10 Aprile 2026
Artemis II. La Luna come non l'avevamo mai vista
La missione Artemis II rappresenta una tappa fondamentale del programma Artemis della NASA, che ha l’obiettivo di riportare l’essere umano in orbita lunare e, in prospettiva, sulla superficie della Luna e poi su Marte. Artemis II è stata la prima missione con equipaggio del programma ideata per testare nello spazio profondo i sistemi necessari per il futuro sbarco umano sul nostro satellite.
Innanzi tutto, va chiarito che il programma Artemis è completamente diverso rispetto al programma Apollo; in passato, infatti, l’obbiettivo era essenzialmente “piantare la bandiera” sul suolo lunare, a costo di rischi immensi e con investimenti economici spaventosi.
Benché non sia noto al grande pubblico, oggi è in atto una vera e propria corsa verso il nostro satellite naturale. Per decenni la Luna è stata vista soprattutto come un obiettivo scientifico e simbolico. Oggi, però, governi e aziende private la considerano sempre più una potenziale risorsa economica. Il ritorno umano non ha solo finalità esplorative, ma pone le basi per una futura economia lunare, capace di sostenere missioni spaziali e generare nuove opportunità, tecnologiche ed industriali.
La Luna si trova a soli 384.000 km dalla Terra, una distanza relativamente breve in termini spaziali, ha una bassa gravità, che rende più economico il lancio di materiali nello spazio, è ricca di risorse naturali e può fungere da avamposto strategico per l’esplorazione del Sistema Solare
La risorsa più importante individuata finora sulla superficie lunare è il ghiaccio d’acqua, presente soprattutto nei crateri in ombra permanente al Polo Sud. L’acqua può essere utilizzata per il supporto vitale degli astronauti, divisa in idrogeno e ossigeno per produrre carburante ed impiegata per sistemi di raffreddamento.
L’acqua lunare è fondamentale per l’approccio ISRU (In Situ Resource Utilization), cioè l’uso delle risorse direttamente sul posto.
Nonostante sia fondamentale per il futuro dell’esplorazione spaziale, il polo sud lunare è la parte più difficile da raggiungere perché presenta condizioni estreme. Dal punto di vista orbitale è meno favorevole rispetto all’equatore e richiede manovre più complesse e precise. Il terreno è molto accidentato, ricco di crateri profondi e pendii ripidi, che rendono rischioso l’allunaggio. Inoltre, il Sole è sempre basso sull’orizzonte: molte zone sono in ombra permanente, con pochissima luce e temperature sotto i −200 °C. Anche le comunicazioni con la Terra sono difficili.
Un’altra risorsa è la regolite, la polvere che ricopre la superficie lunare. Si tratta di un grosso problema per gli astronauti, è finissima, si infila ovunque ed è molto abrasiva e tossica. Tuttavia, contiene ossigeno legato ai di cui è composta minerali e si pensa di usarla per produrre mattoni e strutture tramite stampa 3D.
L’elio‑3 è un isotopo raro sulla Terra, ma relativamente abbondante sulla Luna. Sarebbe il combustibile per future centrali a fusione nucleare, perché produce molta energia e genera pochi rifiuti radioattivi. La fusione con elio‑3 non è tecnologicamente matura; quindi, il suo sfruttamento è ancora teorico.
Uno degli usi economici più concreti della Luna è la produzione di carburante spaziale. Grazie alla bassa gravità, lanciare razzi dalla Luna richiede molta meno energia che dalla Terra. Questo permetterebbe di rifornire veicoli diretti verso Marte, creare una sorta di “stazione di servizio spaziale” e ridurre i costi delle missioni interplanetarie.
In futuro, la Luna potrebbe ospitare officine e cantieri per costruire satelliti, telescopi giganti, moduli abitativi spaziali, pannelli solari orbitanti e molto altro. Costruire nello spazio evita i limiti imposti dal lancio terrestre, come dimensioni e peso.
La Luna non è destinata a diventare una “miniera spaziale” nel senso tradizionale, ma una piattaforma economica e tecnologica per l’esplorazione umana rappresentando un passaggio obbligato per il futuro dell’umanità nello spazio.
