4 aprile 2016

La strabiliante e terribile vicenda del rovinoso Crollo della Torre del Castello antico (medievale) di Pinerolo (divenuto Cittadella francese dal Cinquecento) è un evento di indeterminazione storica che sfugge nella sua concreta realtà di effettivo e specificato avvenimento. Infatti ha lasciato un dubbio sull’autentica sua sorte finale, che incredibilmente si è ripetuta, pressoché identica anche nei particolari, dodici anni dopo il primo disastro.

I fatti si sono svolti con estrema similarità: un fulmine si abbatte sulla Fortezza nel 1653 facendo esplodere il Magazzino delle Polveri che danneggia (e demolisce seriamente, e per alcuni totalmente) il Mastio castellaneo; e una folgore cade di nuovo sulla Cittadella, nel 1665, mandando a fuoco un’altra Polveriera che scoppia con violenza, distruggendo buona parte delle costruzioni intorno (e perfino oltre, in tutto il borgo); l’onda d’urto delle due esplosioni arriva fino alla chiesa di San Donato, danneggiandone il portone, e uccidendo parecchie persone.

L’incertezza lasciata da queste due cronache riguarda però il destino reale della Torre antica, collocata al centro della Fortezza (si trattava dell’antico Mastio medievale, svettante isolato e alto nel disteso profilo urbano dell’abitato) che nel primo caso risulterebbe distrutta (e mai più risorta), mentre nella seconda circostanza sarebbe invece sopravvissuta (benché fortemente danneggiata e quasi totalmente caduta) e dunque ricostruita dopo il primo rovinoso evento.

Per dirimere ogni dubbio ho voluto reperire le testimonianze a disposizione, dirette e postume, solidamente convincenti e accettabili, e confrontarle tra loro, per riconoscerne attendibilità e conclusioni opportune e probanti.

A parte la già accennata condizione, curiosa, di profezie e presagi, della reale vicenda storica della caduta del Mastio di Pinerolo tra gli storiografi pinerolesi hanno trattato Goffredo Casalis nel 1847, Domenico Carutti nel 1897, Albino Caffaro nel 1906 (e poi diversi altri autori più recenti), attenendosi alle letture e trascrizioni ormai sedimentate dalle documentazioni raccolte; mentre all’estero ne hanno particolarmente scritto oltre allo studioso parigino – e sedicente “bibliofilo” – Paul Jacob (pseudonimo di Paul Lacroix), anche lo storiografo Pierre Clément nel 1845, e la scrittrice-poetessa Madeleine Tiollais nel 2003; ma soprattutto (per abbondanza di notizie e chiarezza di dati) il docente inglese oxfordiano Charles Drazin nel 2008.

Inoltre, notizie d’epoca riferite all’evento provengono da alcune persone private che commentano vicendevolmente l’accaduto nei loro carteggi epistolari; ed in particolare da Guy Patin (celebre chirurgo francese e letterato, Decano della Facoltà di Medicina di Parigi: la sua importante figura fisica ha fatto da modello fisionomico-comportamentale per il Dottore Thomas Diafoirus nel “Malato Immaginario” di Molière), che «Da Parigi, li 7° Luglio 1665» scrive ad André Falconet (medico lionese divenuto nel 1663 primo curatore sanitario di Madama Cristina, figlia del monarca francese) attesta quanto «Si parla molto qua del fuoco che si è appiccato alle polveri ed ha devastato la cittadella di Pinerolo uccidendo una grande quantità di persone».

Procedendo cronologicamente, per primo è stato dunque Jacob/Lacroix – nel 1840, nella sua celebre “Storia dell’Uomo dalla Maschera di Ferro” – a comunicare che nel «(giugno 1665) il fulmine piombò, in pieno mezzogiorno, sul Dongione di Pinerolo, incendiando la polveriera e facendo saltare una parte della prigione, con molte vittime sepolte sotto le rovine»; cui seguì Clément (nel suo trattato su “Sovrintendenti,  Controllori Generali, e Ministri delle Finanze Celebri” del 1845) a confermare che «Al mese di giugno 1665, un fulmine cadde sulla cittadella di Pinerolo».

