«Un giorno i documenti diverranno pubblici. Allora, sbollite le pressioni, si vedrà che la Santa Sede ha seguito una linea di azione provvida e prudente». La previsione è del cardinale segretario di Stato Giuseppe Maglione (1939-1944). I nazisti rifiutano di ricevere la nota di protesta della Santa Sede sui maltrattamenti dei cattolici nei territori occupati, in particolare in Polonia. Il prudente Pio XII non sta zitto, ordina a mons. Cesare Orsenigo, nunzio a Berlino: «Faccia rilevare per iscritto al governo germanico che il gesto non è amichevole. Aggiunga che la Santa Sede considera come presentata la nota». È uno dei tanti episodi di “Le Bureau. Le Juifs de Pie XII, Pio XII e gli ebrei” (Rizzoli, 2021) di Johan Ickx 58enne storico belga, da 30 anni a Roma e da 10 capo dell’Archivio della sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, responsabile della certosina digitalizzazione degli archivi sul pontificato di Pio XII. Il volume, incentrato sulla sezione estera, guidata da mons. Domenico Tardini, apre una nuova stagione di studi e – come scrive il severo “Le Figaro” – “fa piazza pulita di tante presunte verità” raccontando di moltissimi ebrei che si rivolgono alla Santa Sede per avere aiuto e protezione, come raccontava qualche anno fa Silvia Introvigne.

LA STORIA E LE STORIE SI INTRECCIANO

Storie di persone in fuga e di tentativi di salvare le vite in fuga. Il volume fa giustizia delle tesi superficiali sull’antisemitismo di Pio XII e dei suoi collaboratori. Ickx parte dai documenti intitolati «Ebrei» (1938-1944), 2800 casi che interessano oltre 4 mila persone. È la «lista di Pio XII»: «Nel “Bureau” il cardinale Maglione aveva il comando generale di entrambe le sezioni» della Segreteria di Stato (gli interni e gli esteri). Per Ickx «è la prova tangibile dell’interesse nei confronti di persone che, a causa delle leggi razziali, non erano considerate comuni cittadini». I documenti mostrano chiaramente gli sforzi per salvare gli esseri umani, a prescindere dal colore e dal credo. La conversione al Cattolicesimo non salva gli ebrei convertiti dal furore di Hitler e dei suoi sicari.

Papa Pio XII

IL NUNZIO TORINESE BURZIO SALVA GLI EBREI

La Germania vanta numerosi imitatori. Anche la Slovacchia sceglie la dittatura: «Battezzati o no, tutti gli ebrei devono andarsene». Le pressioni germaniche inducono a consegnare gli ebrei che varcano il confine. I vescovi slovacchi lo denunciano in una denuncia collettiva. Osserva mons. Domenico Tardini: «Il guaio è che il presidente della Slovacchia è un sacerdote (Jozef Tiso, n. d. r.). Che la Santa Sede non possa far stare a posto Hitler, tutti lo capiscono. Ma che non possa tener a freno un sacerdote, chi lo può capire?». Situazioni gravissime nelle quali incappa il nunzio mons. Giuseppe Vincenzo Burzio, torinese di Cambiano, incaricato d’affari a Bratislava in Slovacchia. Nel marzo 1942 annota: «Quale fosse il piano dei nazisti circa gli ebrei depor­tati era per tutti un vero enigma. La Santa Sede sa però che la fine di molti deportati è la morte»: la deportazione di 80 mila ebrei «equivale per gran parte a morte sicura». Sui colloqui con il primo ministro Vojtech Tuka: «Vale la pena che continui a riferire il seguito della mia conversazione con un demente?».

