21 luglio 2014

Il 28 luglio 1914, ad un mese dall’attentato di Sarajevo, scoppiò il primo conflitto mondiale

Il neutralismo dei cattolici era alimentato dalla parola di Benedetto XV successore di Pio X

Sono ormai trascorsi cento anni dal 28 luglio 1914, quando iniziò la 1ª guerra mondiale che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto risolvere alcuni problemi di frontiere in vari stati europei. Essa fu, invece, all’origine di tutti i nazionalismi, i genocidi e le violazioni dei diritti internazionali che hanno percorso il secolo XIX°.
Tutte le tensioni accumulate in Europa tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 esplosero a Serajevo, quando il 28 giugno 1914 venne ucciso l’erede al trono d’Austria con la moglie. Un mese dopo l’Austria dichiarò guerra al piccolo paese balcanico.
Una dopo l’altra le grandi potenze dell’Europa entrarono nel conflitto: gli imperi centrali (Austria, Ungheria, Germania), poi l’impero ottomano (Turchia) contro l’Intesa (Russia, Francia, Gran Bretagna).
L’Europa cristiana entrò in guerra e i cristiani si scannarono sui vari fronti, fratelli contro fratelli.
Ci fu in taluni stati una euforia per la guerra che era ritenuta di breve durata. Fu, invece, terrificante. Nacque la guerra industriale, che richiamò enorme dispendio di mezzi, di denaro e di forze umane che nessuno forse aveva previsto.
Passarono pochi mesi e già la guerra era impantanata nelle trincee, tra filo spinato e mitragliatrici, pioggia, neve, fango per guadagnare qualche metro di terreno con migliaia di morti. Il fronte andava dal mare del Nord sino al confine svizzero per 750 chilometri, tagliando trasversalmente la Francia.
Gli strumenti di intimidazione sui quali si era fatto tanto conto non spaventarono nessuno e gli uomini di Stato divennero prigionieri delle loro stesse armi.
Tutte le strutture economiche, amministrative e politiche vennero trasformate in miliari e paramilitari. Sorsero intanto i sostenitori propagandisti della guerra.
In Germania nacque “l’unione sacra” nazionale. Molti cattolici tedeschi pensavano che la guerra condotta in alleanza con l’Austria avrebbe portato ad una maggiore influenza tedesca in Europa; molti protestanti ad una più alta valutazione della Riforma e della sua diffusione; altri ad allontanare dai Balcani l’influenza ortodossa.
Gli austriaci volevano conservare il loro impero come baluardo della cristianità e costituire una Polonia indipendente con un re cattolico.
Una vittoria degli Imperi centrali significava un’Europa più pura che avrebbe eliminato il capitalismo anglo-americano.
In Francia la solidarietà nazionale si accentuò giorno per giorno. Era nata l’espressione «non abbiamo più avversari, ci sono solamente francesi».
In Inghilterra la decisione di entrare in guerra era vista come una lotta in difesa della democrazia contro l’autoritarismo e il militarismo che sembravano minacciati dalla crescente potenza militare tedesca.
In Russia i bolscevichi ritenevano che l’ultima delle guerre era quelle rivoluzionaria, con la conquista del potere da parte delle masse operaie, ma l’autoritarismo dello Zar fece accettare la guerra. Così la Serbia non poté sottrarsi al conflitto.
L’Italia all’inizio era incerta e smarrita e il governo (Salandra) aveva dichiarato la neutralità. Ma ben presto nacque e si sviluppò un’aspra polemica tra i neutralisti e gli interventisti.
Sono inizialmente neutrali i socialisti di Turati, i cattolici e i liberali di Giolitti. Interventisti i repubblicani, i liberali conservatori e i sindacalisti rivoluzionari. I cattolici erano neutralisti per principio. Soprattutto erano contro la guerra molti parroci e vescovi. Il neutralismo dei cattolici era alimentato dalla parola di Benedetto XV (1914 – 1922) il quale era succeduto a Pio X, all’indomani dello scoppio della guerra.
Contro la guerra fu Giolitti e i suoi i quali pensavano – e ne avevano motivo – che l’Italia avrebbe potuto raggiungere i suoi obiettivi di riunire alla madre patria le terre irredente soggette all’Austria attraverso trattative diplomatiche che in segreto erano già in corso. Egli poi conosceva il malumore popolare, l’impreparazione militare, le deboli strutture economiche e i rischi che la guerra avrebbe potuto provocare impoverendo ancor più lo Stato perché la mobilitazione generale avrebbe portato al fronte intere generazioni. Riteneva, inoltre, che fosse del tutto inutile sacrificare la vita di mezzo milione di uomini per liberarne circa altrettanti.
I nazionalisti, invece, erano guidati da intellettuali come Papini, che, prima di essere cattolico, aveva invocato come salutare «il bagno di sangue»; Marinetti («La guerra è l’unica igiene del mondo») e D’Annunzio («La guerra è la sagra delle beatitudini»). Erano anche interventisti i democratici con Cesare Battisti e Salvemini che volevano chiudere così il processo risorgimentale in chiave anti austriaca, i socialisti massimalisti con Mussolini in testa, per cui la guerra era opportuna per realizzare la lunga attesa rivoluzionaria. Mussolini, direttore dell’ Avanti che inizialmente aveva polemizzato contro la guerra capitalistica e borghese, nel giro di pochi mesi mutò opinione e, espulso dal partito socialista, trovò aiuti economici da gruppi industriali favorevoli all’intervento ed organizzò i suoi fedelissimi dando vita al nuovo giornale “Il popolo d’Italia”.
Anche nel Presidente del Consiglio Salandra con i ministri Sonnino e Martini finì per prevalere l’idea della adesione alla guerra, per non perdere l’occasione di annettersi il Trentino concludendo così l’opera del Risorgimento.
Il 26 aprile 1915, a Londra venne firmato un Patto con il quale l’Italia si impegnava ad entrare in guerra entro un mese.
L’Austria dapprima era sembrata conciliante su alcune richieste italiane, ma dopo l’entrata in guerra dell’Italia divenne intransigente.
Gli interventisti scatenarono le piazze, D’Annunzio incitò alla violenza e alle spedizioni punitive. Mentre Giolitti dovette rientrare a Torino perché minacciato. Il Parlamento, a stragrande maggioranza, finì per votare il 20 maggio 1915 i pieni poteri al governo Salandra e il 24 maggio 1915 l’Italia dichiarò guerra all’Austria e proclamò la mobilitazione generale.
Le forze neutrali restarono passive e subirono l’iniziativa del Governo e del Re spalleggiati dai nazionalisti scesi in piazza e sempre più violenti.
La guerra era impopolare nel Paese, per nulla compresa, ma gli oppositori cattolici e socialisti non ebbero la sicurezza e la capacità di costruire una politica e una propaganda che potesse frenare e capovolgere le iniziative del governo.
La parola ormai era passata al cannone.

Aurelio Bernardi

Prima Guerra Mondiale