24 Marzo 2012
La sindrome dell’Antonelli, e la tolleranza permissiva
Il Grattacielo di Pinerolo: un dilemma di estetica urbana Il diritto di esistenza cittadina del Grattacielo di Pinerolo non ha mai ricevuto un troppo favorevole giudizio di consenso se non – ovviamente – da parte della Commissione Edilizia della città che, nel 1953-54 (così risulta dagli Atti Edilizi del Comune; e ne ho ricevuto conferma dal geometra Domenico Aiassa del Settore Urbanistica del Comune con cui ho consultato i documenti), ne ha concesso l’esecuzione.
Anche dopo la sua costruzione (avvenuta tra il 1953 ed il 1955 su progetti dal 1952 al 1954) che ha materialmente concluso il dibattito nei confronti dell’eseguibilità di questo scomodo ed indesiderato edificio (il quale – nella sostanza – veniva accusato di deturpare la compattezza ambientale dell’edilizia storica, prevalentemente orizzontale, con una mostruosità elevata di compatta volumetria squadrata eccessivamente emergente e di esagerata imposizione solida) non ha mai chiuso completamente le polemiche suscitate, assopendole soltanto col tempo.
E negli ultimi anni risollevandole in riferimento alle analoghe vicende a proposito del progetto (approvato nel 2006) per il Grattacielo Intesa-Sanpaolo di Torino (alto 164 metri) disegnato da Renzo Piano ed attualmente in esecuzione, e già in precedenza attivate per il nuovo Palazzo della Regione Piemonte di Massimiliano Fuksas (progettato dal 2001 al 2008 con una elevazione di 205 metri, iniziato nel 2011 e da terminare nel 2014, ma adesso sospeso nei lavori).
Un anonimo lettore del sito telematico di SkyscraperCity, nel 2007 ha improvvisamente riproposto il problema pinerolese dichiarando drasticamente la necessità di una sua eliminazione dal contesto edilizio urbano – “sarebbe da buttare giù il grattacielo di Pinerolo, un fatiscente condominione scrostato di 16 piani totalmente avulso dal panorama circostante (bassi palazzi del ‘700/800)” – sempre a motivo della sua presunta deturpazione dell’ambientalità storica cittadina.
Addirittura quest’anno, nella rubrica del Forum su Internet del giornale La Stampa, la sedicente Annalisa Simpatica da Mosca (in risposta al provocatorio – ma ipotetico – quesito su “Quali edifici abbattereste o ricostruireste per rendere più belle le città d’Italia?”) ha ritrovato, incredibilmente, la propria soluzione ideale nell’efferato gesto terroristico con il quale sono state abbattute le Torri Geemelle newyorkesi; ritenendo che «L’unica cosa che possiamo aver imparato da Bin Laden è il modo di buttare giù i grattacieli in modo rapido e completo», e di riportare quindi quella operazione al nostro edificio in questione («Suggerirei di adottare lo stesso modo, dopo aver fatto sgomberare lo stabile dagli inquilini, ma aver incatenato al suo interno il progettista, per il grattacielo di Pinerolo») procedendo ad un macabro spettacolo di riproduzione di quel traumatico evento che non vorremmo più si ripetesse («Usando un aereo telecomandato, che l’Alitalia […] vuole dismettere»).
Senza neppure considerare tale delirante determinazione (che sarebbe stata fatale – in tutti i sensi – per la sorte dell’edificio e del proprio inventore, l’ingegnere Aldo Casassa, addirittura immolato nella sua opera), il problema dell’ingombrante grattacielo pinerolese resta comunque sempre nella considerazione estetica della cittadà, non soltanto quale oggetto incongruo da rimuovere, ma anche per la sua condizione oggettiva di presenza e testimonianza della tipica fenomenologia costruttiva dell’evoluzione edilizia immediatamente post-bellica, che vedeva nella grattacielarità emergente e svettante la caratteristica espressione fondamentale di una rappresentativa rinascita potente, non di limitazione localistica ma di espansa corrispondenza internazionale.
