È in mostra, nella Reggia di Venaria, il modello di fusione della famosa statua equina progettata dal genio vinciano e riprodotta dal Laboratorio Antiqua a San Secondo di Pinerolo Dopo la magistrale riproduzione (anch’essa in bronzo – come prevedeva l’originale cinquecentesco di Leonardo Da Vinci mai realizzato – del colossale Cavallo progettato per la grandiosa statua equestre di Francesco Sforza) forgiata tra il 1995 ed il 1999 in due contemporanee copie seguite dalla scultrice Nina Akamu e rispettivamente collocate una in Italia a Milano (all’Ippodromo di San Siro) e l’altra a Grand-Rapids in USA (nel Parco delle Sculture), un terzo esemplare equino di quell’opera –nella sola sua parte della Testa – è stato realizzato (in legno verniciato con tintura bronzea) da Luciano e Silvia Paschetto nei laboratori della Ditta Antiqua in San Secondo di Pinerolo, ed esposto tra i materiali documentari e storici della Mostra sull’opera del grande artista fiorentino (Leonardo. Il Genio, il Mito) aperta giorni fa a Venaria.
La maestosa sagoma ippica esposta nelle Scuderie Juvarriane delle Reggia venariana, è però una parte soltanto della più completa statua equestre pensata da Leonardo per il fondatore della Casata Sforza; del quale suo figlio Ludovico (il Moro) aveva voluto l’esecuzione celebrativa di una eccezionale scultura, affidata appunto al Da Vinci nel 1482, che ne produsse immediatamente il disegno l’anno dopo (1483) e dovette però poi rielaborarla nel 1490 concludendone i progetti dopo altri quattro anni (nel 1494).
La ricostruzione pinerolese riproduce la reticolare struttura in ferro che doveva servire a formare la testa del cavallo esattamente come il Da Vinci l’aveva disegnata nel 1493, per colarvi il bronzo di fusione: un grandioso edificio scheletrico alto otto metri, che lo scenografo della mostra, Dante Ferretti, ha pensato di utilizzare come installazione agibile, e ambiente percorribile, per esporre, e visitare, nel proprio interno vuoto, alcuni dei più importanti capolavori leonardeschi, tra cui lo splendido Autoritratto del 1515.
Per arrivare alla definizione di questo capolavoro equino, Da Vinci si riversò in un forsennato impegno di analisi e lavorazione, attuando la esemplare serie degli studi anatomici preparatori (realisticamente ripresi dalle fisionomie dei cavalli sforzeschi presenti nelle varie scuderie milanesi – di cui l’artista riproduce le selezionate porzioni più perfette – ricordandoli ognuno addirittura con i loro singoli nomi), degli schizzi e disegni di composizione, dei cartoni e delle prove pittorico-scultoree (compresi tre modelli tridimensionali: il primo in gesso, già nel 1483, di dimensioni ridotte per presentarne l’immagine al committente; e gli altri due in argilla – rispettivamente del 1490 e del 1492/93 – in straordinaria grandezza reale per la fusione metallica).
Nella iniziale concezione del monumento, il destriero leonardiano (rimasto poi isolato, e rappresentato in una maestosa postura solenne e al passo), doveva impennarsi dinamicamente e venire – ovviamente – sormontato dalla figura del condottiero, come nella sua prima versione scultorea viene disegnato nel 1483 in una sagomazione stilistica ancora di ripresa classico-antica; che nelle versioni sucessive (a causa della difficoltà di forgiatura della forma contorta, Leonardo cambiò, nel 1490, in una seconda soluzione con una disposizione più pacata e distesa (quella che venne poi proseguita, ma senza il suo cavaliere), e tuttavia completamente originale, perché non più basata sul repertorio classicistico, bensì in una totale naturalezza oggettiva, il cui concreto realismo raffigurativo inneggiava alla potenza e maestosità dell’animale vero, nella sua bellezza corporea non idealizzata.
Aveva già preparato tutti i disegni tecnici per la fusione (l’armatura della statua – che si può vedere in mostra nella copia pinerolese – per ricoprire, in pezzi distinti da poi giuntare in seguito – il modello finale in creta su cui eseguire la colata di bronzo, e perfino il locale dove eseguire l’operazione delle iniezioni del metallo), quando nel 1494 tutto l’enorme materiale bronzeo raccolto (300 tonnellate) per forgiare la statua dovette venire spedito di fretta a Ferrara, per essere utilizzato nella costruzione di armi e artiglierie da impiegare contro l’invasione in Italia del Re di Francia Carlo VIII: vanificando così un sogno esecutivo unico, ed annullando la creazione di un eccezionale capolavoro artistico (la cui immagine fisica, almeno, possiamo consolarci di vedere nelle sue riproduzioni odierne, totali di Milano e Grand-Rapids, o parziale come quella dei Paschetto di Pinerolo).
