14 Luglio 2026
All’agorà del senso. Un dibattito filosofico tra una fenomenologia del senso e un’estetica dell’essere.
Quando il bene brucia
Quando trovo qualcosa di difficile riflessione, vado nel bosco. Perché gli alberi sussurrano sempre all’anima ciò che il caos cittadino nasconde alla mente. Oppure mi immergo tra le vie desolate di una città al tramonto e mi perdo nella natura che sempre meraviglia e incanta. È il mio risveglio, come lo definisco io, che mi ricorda che sono io il mio Io, non viceversa.

Che cosa può rendere salato il sale se è diventato insipido? Che cosa può realmente svuotare un essere già svuotato? Se io sento il vuoto, significa che ce l’ho dentro e se ce l’ho dentro significa che ho eliminato ciò che, prima, riempiva quel vuoto. È un po’ come la storia del buio: il buio come ente fisico non esiste; è solo assenza di luce, come sosteneva Einstein. E per il vuoto è lo stesso: è solo assenza di materia o almeno così come esso è descritto dalla fisica quantistica. Ma chi l’ha tolta questa materia? Chi o cosa ha svuotato dal tutto una sua parte?

In astrofisica, escludendo ogni trascendentalismo, solo i buchi neri sono capaci di fare questo. Il mondo terreno, metafisico, non possiede nulla capace di fare quello che nell’universo vien fatto dai buchi neri.
Utilizzando un linguaggio di matematica elementare, se “non A è vera” allora “A è falsa”: non esiste nulla al mondo che abbia in sé la capacità di gravitare al suo interno materia degli altri esseri, ovvero, non esiste nulla al mondo capace di svuotare un’esistenza.

Quello che ciò ne consegue è che qualcosa mi può svuotare se e solo se io sono già vuota, perché il vuoto è un ente infinito e in quanto infinito, secondo il teorema di Cantor, quell’insieme può raggiungere una cardinalità infinita maggiore. In parole povere, non esiste nulla al mondo di materiale che abbia in sé la capacità di attrarre – e, quindi, togliere – qualcosa da noi, svuotandoci, letteralmente.
Ciò avviene esclusivamente quando l’essere si avvicina a un ente che sembra “mancargli”, perché quell’ente attrattivo funge da magnete della materia leggera di quell’essere e più la massa dell’ente è elevata e più gli è vicino, più la forza attrattiva di quell’ente sarà grande.
In sintesi: nulla svuota in ciò che esiste se non ciò a cui l’essere stesso permette di farlo. Per esempio, se io trovo pesante essere madre di un bimbo iperattivo, ciò non significa che sia il bimbo iperattivo a svuotarmi delle mie energie; sono io che, partendo da una posizione di chiusura verso ciò che io “ritengo troppo”, mi svuoto di tutta una serie di energie – che avrei e che servirebbero per svolgere al meglio il mio essere madre di un bimbo iperattivo – e quello svuotamento, mi fa sperimentare un vuoto in vari ambiti, ma questo vuoto non è un ente che può definire ciò che nutre da ciò che svuota, perché sono io che mi svuoto, non l’iperattività del figlio. Per rendere il tutto più comprensibile, è come se fossero i nostri pensieri – derivati dalle nostre concezioni, dalla nostra cultura, dalle nostre tradizioni – a mostrarci e presentarci il mondo; quindi, ciò che è necessario per trovare la Felicità – e permanere in essa – è trovare la Verità nella e della nostra vita e poi non tradirla mai, rimanerci fedele a ogni costo. Ecco perché è vero che il mondo non è un luogo di semplice tentazione, ma, al contempo, è vero anche il contrario. Dipende da ciò che l’essere definisce per Verità e dalla sua volontà di rimanerci fedele.

Lo descrive molto bene uno psichiatra che apprezzo molto, Viktor Emil Frankl, quando, in La sofferenza di una vita senza senso, scrive: «Se l’uomo non osserva attentamente la realtà che lo circonda, rischia di diventare ciò che gli altri vogliono che egli diventi. Alienato da se stesso e sottoposto a una società consumistica, che vanifica tutti gli autentici valori, facendo risaltare unicamente la capacità di sfruttamento e di godimento, l’uomo dimentica coloro che lo circondano e si concentra unicamente su se stesso». V.E. Frankl è stato un grande uomo pensante, un filosofo e un sociologo di grande profondità riflessiva e logoterapica (intesa qui come – da accezione greca – “ricerca di senso”, là dove un senso non sembra ci sia), che ha vissuto gli orrori dei campi di concentramento per due anni e mezzo, sostenendo che «l’essere umano è capace, anche nelle peggiori condizioni della vita, di mutare una tragedia personale in un trionfo».
La fedeltà – nell’accezione descritta dall’autore del libro nel precedente articolo (https://www.vitadiocesanapinerolese.it/senza-categoria/allagora-del-senso-un-dibattito-filosofico-tra-una-fenomenologia-del-senso-e-unestetica-dellessere-2/ ) – è fedeltà proprio perché non si interrompe, è la sua “conditio sine qua non”. A livello etimologico la parola “fedeltà” riguarda strettamente l’azione del legare – che, di questi tempi, non piace più a nessuno; è quel legame che ci fa rimanere anche quando tutto vacilla. E, in questo senso, richiama anche la fede, il non visto, ma sperato, quel legame che esprime una certezza illimitata. La fedeltà è un atto divino, per ciò che rappresenta e per ciò che descrive.

