14 Agosto 2026
"Il Quadrato nero" del nostro esistere
I Libredì di Vita: parole in libertà all’ora dell’aperitivo
Quest’anno l’estate è torrida e i pensieri faticano a trovare il loro posto ordinato e organizzato. Probabilmente, si è tutti un po’ autistici. Anch’io. Ho bisogno dei miei spazi, dei miei momenti organizzativi, la confusione mi destabilizza e sono ossessionata dai libri, sia da quelli letti e da leggere sia da quelli che, probabilmente, non leggerò mai. Dicono che si chiami “bibliomania”. Anche se, per quanto mi riguarda, non è qualcosa di patologico: amo i libri, le parole scritte in nero su sfondo bianco – questo richiama molto l’opera di Malevič – e il loro profumo è talmente dettagliato da mostrarmi, a occhi chiusi, quale sia la casa editrice che lo ha stampato. Un’arte sopraffina.

E Atena Ferraris lo sa molto bene. Lei che ha bisogno di ben 27 sveglie per organizzarsi la giornata, che prima di uscire deve aver immaginato ogni possibile conversazione improvvisata, che si lascia “distrarre dai dettagli”, che non ama il sole sulla pelle, che ama l’ordine e il rigore a tal punto da amare solo ciò che possiede una struttura chiara e definita – la fisica, l’ingegneria, la matematica, et al. – come i gialli di Agatha Christie. Poi, dulcis in fundo, se ne frega della moda – chi ha problemi con il suo outfit, basta che non la consideri, cosa, questa, da lei preferibile a ogni altra relazione. Odia le conversazioni – appunto – almeno quanto ama la sua rivista online di enigmistica, La Gara degli Indovini. Alice Basso non ha scritto solo un ottimo romanzo – ironico, dialogico, contemporaneo, positivo, illuminante; si nota che l’ho adorato? – ma è anche un perfetto dizionario di enigmistica: se non conosci il poliscambio vocalico, apri il libro a pag. 58 e lo capirai; oppure vai alle pagine 24-26 e comprenderai subito come utilizzare le principali figure retoriche – ecco, magari, non per lo stesso motivo per il quale Atena le ha spiegate.
Non capisco perché, in questi anni, ci sia la corsa alle etichette. Se un bambino è iperattivo – e meno male, fa parte della sua natura di bambino esserlo – è subito classificato come un soggetto con ADHD che, se lo potesse vedere la mia amica Atena – ebbene sì, ormai siamo diventate amiche – direbbe che più che una definizione sembra una sequenza di DNA. Se un bambino è un po’ sulle nuvole – non mi ripeto, ma l’inciso è lo stesso – allora è affetto da autismo, di I grado, ma sempre da autismo. Non so – ma è solo un parere personale – quanto sia necessario sapere di “essere diversi” – perché, checché se ne dica, così ci si sente – anziché imparare tecniche di “sopravvivenza” nella normalità del quotidiano. Certo, non parlo per tutti i casi; vorrei solo far riflettere sugli estremi che, in questi anni, sembrano essere di voga. Chi, anche solo vent’anni fa, aveva il “suo psicanalista di fiducia”? Chi, ai tempi dei miei nonni – leva 1924 – ha mai sofferto della “sindrome di burnout” a causa dello stress accumulato lavorando? Eppure lavoravano più di noi e in modo, certamente, più intenso.
Nella mia vita, ho letto molto, ma pochi personaggi mi sono rimasti impressi nella mente come Atena e Jude. Probabilmente, è perché io trovo un senso profondo anche in coloro che sono considerati dei reietti dal mondo. Chissà quante Atena e quanti Jude esistono realmente. Spero tanto che per ognuno di loro ci sia un angelo che li accompagni e li guidi, come Pippo per Topolino.

Ci sono giorni in cui senti una specie di saudade, di nostalgia verso momenti specifici della vita, quando tutto sembrava semplice e fattibile, quando ogni nuova avventura sembrava essere una convincente idea per il futuro, quando il tempo passava senza che tu te ne accorgessi. Ecco è in quei giorni che io compro Topolino, soprattutto in estate, quando insieme al fumetto escono ancora i mazzi di carte che, tempestivamente, mia mamma mi comprava, passando in edicola ogni mattina, prima di andare in spiaggia. Dev’essere l’età che avanza, a far riflettere sui sensi che si darebbero, oggi, agli eventi passati, quando tutto sembrava un’abitudine. Chissà perché siamo così fissati con l’abitudine. In ogni tappa della nostra vita, definiamo ciò che abbiamo come un avere statico, eterno, ma non imperdibile. Perché se capissimo che tutto può finire, grufoleremmo avidamente ogni attimo e renderemmo ogni picosecondo – e oltre – imperdibile, perché, se l’infinito è infinito sempre e il tempo lo è, è anche vero che un segmento di tempo – il nostro – è finito e scorre inesorabile, senza possibilità di ritorno. Si può richiamare alla mente tutto il nostro tempo, ma non lo si può rivivere; se lo abbiamo perso, esso è perso per sempre.

Ogni tanto, penso che il viaggio sull’Isola Lincoln sia un po’ il viaggio di nascita per eccellenza, perché per crescere si deve imparare a naufragare e, naufragando, ci si rende conto che nessuno è perfetto e che, a detta di Vanessa Incontrada, “la perfezione non esiste”. Si è tutti un po’ naufraghi e un po’ coloni in quella grande isola misteriosa che è la vita, ricca di retroscena e di scoperte, di distruzione, ma anche di creazione geniale, di solitudine che redime e compagnia che travia – e viceversa – di segreti nascosti tra le rocce di una coscienza inesistente e di occhi ciechi che vedono molto bene i fatti altrui. Perché se Itaca è la scoperta del desiderio di un posto da chiamare “casa”, Mavi Pendibene – e anche quest’anno non delude – mostra che una casa esiste ed esiste non perché sia stata costruita, bensì perché ci si ferma, perché in cuor nostro abbiamo compreso ciò che realmente conta per far crescere sano un albero: le radici.

Erica Gavazzi
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