Oltre all’episodio – del tutto casuale – di rapporto con il Pinerolese per l’esecuzione della copia equina effettuata a San Secondo, un altro interessante riferimento al territorio pedemontano ha coinvolto la figura notoria di Leonardo: ed è la sua presenza a Barge, testimoniata da un documento scritto, direttamente stilato da lui, nel 1511, di cui finora è stato messo sempre in dubbio se riportasse una notizia estranea alla presenza leonardiana sul sito di cui l’artista fiorentino riferiva, oppure se diversamente riguardava una effettiva frequentazione del posto da parte di chi ne scriveva (ovvero il Da Vinci).
È indubbio che Leonardo abbia citato il Monte Bracco (nel Manoscritto G però, e non – come viene erroneamente riportato dagli storici locali – nel Manoscritto B: di cui inoltre quest’ultimo documento non sta – secondo quanto viene riferito sempre dai cronisti pinerolesi – all’Archivio Nazionale di Parigi, trovandosi entrambi nel parigino Istituto di Francia) con le ormai note parole variamente riportate e trascritte, e che io espongo nella interpretazione di lettura più plausibilmente giusta: «Monbracho sopra saluzo sopra la certosa un miglio a piè di Monviso a una miniera di pietra faldata la quale e biancha come marmo di carrara senza machule che e’ della dureza del porfido obpiu delle quali il compare mio maestro benedetto scultore a impromeso donarmene una tabulletta x li colori. Adì 5 di genaro 1511” cui a parte si vede aggiunta la postilla “Perottino da’ turino na alcune chesso – berettine forte dure».
L’amico Giorgio Di Francesco sostiene che «Leonardo non percorse mai i sentieri del Monte Bracco», ma il biografo leonardesco Pietro Marani fa intendere invece che il Da Vinci vi fosse stato di persona («Il 5 genn. 1511 era ai piedi del Monviso»); mentre lo storico Carlo Pedretti (curatore tra l’altro della Mostra alla Venaria) riferisce che l’artista fiorentino potrebbe esserci stato – com’era per gli altri itinerari alpini percorsi da Leonardo – «a dorso di mulo».
Anche io sono di questa ultima opinione di una reale presenza leonardiana a Barge; poiché ulteriori notizie (e precisabili deduzioni) sono collegate a questa vinciana frequentazione delle Alpi Cozie e nella località bargese. Ma sui viaggi di Leonardo – ipotizzabili e reali – effettuati in Piemonte e in Francia (dove il mitico genio si è poi stabilito fino alla morte) mi riprometto di trattare in una prossima occasione di più estesa possibilità critico-descrittiva.

Negli ultimi anni della sua vita, il Da Vinci ha compiuto almeno 4 percorsi oltralpini, tra Piemonte (e Liguria forse), Svizzera, e Francia

Oltre alla limitata scalata del Monte Rosa (in verità si è fermato soltanto alle sue pendici, probabilmente a Gressoney) di cui Leonardo scrive nel 1516, mentre si recava – nel suo ultimo viaggio alpino – ad Amboise (per fermarsi definitivamente e morirvi nella propria dimora al Castello di Cloux, tre anni dopo), le escursioni montane del Da Vinci sono state almeno 4 (di cui si possa dare certificazione, documentata o congetturata), e tutte effettuate nell’ultimo decennio della propria vecchiaia (tra 1507 e 1517), prima della morte, avvenuta nel 1519.
I luoghi toccati – e nominati – non sono molti, ma con tragitti diversificati e complessi.
Innanzitutto viene la già trattata vicenda della presenza a Barge di Leonardo, i cui aspetti generali occorre riprendere per poterne con opportunità sviluppare le deduzioni necessarie a stabilire se il Da Vinci fosse veramente stato in quel luogo e nei dintorni del Monviso sul Monte Bracco, oppure ne avesse soltanto dato notizia in un suo appunto descrittivo.
