20 ottobre 2015

Sacerdote della diocesi di Susa ma originario di Luserna, don Gianluca Popolla da settembre è il nuovo direttore della commissione regionale per i beni artistici culturali. Lo abbiamo incontrato, insieme al vescovo di Pinerolo che della stessa commissione è presidente.

Don Gianluca, quali sono i settori specifici della commissione per i beni artistici e culturali?

Sono principalmente due. Un primo settore è legato alla tutela, alla gestione e alla conservazione del patrimonio culturale ecclesiastico (mobile e immobile) del Piemonte e della Valle d’Aosta.

Il secondo, che si è andato sviluppando negli ultimi anni su sollecitazione di monsignor Debernardi e don Valerio Pennasso, è il grande ambito legato alla valorizzazione. Cioè far diventare il nostro patrimoni culturale uno strumento per comunicare la nostra fede ai contemporanei.

In questo senso è utile una collaborazione con la commissione catechistica?

C’è già ma deve essere sviluppata perché paradossalmente si lavora di più e più semplicemente con le scuole che con gli uffici pastorali. Si dà per scontato che ci sia questo patrimonio però non lo si riesce più a leggere e non lo si comprende come capace anche di riuscire anche ad aggregare i giovani e raccontare la nostra fede.

Quali sono in questo momento le priorità in merito sia alla tutela che alla valorizzazione?

In merito alla tutela il grande lavoro è quello della manutenzione. Negli anni scorsi grazie ad una disponibilità finanziaria che non c’è più si è potuto recuperare molto del patrimonio architettonico e artistico. Adesso, però, il problema è far sì che ciò che è stato recuperato sia mantenuto il più al ungo possibile nel tempo. E vista la scarsezza di clero e anche delle difficoltà economiche, occorre sensibilizzare i volontari.

L’altra sfida è quella di comunicare questo nostro patrimonio con il linguaggio e gli strumenti contemporanei, come il portale www.cittaecattedrali.it e la app che guida alla visita delle nostre cattedrali.

Inoltre occorre tenere presente che i futuri cittadini di questa nazione saranno sempre più provenienti da paesi diversi dal nostro e saranno quelli che costituiranno le famiglie di italiani di domani. Il nostro patrimonio sarà custodito e trasmesso alla generazioni future se verrà compreso. Quindi occorre integrare i giovani residenti per far conoscere e comprendere il nostro patrimonio affinché venga trasmesso a coloro che verranno dopo. Questo è un tema che si interseca anche con l’attività dell’ufficio migrantes e con la Caritas.

Può sembrare che Caritas e Beni culturali viaggino su due binari paralleli: da un parte i poveri e dall’altra le “cose belle” ad appannaggio esclusivo di chi non ha problemi. È così?

Questa è una patologia tutta italiana: quella di considerare il patrimonio culturale come qualcosa elitario e salottiero mentre in realtà è parte del nostro DNA.

Come superare questo impasse?

Attraverso tutti gli strumenti utili a comunicare con un linguaggio contemporaneo questo patrimonio. Occorre poi una concezione diversa della cultura. Ma questa dobbiamo andarla a prendere dall’estero. In Italia è ancora troppo presente l’idea che la cultura sia élite e salotto. E poi la cultura può iniziare a non nutrire solo la mente ma anche lo stomaco. Sto pensando al terzo settore e a tutta una serie di opportunità che si possono aprire attraverso progetti innovativi legati all’utilizzo del patrimonio culturale.

Quindi occorre investire?

In primo luogo si devono spendere soldi perché è educativo. Manteniamo il nostro patrimonio perché per noi cattolici questo patrimonio è uno strumento pastorale. La chiesa cattolica ha sempre utilizzato l’arte per trasmettere il deposito della fede e quindi è fondamentale. Ma può diventare anche uno strumento di integrazione economica.

Le comunità cristiane, anche le più piccole, hanno cura del loro patrimonio. Lo restaurano e lo conservano. È sufficiente?

Si restaura spesso con una sottolineatura nostalgica. Invece occorrerebbe restaurare non soltanto per ricordare un passato ma perché il patrimonio culturale è la radice per costruire il futuro. In altri temrini: restauro perché serve non perché “mi ricorda”.

Quale è, secondo, te, la peculiarità del patrimonio della diocesi di Pinerolo?

Il dialogo tra le comunità. Attraverso il patrimonio religioso cattolico e valdese si riescono a costruire delle vie di libertà.

L’arte negli edifici di culto sembra essersi fermata al passato. Quale spazio c’è oggi per gli artisti contemporanei?

Questa frattura tra il mondo artistico e religioso si può comporre nel momento in cui si recupera l’utilità di questo patrimonio per la comunicazione di sé. Occorre riuscire a superare le paure reciproche e comprendere quali strade si possono percorrere perché la nostra idea di comunità credente possa essere tradotta e declinata in espressioni d’arte: musica, pittura, ma anche teatro.

All’estero ci sono dei grandissimi esempi.

Serve un rinnovamento anche per i musei diocesani?

I musei non devono essere dei depositi ma istituti culturali che dialogano con la comunità, luoghi dove il patrimonio culturale venga utilizzato per decodificare la contemporaneità e essere di stimolo per il futuro. Museo è il luogo dell’ispirazione nel vero senso della parola.

Il museo del domani è un museo dove al centro non c’è la galleria degli oggetti ma il racconto di una storia. E di una storia che non ha un finale. Come tutte le storie del Vangelo.

 

P.R.

 

A sinistra don Popolla con il vescovo di Pinerolo Debernardi

A sinistra don Popolla con il vescovo di Pinerolo Debernardi