In questo senso Apollo ha dimostrato che possiamo arrivarci, Artemis vuole dimostrare che possiamo restarci e andare oltre.
Dopo questa lunga ma doverosa premessa torniamo alla nostra missione.
Artemis, Artemide è una dea della mitologia greca, figlia di Zeus e Leto, e sorella gemella di Apollo. È la dea della caccia, della natura selvaggia e degli animali, spesso raffigurata con arco e frecce. Con il tempo viene associata anche alla Luna, mentre Apollo rappresenta il Sole. Artemide è una dea vergine, indipendente e severa, protettrice delle giovani donne e delle nascite. Punisce chi non rispetta la natura e le sue leggi. Il suo nome è stato scelto per il programma spaziale Artemis, dedicato al ritorno dell’uomo, e della prima donna, sulla Luna.
Il lancio è avvenuto con lo Space Launch System (SLS), il più potente razzo mai costruito dalla NASA. Il suo sviluppo inizia all’inizio degli anni 2010, con l’obiettivo di dotare gli Stati Uniti di un vettore in grado di portare carichi pesanti e astronauti oltre l’orbita terrestre bassa. È alto circa 98 metri e al momento del lancio pesa circa 2.600 tonnellate. È costituito da un Core Stage, con quattro motori RS‑25, derivati dallo Space Shuttle alimentati a idrogeno e ossigeno liquidi e due booster laterali a propellente solido, anch’essi evoluzione di quelli dello Shuttle.
Una curiosità: tutti motori che hanno lanciato Artemis II avevano già volato diverse volte nello spazio con lo Space Shuttle. Uno di loro, E2047, ne ha fatti 11, incluso l’ultimo volo dello Shuttle, nel 2011, con la missione STS135. Un altro, E2062, ha componenti usati nel primo volo dello Space Shuttle, STS 1 Columbia, nel lontano 1981.
Quindi, in modo molto poetico, il primo ritorno a viaggi lunari con umani, è stato spinto da motori del primo e ultimo volo del programma Space Shuttle (1981-2011).
Ovviamente tutti i motori sono stati modernizzati e aggiornati con componenti avanzate, per tirare fuori tutta la potenza necessaria.
Il secondo stadio o Interim Cryogenic Propulsion Stage (ICPS), fornisce la spinta per l’iniezione verso la traiettoria lunare.
La capsula Orion, l’erede dell’Apollo, è il veicolo che trasporta l’equipaggio. Il suo sviluppo è iniziato nel 2006 ed è frutto della collaborazione tra NASA e Agenzia Spaziale Europea (ESA).
Il modulo dell’equipaggio di Orion è la parte della navetta destinata a ospitare gli astronauti durante le missioni del programma Artemis. Ha una forma conica ed è l’unico elemento che rientra sulla Terra. Può trasportare fino a quattro astronauti e contiene comandi di volo, sistemi di comunicazione e supporto vitale per aria, pressione e temperatura. È progettato per missioni nello spazio profondo e offre una maggiore protezione dalle radiazioni rispetto alle capsule precedenti. È dotato di un grande scudo termico per resistere alle altissime temperature del rientro atmosferico e di paracadute che permettono un ammaraggio sicuro nell’oceano.
Il modulo di servizio di Orion (European Service Module) è la sezione posta dietro il modulo dell’equipaggio ed è fornito dall’Agenzia Spaziale Europea (ESA). Non trasporta astronauti, ma è fondamentale per il funzionamento della navetta. Fornisce energia elettrica tramite pannelli solari, propulsione per le manovre nello spazio e sistemi di controllo termico. Contiene anche carburante, ossigeno e acqua necessari al supporto vitale dell’equipaggio. Il modulo di servizio permette a Orion di viaggiare nello spazio profondo, effettuare correzioni di traiettoria e tornare verso la Terra, garantendo autonomia e sicurezza durante le missioni Artemis.