Giorgio di Francesco (storico bargese e del territorio circostante) opina che «Leonardo non percorse mai i sentieri del Monte Bracco»; eppure esistono indizi e circostanze precise che possono fare credere – come ritengo – il contrario. Non solamente per l’autorevole parere del biografo leonardesco Pietro Marani (il quale afferma che il Da Vinci vi fosse stato di persona: “il 5 genn. 1511 L. era ai piedi del Monviso”), e per le analisi espositive di Luigi Firpo (uno dei maggiori conoscitori davinciani) dalle quali si ricava che il grande personaggio toscano possa essersi recato alla galleria del Buco di Viso (sul Colle di Traversette) “a dorso di mulo”; ma soprattutto per l’esame testuale del manoscritto leonardiano, che mostra, nella sua esposizione e nei toni di descrizione, una certa conoscenza dei luoghi citati.
Il brano di Leonardo è il seguente (e lo riporto nella sua trascrizione più attendibile quella cui concordano anche il Marani e il Firpo), poiché per certi aspetti altre versioni sono risultate inaccettabili o incongruenti: «Monbracho sopra saluzo sopra la certosa un miglio a piè di Monviso a una miniera di pietra faldata la quale e biancha come marmo di carrara senza machule che e’ della dureza del porfido obpiu delle quali il compare mio maestro benedetto scultore a impromeso donarmene una tabulletta x li colori. Adì 5 di genaro 1511»; e separatamente contiene, più discosta, la postilla «Perottino da’ turino na alcune chesso – berettine forte dure».
È proprio questa ultima aggiunta che è stata più malamente martoriata nelle interpretazioni dei critici, perché il Perottino ricordato (che ovviamente è il nome dello scalpellino, o del negoziante, di pietre indicato con il tipico diminutivo – dialettale – di lavoratore della pera, ovvero la pietra, in italiano; oppure si tratta di una persona che – come avveniva comunemente a quell’epoca e anche dopo – professava entrambi quei ruoli di operaio e venditore) è diventato “Arrutino” (nelle trascrizioni più diffuse) e addrittura “Teottino” (per Anna Maria Brizio) o “Trottino” (Carlo Ravaisson-Mollien) e perfino “Tamburino”.
Di questo anonimo lapicida poi, io suppongo che risiedesse proprio a Barge, e non a Torino come potrebbe dedursi dallo scritto del Da Vinci: perché si deve intendere che, se egli dal capoluogo piemontese giustamente proveniva, era denominato da Torino allo stesso modo con cui Leonardo lo è da Vinci.
Tornando alla frase leonardiana, la presenza in essa della data così precisa, e dei siti citati con sicurezza (soprattutto la Certosa di Trappa, che in questo modo può essere ricordata soltanto da chi conosceva quei posti), possono indurre a pensare che sapesse di quali luoghi elencava, e vi fosse davvero stato all’inizio del 1511; e quindi che aveva frequentato il Mombracco e le sue cave di pietra bargiolina passando necessariamente da Barge per andarvi, dove probabilmente in quel paese pernottava (essendo questa la località più vicina alle miniere di estrazione lapidea, e particolarmente comoda per poterle quotidianamente visitare).
Un’altra più esplicita riprova della presenza “in loco” di Leonardo nella zona del Monviso, proviene comunque da un’ulteriore sua testimonianza più assertoria, contenuta nel codice Leicester, nella quale egli riporta una precisa constatazione di propria diretta esperienza sul posto («Questo vedrà, come vid’io, chi andrà sopra Mon Boso, giogo dell’Alpi che dividano la Francia dall’Italia»), che lascia però il solo dubbio della reale localizzazione del sito citato: perché il Mon Boso, o Momboso, è sempre stato identificato con il Monte Rosa; ma giustamente il Firpo (già nel 1975) non solo lo ha riportato al Monviso (e chiunque comunque sa che il Rosa non ha mai diviso – e neppure nell’antichità – i versanti italiani e francesi), bensì anche ne ha ampliato la possibile attribuzione al nome Mon Buso, ovvero il “Monte Bucato” che, sul Colle di Traversette, con una lunga galleria penetrante nella pietra montana, era stata fatta scavare (primo traforo alpino di connessione franco-italiana della storia) tra il 1479 ed il 1480 (su progetto del 1478 degli ingegneri Martino Albano e Baldassarre Alpeasco) dal Marchese di Saluzzo Ludovico II per raggiungere più velocemente il versante francese altrimenti bloccato dagli impervi pendii rocciosi.