Dunque il tozzo parallelepipedo di cemento che si eleva oltre gli storici tetti di tegole degli ottocenteschi Portici Vecchi, anche nella sua immagine di stridente mastodonte modernistico del fervente progresso edificativo degli anni appena usciti dalla Ricostruzione, è ormai entrato a fare parte consistente del tessuto urbano, insieme (in contrasto ed in stridore) con gli altri elementi cittadini pure essi delle torri storiche (quella fascista del Comune, e le altre medievali dei campanili: soprattutto di San Maurizio).
Tutte queste giuste rimostranze di liceità, contestuale ed esteriore, della grattacielarità pinerolese, devono ad ogni modo venire riportate ad una matrice di avversità più profonda sostenuta dai Piemontesi in genere per l’elevazione verticale delle costruzioni, proveniente dai primi eventi edilizi di trasformazione esecutiva moderna iniziati nell’Ottocento, e che nel caso specifico vorrei definire appartenenti ad una sorta di Sindrome dell’Antonelli; la cui famosa Mole torinese venne a suo tempo ferocemente osteggiata proprio per (trascurandone l’importanza tecnica di assoluta eccezionalità costruttiva) le sue dimensioni in altezza, e nell’accusa solita di deformazione del profilo ambientale della città e di deturpazione del disteso panorama alpino circostante.
Accanto alle motivazioni di conservazione armonica del contesto urbano tradizionale, sussistono comunque anche le condizioni di libera espressione innovativa e di riferimento alla odiernità, che devono procedere insieme, per quanto distinte, sebbene nella loro anche drastica diversità, ed inaccettablità, esteriore ed estetica.
Il Grattacielo di Pinerolo è un tipico caso di questo genere di situazione edilizia, che costituisce un argomento critico davvero acuto: perché se non rinunciamo all’automobile in favore di un retrogrado, ed impossibile, ritorno all’uso della carrozza, è altrettanto comprensibile assuefarsi alla elevazione di un edificio attuale accanto agli storici monumenti antichi più bassi e distesi.
E tale dunque è proprio il caso del grattacielo pinerolese, che compete in verticalità – da lontano – con il glorioso campanile appuntito di San Maurizio, ponendosi in un epocale confronto di immagine formale – in maniera oppositiva e contrastane – quale elemento tipico della modernizzazione odierna rispetto agli elementi di presenza della storicità.
Resta invece la considerazione più impalpabile della sua immagine estetica, piacevole o ripugnante ma irrisolvibile oggettivamente, e demandabile soltanto al gusto personale o alla fatalità dei tempi. Oppure affidabile alla altrettanto fatidica Sindrome dell’Antonelli che aleggia ovunque sulle città piemontesi: le quali forse vogliono un solo esemplare di forte emergenza svettante (che rende eccezionale quell’unico reperto), anziché possedere molte loro riproposizioni.
Riflettendo maggiormente sulla questione, magari può profilarsi un ulteriore aspetto di considerazione: quello della accettabilità pluralistica, della diversità e anche della bruttezza, che è così tipica (con tutte le sue riserve e cautele, e contrarietà e opposizioni perfino) della nostra epoca post-modernistica di superamento tanto dell’antico quanto dell’ultima modernità, rivolta alla ricerca di un nuovo (dis)equilibrio globale, di rispetto complessivo e di non esclusione prevenuta; di permissività e accoglienza e di rispetto per le espressioni altrui – e alternative – come ha indicato uno dei più importanti architetti contemporanei, lo statunitense Robert Venturi, che già nel 1972, in un ormai famoso – sebbene sconcertante – suo libro, invitava ad Imparare da Las Vegas per sapere valorizzare, in formulazioni positive, anche le condizioni più banali e dimesse della realtà e dell’esistenza.

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