Molte componenti di ESM parlano italiano; Leonardo realizza i pannelli fotovoltaici che compongono le quattro “aIi” del modulo di servizio: queste misurano sette metri ciascuna e sono in grado di erogare circa 11kW complessivi per l’alimentazione dell’elettronica di bordo. Sempre in Italia vengono prodotte le unità elettroniche che servono per il controllo e la distribuzione di energia al veicolo spaziale. Thales Alenia Space ha invece curato la realizzazione della struttura del modulo ESM e dei sottosistemi critici; compreso il sistema per la protezione dai micrometeoriti e il controllo termico.
Artemis II è stata una missione circumlunare con equipaggio, senza allunaggio. Dopo il lancio ha compiuto un viaggio di diversi giorni portando gli astronauti a orbitare attorno alla Terra e successivamente a dirigersi verso la Luna. Lo scopo della missione è verificare il funzionamento di tutti i sistemi di bordo con equipaggio, testare la navigazione, le comunicazioni e il supporto vitale nello spazio profondo e validare le procedure operative in vista dell’allunaggio delle future missioni Artemis
La missione rappresenta l’equivalente moderna di Apollo 8, che nel 1968 fu la prima a portare astronauti attorno alla Luna.
Dopo il decollo, il razzo ha portato la navetta Orion in orbita terrestre, dove sono avvenuti i contri sui sistemi di bordo e le condizioni dell’equipaggio.
Successivamente Orion ha compiuto la manovra di iniezione translunare, lasciando l’orbita terrestre e dirigendosi verso la Luna. Durante il viaggio, della durata di alcuni giorni, gli astronauti hanno testato i sistemi di supporto vitale, le comunicazioni e le manovre di controllo.
Raggiunta la Luna, Orion ha eseguito un sorvolo circumlunare, passando a poche migliaia di chilometri dalla superficie. In questa fase ha sfruttato la fionda gravitazionale lunare, che modifica la traiettoria senza consumare carburante.
La missione ha seguito una traiettoria di rientro libero, che garantisce il ritorno verso la Terra anche in caso di guasto ai motori. Nell’ultima fase, Orion è rientrata nell’atmosfera terrestre ad altissima velocità, protetta dallo scudo termico, concludendo la missione con un ammaraggio nell’oceano.
La fionda gravitazionale (o gravity assist) è una manovra che sfrutta la gravità di un corpo celeste per modificare la velocità e la traiettoria di una navicella spaziale senza consumare carburante.
Nel caso di Artemis II, la navetta Orion ha utilizzato la gravità della terra per cambiare direzione aumentare la velocità per essere lanciata verso lo spazio profondo. La gravità della luna è servita per rallentare e impostare correttamente la rotta di ritorno verso la Terra
Questa tecnica è utilizzata da decenni nelle missioni spaziali ed è fondamentale per rendere possibili i viaggi interplanetari.
La missione Artemis II ha seguito una traiettoria di rientro libero (free-return trajectory), una scelta particolarmente importante per la sicurezza. Si tratta di una traiettoria che riporta automaticamente la navicella verso la Terra grazie alla sola influenza gravitazionale della Luna, quindi anche in caso di guasto ai motori principali.
Questa manovra aumenta la sicurezza dell’equipaggio perché, in caso di emergenza, Orion potrebbe tornare sulla Terra senza necessità di propulsione e manovre complesse.
La famosa missione Apollo 13 era riuscita a rientrare proprio grazie a questo tipo di traiettoria.
Artemis II rappresenta un passaggio cruciale nel ritorno dell’umanità verso la Luna. Grazie al potente razzo SLS, alla sofisticata navetta Orion e a tecniche collaudate come la fionda gravitazionale e la traiettoria di rientro libero, la missione pone le basi per una nuova era dell’esplorazione spaziale umana, più sostenibile e proiettata verso Marte.
Osservando le pazzesche immagini pubblicate in diretta dalla NASA non è possibile non comprendere che la nostra esistenza non è che un effimero respiro nel cosmo. Cerchiamo di rendere meraviglioso il nostro breve cammino in questo universo.
Massimiliano Motta
LASCIA UN COMMENTO
Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. Visualizza l'informativa privacy. I campi obbligatori sono contrassegnati *