La logica che sta dietro alla parola fedeltà è molto fine, ma precisa: è quella certezza che ti spinge a rialzarti sempre, a credere che nulla svuota se non quello che vuoi tu; che ci sia qualcosa di più grande di ciò che l’essere umano pensa e schematizza, relega e categorizza come vuoto e come mancanza; è la certezza che non esistano solo il bianco e il nero nel gradiente che definisce la Felicità da ciò che non lo è, e questo perché alla fine di un giorno nero di nuvole gravide di pioggia, si è scoperto l’arcobaleno, in tutta la sua ricchezza di luce e di colore, in tutta la sua meraviglia.

E vivere nella certezza che ci sono – e ci saranno sempre – tanti arcobaleni almeno quanti sono i giorni di pioggia, significa vivere Felici, senza pretese e senza dubbi. Perché l’arcobaleno non consuma. L’arcobaleno dona consolazione e gioia. Sono le nostre aspettative che prosciugano le gocce di pioggia che normalmente, attraversate dal sole, permettono al miracolo di compiersi e permanere. È quando si vuole eliminare la sofferenza – come se fosse il peggior male dell’umanità – quei giorni grigi, bui, terribili, che gli arcobaleni vengono spazzati via e non esistono più se non in piccoli specchi d’acqua che riflettono ancora la luce. È in questo vivere da gocce di pioggia in giornate assolate che dimora la Felicità, quella felicità vera, profonda che si sa attendere quando il sole sembra essere nascosto. È interessante che nelle lingue anglofone, l’arcobaleno sia definito rainbow, “arco di pioggia”.

E per Felicità, parlo di quella felicità fuori dalla quale «nessun vero si spazia» (Paradiso, Canto IV, 126), perché «e’ n la sua volontade è nostra pace» (Paradiso, Canto III, 85). Perché la vera felicità non sta nell’essere un raggio di sole in mezzo a tanti altri raggi di sole, ma nell’essere lo spettatore curioso dell’incontro di una serie di gocce di pioggia – che attraversano il cielo – con un raggio di sole che arriva a toccare il suolo. Tutto il resto è hevel, un soffio. Perché la Felicità non risiede nella libertà quacumque ratione, bensì nel vivere il Tutto che non consuma realmente, brucia ma non consuma, come il roveto ardente di Mosè.

Difficile pensare a un fuoco che brucia, ma non consuma; difficile, perché richiede di andare oltre alla logica razionale del “bene se mi fa bene” e del “male se mi fa male” che caratterizza l’essere umano. E questo perché si pensa che la verità sia qualcosa di soggettivo, qualcosa che può definire la mia felicità in base a tutta una serie di regole e concezioni auto-prestabilite.

La Verità è una ed è oggettiva (come sosteneva anche Platone, Kant e tanti altri filosofi) e siamo in grado – se lo vogliamo – di percepirla come oggettiva, di conoscerla e di raggiungerla, a prescindere da ciò che proviamo o sentiamo (come ha sostenuto, a suo tempo, Cartesio), seppur non in modo completo, come ha sottolineato Leibniz. E la Felicità deriva direttamente da questa Verità (si veda, estrapolandolo da un contesto religioso, l’enciclica Caritatis in Veritate di Benedetto XVI). In questo caso – e solo in questo – ritengo vero il fatto che la fedeltà alla Verità trasforma – non chiede, non domanda, ma trasforma – immediatamente a immagine di quella Verità. Ecco perché non esiste una disponibilità distruttiva: la disponibilità è definita in base a quella Verità, non in base a ciò che io ritengo sia edificante o meno. La disponibilità – per definizione – non è una parola di edificazione personale: «L’uomo realizza se stesso nel servire una cosa o nell’amare una persona […] Egli può realizzarsi solo nella misura in cui si dimentica» (V.E. Frankl, La sofferenza di una vita senza senso. Psicoterapia per l’uomo di oggi). Si veda l’esempio dell’occhio sempre in ibidem. La disponibilità è una parola altruistica, che dona senza pretendere, perché quel donare riempie di gioia; non è un ulteriore impegno che segno nel calendario e che affolla le mie giornate affollate di impegni; è cura, dedizione, amore verso qualcuno che può deludermi, perché è altro da me – se già io stessa posso deludermi quando non seguo quella Verità, come posso pretendere di definire l’altro in base al mio grado di aspettativa nei suoi confronti? Essere adulti maturi che conoscono quale sia questa Verità non significa cancellare ciò che pensiamo ci svuoti (per lo stesso motivo di cui sopra), ma risiede in questo saper dire di no a ciò che può essere più edificante per noi anziché per l’altro. Infine, si può affermare con certezza assoluta di essere veramente maturati nella Verità, quando questa scelta, concretizzata, fa nascere in noi la Felicità. Questo – e solo questo – è ciò che permette alla vita di durare senza tradirsi. Ed è l’unica strada per sperimentare davvero – e, dunque, conoscere – la Felicità. Tutto il resto è hevel, soffio. Perché nulla che non sia Vita può donare vita a chi vuole “essere vivo”, non solo “essere vivente”, citando, in un certo senso, D’Avenia. Di conseguenza, se si vuol sperimentare la Felicità, la si può ritrovare solo in se stessa, perché nulla che non sia la Felicità può donare felicità vera.
Erica Gavazzi
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