QUATTRO LETTERE A PAPA PACELLI

I coniugi Oskar e Maria Gerda Ferenczy, cattolici austriaci d’origine ebraica, con la figlia Manon Gertrude, si rifugiano a Zagabria e poi ad Abbazia, nella provincia italiana di Fiume. Al colmo della miseria e della disperazione, Maria Gerda scrive a Pio XII e confessa di aver venduto la Bibbia per un pezzo di pane e della fallita ricerca di un passaporto per emigrare. Il Papa legge la lettera e incarica mons. Angelo Dell’Acqua e il vescovo di Fiume, il milanese Ugo Camozzo, di seguire il «caso pietosissimo». La situazione peggiora: i Ferenczy rischiano di essere consegnati ai nazisti e deportati in Polonia e in una seconda lettera Maria Gerda scongiura il Papa di aiutarli. Dell’Acqua scrive a Camozzo – che non aveva risposto alla prima lettera – e gli ordina di chiedere alle autorità italiane un permesso di soggiorno. Una terza lettera al Papa rinnova l’appello: «Dall’archivio emerge che il Bureau non smise di seguire il caso». Le cose precipitano con l’arresto di Oskar Ferenczy e allora Dell’Acqua interessa il gesuita Pietro Tacchi Venturi, scrittore de «La Civiltà Cattolica» e interlocutore privilegiato delle autorità italiane. La donna prega il Papa con la quarta lettera di ottenere i visti per il Brasile. Il Vaticano invia un sussidio di 800 lire e interviene con l’ambasciata brasiliana presso la Santa Sede: il 19 agosto 1940 il cardinal Maglione annuncia che i visti sono pronti. Si imbarcano ma a Rio de Janeiro al capofamiglia è impedito lo sbarco. Su sollecitazione del cappellano della nave, il Vaticano telegrafa alle autorità confermando la validità dei visti. Il caso dimostra che la Santa Sede non demorde.

Lo stemma cardinalizio di Eugenio Pacelli

STORIA DI UN EROE COMUNE E DI UNA BAMBINA

Nell’agosto 1942 Mario Finzi – impegnato nella sezione bolognese della Delegazione per l’assistenza degli emigranti ebrei (Delasem) – scrive a Pio XII di «salvare una povera creatura di 8 anni minacciata dall’odio e dalla ferocia». È Maja Lang, jugoslava che ha il fratello 17enne Wladimir agli arresti domiciliari a Sasso Marconi. La famiglia è arrestata in Croazia e la piccola rischia l’espulsione. Finzi chiede a Pacelli di fare in modo che la bimba si ricongiunga al fratello in Italia: «Santo Padre, so che non è poco ciò che oso chiederVi ma operare cristianamente in un mondo che in così gran parte è la negazione di Cristo non è impresa facile per gli uomini comuni». Il Vaticano non perde tempo. Nel gennaio 1943 Tacchi Venturi ottiene dal ministero dell’Interno il permesso di ingresso e soggiorno a Sasso Marconi per Maja e i suoi genitori. Ma le tracce della bimba si perdono: secondo gli israeliani muore in un lager. Conclude Ickx: «Finzi considera Pio XII l’unica autorità in grado di intervenire con successo in un caso complesso e sorprendente». Finzi, cuore d’oro», è arrestato e deportato ad Auschwitz. Dopo la Liberazione muore per una malattia contratta nel lager. In definitiva l’ebreo Mario Finzi, Pio XII e il Bureau salvano una famiglia.

SI SGRETOLA LA LEGGEDA NERA SU PIO XII

Il libro spazza pregiudizi e la «leggenda nera» su Pio XII, diffusa dai comunisti sovietici e da «Il Vicario» del drammaturgo tedesco Rolf Hochhuth. Pio XII è perfettamente informato, come lo sono inglesi e americani, e nel messaggio del Natale 1942 denuncia la situazione con cautela ma chiaramente: non interviene direttamente per non compromettere vite umane né azioni umanitarie. Scrive Ickx: «La Segreteria di Stato era l’unico ministero al mondo con una rete internazionale per il soccorso dei perseguitati». Dei 9.975 ebrei presenti a Roma nel giorno della Liberazione (4-5 giugno 1944), 6.381 sono aiutati e protetti da Pio XII, dalle istituzioni vaticane e cattoliche. Padre Hugh O’Flaherty, dinamico irlandese, trova una via di fuga per gli ebrei e riesce a sfuggire alla Gestapo. Invece l’agostiniano Anselmus Muster è prelevato dai nazisti, in spregio all’extraterritorialità, nella basilica vaticana di Santa Maria Maggiore: torturato, non tradisce i compagni. Angelo Giuseppe Roncalli – futuro Giovanni XXIII – delegato apostolico a Istanbul, si impegna nel salvataggio degli ebrei. Aloizije Stepinac, arcivescovo di Zagabria, si spende per evitare che gli ebrei siano discriminati. Storie che vanno contestualizzate, come va contestualizzata la scelta di Pio XII che salva vite umane ed è consapevole del ruolo delicato della Santa Sede.

Pier Giuseppe Accornero