Quindi fu la volta, in Italia, dell’abate saluzzese Goffredo Casalis (nella sua vasta opera di “Corografia e Storia della Città e Provincia di Pinerolo” del 1847) ad attestare con maggiori dettagli che «il fulmine addì 23 di giugno del 1665 alle ore 23 italiane piombò sul maschio della cittadella, che […] fu quasi dalle fondamenta rovinato»; e dopo fu Carutti (“Storia della Città di Pinerolo”, 1897) ad affermare, con più circostanzialità, come «Il 23 di giugno 1663» (per questa data si tratta ovviamente di un errore di refuso, sfuggito durante la revisione di stampa, corretto poi in seguito dall’autore) «il fulmine cadde sul maschio della cittadella, scoppiò la polveriera, il castello ne finì […] sfasciato, franarono le caserme vecchie e le case vicine, minò la porta della Comba; perirono quattrocento persone, se i ricordi del tempo non esagerarono» (aggiungendo più avanti che «Il fulmine caduto il 23 di giugno 1665 sulla polveriera danneggiò grandemente la cittadella, di guisa che anche il maschio non fu più abitabile»). In seguito, Albino Caffaro (su “Pineroliensa” del 1906, pubblicata postuma) riportò del «mastio della cittadella, che nel 1665 al 23 di giugno fu colpito dal fulmine, e per l’incendio di un magazzino da polvere fu quasi dalle fondamenta rovinato».

In epoca successiva, furono nuovamente gli stranieri a riprendere l’argomento, e a darne una diversa interpretazione, spostandone l’argomento dal Mastio alla Torre di Prigionia di Fouquet, e quindi ad interpretarne la conseguenza disastrosa riferendola al Torrione Centrale (presunto demolito dal 1653): la Tiollais (nel suo libro su “La Maschera di Ferro” del 2003) scrive che «Nel 1665, un nubifragio imperversa durante la notte su Pinerolo, e un fulmine si abbatte sulla polveriera. L’esplosione danneggia gravemente la torre in cui sono detenuti Fouquet e il suo valletto». Drazin (“L’Uomo che Oscurò il Re Sole”, 2008), invece, espone una più congrua e completa spiegazione documentata («Il mattino del 23 giugno 1665 una tremenda bufera infuriò sulla città di Pinerolo. Un forte fulmine colpì la torre della prigione, incendiando il magazzino delle polveri, che era ancora rimasto lì nonostante le istruzioni specifiche dell’architetto del Re, François Levé, che da due mesi aveva richiesto di spostarlo. In una serie di mirabolanti esplosioni […], la torre e la circostante cittadella vennero ridotte in rovina. Una delle prime persone che arrivò sulla scena del disastro fu un ufficiale della guarnigione acquartierato in città sotto la cittadella, il Luogotenente Nicolas Séverat», che raccontò poi quanto fosse accaduto in una propria descrizione manoscritta).

Quest’ultimo personaggio è lo stesso militare (indicato nel libro di Franco Carminati: “Genesi di un Borgo: Pinerolo”, del 2015), che ha dato un’analoga versione, molto simile e quasi identica, sul precedente crollo del Mastio nel 1653, e che solleva per questa doppiezza di racconto diverse perplessità sulla veridicità della sua testimonianza, nella quale vengono inevitabilmente confusi i due episodi analoghi: infatti (ed è proprio il giudizio di Carminati a riconoscere questa confusione) «nelle memorie di Nicolas Séverat […] la torre centrale del castello […] pare che […] sia crollata in data 3 aprile 1653», e «tuttavia rimangono dei dubbi», poiché la «relazione dell’ufficiale dovrebbe avere una minore attendibilità in quanto […] riporta una notizia riferitagli, poiché lo stesso è arrivato a Pinerolo solo nel 1660», ed ha dunque scritto le sue memorie dell’accaduto successivamente, e almeno 7 anni dopo.

Indipendentemente da tutte queste attestazioni, è indubbio riconoscere che nelle dichiarazioni di Casalis, Carutti, Albino Caffaro, e anche, implicitamente, di Drazin, si parli inequivocabilmente del Mastio (ovvero del torrione centrale dentro le mura del vecchio Castello pinerolese, inglobato nella Cittadella) quale oggetto del crollo, e non della torre di incarceramento del Fouquet, che si trovava nella cortina muraria meridionale della Prigione. Inoltre, in ogni testimonianza dell’evento viene rimarcata  – dagli autori che la riportano – non la totale distruzione dell’isolata torre cilindrica pinerolese, bensì soltanto il suo danneggiamento parziale.

Il che fa pensare ad una non totale rovina del Torrione dopo l’incidente del 1653, e conduce di conseguenza a ritenerne una sua ricostruzione, che la fece durare fino al secondo – più tremendo – abbattimento completo del 1665.

Di questa ipotesi manca soltanto – per un compiuto accertamento dei dati testimoniali sulla eventuale sussistenza del Mastio dopo il proprio primo incidente – l’analisi iconologica delle immagini, tanto planimetriche (rilievi topografico-cartografici e progettuali) quanto tridimensionali (vedute prospettiche) della forma castellare e urbana di Pinerolo, che rimando pertanto ad una prossima trattazione specifica.

 Corrado Gavinelli