinario, che sponsor, comunità dei fedeli, nello specifico, e dei cittadini, in generale, hanno realizzato per riportare alla luce San Francesco del Prato in tutta la sua bellezza, come nella migliore tradizione delle cattedrali medievali, in cui alla costruzione delle stesse partecipavano tutte le persone di buona volontà, ognuna con le risorse di cui disponeva. Per la Santa Messa sono state consacrate, proprio perché la Chiesa è luogo di redenzione, casa di uomini e donne di buona volontà, le ostie confezionate da alcuni carcerati che settimanalmente le preparano insieme al pane e ad altri prodotti da forno che vengono offerti alle mense della “Caritas” e di “Padre Lino”.

Chi scrive presenziava alla cerimonia solenne, in compagnia della fidanzata, Valentina D’Antona, e di un caro amico, Fabio Molinaris, compagni di molte avventure. Perché invitati da Frate Francesco Ravaioli, tra i curatori della pastorale universitaria parmense e del restauro della chiesa. Grazie a lui, abbiamo visto, in compagnia di altri amici, la chiesa nelle tre fasi: prima delle ultime operazioni di recupero, nel maggio 2018, durante le stesse nell’ottobre 2020, e in quel giorno di solennità. (Clicca qui per vedere le immagini)

Insomma, la richiesta di Dio a San Francesco – «Va’, ripara la mia casa che è tutta in rovina» – è stata accolta anche dai parmigiani. «[…] La Chiesa che dedichiamo non esclude, – ha asserito Monsignor Solmi durante l’omelia – ma, in quanto cattolica, apre a chiunque ha il cuore sincero e, secondo il suo progressivo vedere, cerca, sia pure incerto e confuso, il bello, il buono, il giusto, o cerca aiuto, affetto. O vuole affinare un anelito che lo abita e si protrae verso un di più che lo sospinge a vedere oltre. Nell’armonica composizione di spazi e immagini, quasi appigliato alle volute acute tese verso l’alto, può intravedere speranza, identificarsi nelle ferite, provare conforto anche in muri ancora intrisi di pianto. Cerca nella chiesa di san Francesco, nella gente che qui si raduna, nei francescani che la officiano, in quella comunità di pietre vive che, edificate dallo Spirito sulla stessa Pietra angolare, diventano loro stesse dimora di Dio, umiliandosi nella storia che mette alla prova e giudica. Ogni chiesa, come la chiesa di San Francesco del Prato, è presenza viva del Cristo che alza o abbassa lo sguardo per incontrare chi lo cerca e anche chi cerca di sfuggirgli. Così avvenne per Giovanni, di Pietro Bernardone e di donna Pica, chiamato Francesco […]».

Alla fine della Santa Messa, è stato ben ricordato, da parte di frate Francesco, anche don Alfredo Bianchi, incamminatosi verso la Casa del Padre il 22 maggio; egli è stato Arciprete di Castelnovo ed Amministratore parrocchiale di Vicomero, Direttore dell’Ufficio per i Beni Culturali Ecclesiastici, Vicario episcopale; ha dedicato tutte le sue ultime forze al restauro di San Francesco del Prato. Ricordato nel rispetto della “democrazia dei morti”, di cui parlavano Giovannino Guareschi, in “Diario Clandestino”: «[…] sul nostro Lager non direi una parola che non fosse approvata da quelli del Lager. Da quelli vivi e da quelli morti. Perché bisogna anche tener conto dei Morti, nella vera democrazia»; e Gilbert Keith Chesterton, in “Ortodossia”: «La tradizione può essere definita, come una estensione del diritto politico. Tradizione significa dare il voto alla più oscura di tutte le classi, quella dei nostri avi. […] Avremo i morti nei nostri consigli. I Greci antichi votavano con le pietre, essi voteranno con le pietre tombali. Ciò è perfettamente regolare e ufficiale: la maggior parte delle pietre tombali, come delle schede elettorali, sono segnate da una croce».

Dunque, la storia di San Francesco del Prato esprime ciò che di meglio la cultura cattolica può offrire: unire il bello e il buono, il giusto e il vero, attraverso l’abbraccio tra lo stupore e la compassione.

Daniele Barale