Vipere e maledette fascine. Vipere e maledette fascine. Sono gli inciampi che fratturano la vita, ma che anche le imprimono un corso nuovo. Soprattutto se la vita ha le sue radici in un grumo di case sdentate dell’alta Val Germanasca («una macchia di olio motore in un lago di latte») dove l’autrice ritrova cuore e memoria. “L’equilibrio delle lucciole” (Ed. Salani), primo romanzo di Valeria Tron, non è una love story, anche se così potrebbe sembrare, bensì una lunga dichiarazione d’amore. Alla sua terra e ancora di più alla sua lingua, quel patois che ricama, senza mai interromperlo, il racconto. In prima persona. Tutto al presente. Una confessione dove il ricordo «torna a sgomitare».

Impressiona la ricchezza dirompente delle immagini poetiche che rendono la prosa ipnotica e avvolgente.

Il lettore si trova – tutt’uno con i protagonisti – a rubare «piccoli tozzi di felicità dal vassoio magro dei giorni». Oppure ad assaporare «minestra ad ogni respiro», quella cucinata sulla stufa a legna, scricchiolando di felicità, come la novantenne Nanà, custode ed etichettatrice di segreti che «prima o poi si arrendono». È lei che, senza fretta (prèso), svela gli amori e i dolori, spesso ibernati, di uomini «masticati dalla guerra» e «magri come la segale»; di donne fatte di pane, con dita che «sembrano viticci», capaci, con severa dolcezza, di portare pesi tanto grevi da sabotare i sorrisi. E restano poi in pochi a custodire quelle case che agli occhi superficiali dei “foresti” sembrano solo inutili cumuli di pietre arrugginite dal sole. Padrona diventa, allora, la solitudine, «tenaglia che stringe le lingue».

La rassegnazione, tuttavia, non è l’ultima parola.

Nella prefazione al libro di Claudio Bonifazio “Volti e risvolti. Percorsi fotografici in Val Chisone” (Marcovalerio, 2019) l’autrice – già coltivando il seme poi sbocciato in queste pagine – scriveva: «Se è vero che per ogni cultura che lasciamo morire l’intera umanità perde qualcosa, il regalo migliore che possiamo fare alla nostra terra e alla nostra lingua è accudire il coro che sale da questo cerchio di monti e tenerlo vivo, continuo». Anche perché «nella nostra lingua non esiste “addio”; proprio non conosce quell’estremità, il nostro idioma. Dunque, arrivederci è qualcosa che costeggia la strada dell’uomo fiducioso» e la morte «è come una nascita. Cambia solo il colore». Così quando si allontano le vipere (vipras) arriva il tempo per fare i passi giusti. «Moto perpetuo è la speranza».

Patrizio Righero