Il sostantivo “conservatore”, come tanti altri termini italiani, nel corso degli anni è stato rivestito di un’accezione negativa. La stessa sorte, del resto, è toccata anche a “medioevo”, diventato, nell’uso quotidiano, e spesso anche giornalistico, quasi sinonimo di arretratezza e barbarie. Queste due parole, al contrario, sono scrigni che racchiudono immense ricchezze.

Conservatore letteralmente (quindi al di fuori dell’ambito politico o della specifica professione museale) è colui che custodisce, che sa tenere in vita ciò che rischia di perire sotto gli implacabili colpi del tempo, dell’istante e delle mode passeggere. Tuttavia non è un dinosauro arroccato nel suo mondo preistorico. Per farmi capire, prendo a prestito ciò che Gesù, nel Vangelo secondo Matteo, dice a proposito di “ogni scriba diventato discepolo”: egli «è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,51). È quanto ha fatto Joram Gabbio nel libro “Cammin di nostra vita”, con competenza (è docente di lingua italiana), garbo (è nella sua indole), e fede vissuta (insieme alla moglie è impegnato nella pastorale famigliare). Attingendo dal tesoro antico e fragile della “Comedia” ha saputo far reagire espressioni e contenuti del passato con la complessità del presente, senza mai cadere nelle opposte tentazioni dell’autocompiacimento letterario da una parte e del superficiale spettacolarismo fine a se stesso dall’altra. Il risultato è uno stimolante e arguto percorso esistenziale che, attraverso l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso, impatta con il “cammin di nostra vita”, prolungando l’intenzione di Dante stesso il quale, in una epistola a Can Grande della Scala, scriveva: «Il fine del tutto e della parte potrebbe essere molteplice, ossia vicino e remoto; ma, tralasciando un minuzioso esame, si può dire brevemente che il fine del tutto e della parte è togliere dallo stato di miseria i viventi in questa vita e condurli allo stato di felicità» (Ep. XIII, 15).

Papa Paolo VI, nel settimo centenario della nascita del sommo poeta, osservava che «la Divina Commedia si presenta come un “itinerarium mentis in Deum”, dalle tenebre della inesorabile riprovazione, alle lacrime della espiazione purificatrice, e, di gradino in gradino, da chiarezza in chiarezza, da fiammante a più fiammante amore, sino alla Fonte della luce, dell’amore, della dolcezza eterna» (“Altissimi cantus”, 1965).

La Comedia nasce nel medioevo – ecco il secondo sostantivo –, in un contesto storico vivacissimo e capace di lasciarci un patrimonio immenso cui ancora oggi fatichiamo ad attribuire il giusto valore. In quel tempo, di cui Dante è simultaneamente figlio, vittima e protagonista, affondano le radici della nostra lingua e di un monumentale impianto teologico con il quale non è possibile non confrontarsi. Eppure ideologie di ieri e di oggi, mosse da una cieca furia iconoclasta, hanno tentato di buttare tra i rifiuti destinati agli inceneritori culturali tutto ciò che di buono il medioevo ha saputo generare. In questo scenario, il lavoro di Gabbio si configura come un ponte illuminato che, anche in una notte senza stelle, è capace di mettere in comunicazione due mondi, separati da più di sette secoli di storia.

Chiude il libro una breve saggio della scrittrice torinese Luisa Paglieri che è pazientemente andata a raccogliere negli scritti danteschi i riferimenti al Piemonte, rari ma mai insignificanti.

P.R.

 

 

Joram Gabbio, Cammin di nostra Vita, Ivo Forza – Vita Editrice, € 12. La copertina del libro è stata realizzata dal pittore pinerolese Luigi Porporato. Il libro è disponibile presso la redazione di Vita Diocesana (Via vescovado, 1), nella libreria Mondadori di Pinerolo e sul sito www. marcovalerio.it, oppure chiamando il numero 0121.37.33.35