In questo viaggio del 1511 – che sarebbe tuttavia il secondo, in ordine cronologico – il Da Vinci avrebbe attraversato il confine francese dal Buco di Viso (anche per soddisfare la sua curiosità di vedere quell’opera particolare e unica), ma non esistono testimonianze su un eventuale suo maggiore inoltramento in terra di Francia.
Invece il primo tragitto alpino eseguito dal Da Vinci è avvenuto nel 1507, quando Leonardo – divenuto “ingegnere ordinario” (ovvero istituzionalmente nominato) del Re francese Luigi XII – fu incaricato di sistemare il forte di Locarno con uno sporgente rivellino difensivo, di cui esiste un bellissimo disegno proprio di quell’anno.
Questa escursione svizzera è stata un viaggio tutto sommato non molto impegnativo (come quello poco fa narrato – forse più consistente – di quattro anni dopo eseguito alle cave del Monte Bracco). Diversamente, si deve considerare piuttosto faticoso e arduo il percorso successivo del 1515, costituente il Terzo Viaggio alpino leonardiano, avvenuto in diverse località: inizialmente – a Luglio – andando a Lione per i festeggiamenti pubblici in onore del nuovo monarca di Francia, Francesco I; e poi recandosi – in una missione richiesta dallo stesso sovrano francese – per lavorare al rifacimento del vecchio Castello di Romorantin (vecchia dimora della famiglia regale, cui il Re era alquanto affezionato, perché vi aveva vissuto da giovane con la madre Luisa di Savoia e poi con la moglie Claudia di Francia) di cui il Da Vinci lasciò alcuni schizzi di rilevamento e progetto (come già riferisce, nel 1710, il cronista Jean-François Bidaults).
In quella occasione Leonardo non ritornò dal medesimo percorso dell’andata perché – trovandosi inoltrato nella Loira – volle spingersi invece a Ginevra, e procedere lungo il Vallese verso il San Bernardo, traversando quindi la Valle d’Aosta lambendo il Gran Paradiso, e raggiungendo infine Ivrea (di cui resta una secca, ma ammirata, descrizione paesaggistica del territorio eporediese e del suo Naviglio che lo attraversa uscendo dalla Dora Baltea – “facto dal fiume Doria” – contornato dai suoi profondi monti occidentali: “Montagne d’Ivrea nella sua parte silvagia verso tramontana”), da dove, senza sosta, proseguì quindi verso Roma discendendo per la Pianura Padana e nell’Italia Centrale.
Meno sofferto e lungo è stato quindi il Quarto Viaggio leonardesco, l’ultimo che potè concedersi, quello della Estate del 1517 (e non del 1516, come certi storici hanno pubblicato) consumato “sulla strada d’Ambosa” (ovvero di Amboise) – di cui espressamente scrive il Da Vinci stesso nel Codice Atlantico – che lo porterà alla sua ultima residenza, in Francia, nel Castello di Cloux («il di della discensione in Ambosa 1517 di maggio nel Clu»).
In questo conclusivo itinerario dal Piemonte al territorio francese, il genio toscano ha portato con sé, dal 1515, quella tavoletta di pietra sfaldata del Mombracco fattasi procurare dall’amico (e “compare”: e non solo collega, perché Leonardo aveva fatto da testimone di battesimo ad uno dei suoi figli) architetto Briosco (il “maestro bernardo” ricordato nel manoscritto del 1511) in una delle sue tre ultime perlustrazioni tecniche sui terreni saluzzesi – alla ricerca di vetriolo e allume, oltre che di pietre da costruzione –, del 1508, o del 1510, o del 1512).
È con quella esigua – ma resistente e pratica – lastra bargiolina (con la quale l’artista ha sempre poi pestato le polveri dei pigmenti, e mescolato i colori, della propria tavolozza) che mi piace concludere questo itinerario davinciano: pensando che anche la famosa Gioconda (terminata nella sua versione conclusiva proprio tra il 1513 ed il 1515) è stata dipinta con materiali pittorici preparati su quella – modesta ma determinante – “tabulletta” di Barge.

Corrado Gavinelli Il Professore Corrado Gavinelli (a destra) con (da sinistra) Luciano e Silvia Paschetto, e l'architetto Mirella Loik, accanto al modello (ridotto di 10 volte) della Testa del cavallo leonardiano La Pagina del Manoscritto G (all'Istituto di Francia in Parigi) contenente la descrizione leonardiana del 1511, del Monte Bracco (Mombracco) e della Pietra di Barge.