Le informazioni che passavano a mezzo stampa, radio e tv erano terrificanti dati statistici e proclami:

─ Il picco lo si avrà tra sette giorni che poi diventarono dieci, che poi diventarono quindici, che poi diventarono… I contagiati sono tremila che poi diventarono ventimila, che poi diventarono… I ricoveri in terapia intensiva sono cinquemila che poi diventarono dodicimila, che poi diventarono… I decessi sono duemila che poi diventarono seimila, che poi diventarono…

L’influenza ebbe inizio a Ottobre duemila e diciannove in Cina, ma la Cina è una nazione lontana … e poi si sa che i cinesi mangiano solo schifezze (?!?) e a gennaio duemila e venti si posò sull’Italia.

I “più” anziani furono i primi a cadere,

─ ma perché “più deboli” ─ bofonchiava il governo.

Con l’arrivo di febbraio gli aggettivi “più e deboli” non scortavano più l’appellativo “anziani”. A metà mese “Satanasso” divenne PANDEMIA! Le prime a chiudere furono le scuole e poi i bar e i ristoranti, i cinema, i musei e poi le botteghe, gli uffici e le fabbriche e poi e poi tutto fu VIETATO, imprigionati nelle proprie case come criceti ingabbiati, con lo stesso desiderio di LIBERTA’ che il topolino cerca nella sua plastica ruota su cui scorrazza senza sosta.

Satanasso, il male oscuro, attraversò le Alpi e si posò in Francia, attraversò i Pirenei e si posò in Spagna, un balzo e fu in Germania, attraversò la Manica e fu in Inghilterra, dispiegò le ali e fu in America.

Bambole e peluche dormivano sul pavimento, sopra di loro due gambe si agitavano in su e in giù scalciando l’aria e, ancora più su, due occhioni verdi li tenevano d’occhio con fare minaccioso.

─ Mamma! Mammaaaaa! ─ strillò Sara.

─ Che succede piccola. ─

─ Io ─ sbuffò ─ Mi … annoio. ─

─ Non possiamo uscire, nessuno può uscire, fino a quando questa brutta cosa che si aggira fra le strade non volerà via, ma ti prometto che presto, molto presto, tutto tornerà a essere come prima. ─

─ Ma i … o … mi … an … no … io! ─

─ Allora ti leggerò una pagina di storia dal diario della nonna. ─

─ Non è una storia di regine e matrigne cattive, principesse da salvare e cavalieri? ─ chiese Sara delusa.

─ No, questa è una storia Vera.

Ti andrebbe di ascoltarla? ─

─ Si! ─

Al tempo ero una bambina, era il tempo della guerra e dappertutto regnava il caos.

La guerra durava da così tanto tempo che nessuno più ricordava il quando, il perché e il per come fosse iniziata. Toccò anche al mio papà fare il soldato. Il giorno della partenza alla stazione lo tenevo stretto per mano.

─ Perché papà? ─ gli chiesi.

Non rispose subito, ma poi disse:

─ Per un mondo migliore … ─ ma la sua mano tremava tanto tanto. E poi io sapevo leggere eh? E quelle parole le aveva imparate da quei grandi fogli bianchi appiccicati alle mura delle case per tutta la città, e allora quando il convoglio inghiottì papà, lo chiesi anche alla mamma:

─ Perché mamma? ─

─ Stai tranquilla, papà Bartolomeo lo hanno mandato a far la guerra in un paese lontano, ma così lontano che quando lui arriverà la guerra sarà già finita.

Quando il sole lasciava il posto alla luna allora le sirene strillavano, cerchi di luce si agitavano in qua e in là nel cielo e il rombo lontano degli aerei pareva il tuono di una burrasca assai vicina.

Era di notte, una notte d’inverno più fredda delle altre, quando sulla città caddero le bombe. Mi levarono dalla mia casa e nel ricovero mi rannicchiai ai piedi della mamma.

C’è una lotta terribile là fuori disse.

Mentre la bomba colpì l’edificio, la terra tremò. La polvere, l’oscurità e le urla si diffusero nel rifugio, tu stavi in piedi davanti a me. Eri un gigante con l’elmetto; sotto il cappotto indossavi l’uniforme, sulla spalla portavi il moschetto e a tracolla una sacca, un soldato non so se amico o nemico con una mano tesa a offrirmi metà del suo pane.

Grazie disse la mamma Pregherò perché il Signore Vi benedica e Vi protegga. ─

Alzandomi sulle punte e cingendoti le braccia al collo, le labbra nascosero la lunga cicatrice sul lato destro del tuo viso.

Quando tutto tacque di fuori giunse il rumore del silenzio, il silenzio della paura.

Mi addormentai e sognai di una stufa accesa, il carbone che bruciava scaldava la mia casa lasciando il gelo aggrappato fuori alle finestre.

Mi svegliai avvolta nel tuo cappotto, la mamma reggeva la tua sacca con all’interno anche l’altra metà del pane, ma tu non c’eri.

Mamma dov’è il gigante?

Se l’è ripreso la guerra … ma ha lasciato questa per te.  

Una foto senza colore sciupata dalle sporcizie della guerra.

Una bambina forse della mia età, o poco meno o poco più, in una giornata d’estate sorrideva mentre sedeva sull’altalena.

Alle spalle un uomo la spingeva.

Eri tu gigante soldato quell’uomo!

─ Ha detto ─ continuò la mia mamma: Non voglio che la guerra cancelli il viso della mia bambina! Sicuro che tu avresti saputo prendertene cura.

Sul retro di quel ricordo in una elegante grafia era scritto: “Greta, La Spezia, estate 1939”.

─ Greta! Come te mamma! ─ urlò Sara.

─ Si! ─ e Greta sorrise.

─ Perché mamma? ─

─ La bambina sull’altalena divenne l’amica con cui parlare e giocare quando la guerra la obbligò a non uscire dalla sua casa.

Disse la nonna: ─ Da conquistatori fummo conquistati, da vincitori fummo vinti e l’ultima battaglia infuriava sotto i portoni delle nostre case ─.

Ma la loro amicizia era così forte, ma così forte da resistere all’orologio del tempo e dopo che fu sposata la nonna diede il nome Greta alla bambina che portava in grembo, alla tua mamma.

─ E poi, e poi …  cosa accadde? ─

─ Un giorno di primavera la guerra finì e come accadrà anche oggi tutti uscirono per le strade per cantare e ballare, per riabbracciare la libertà perduta, ma mai troppo amata. ─

Nunzio Preziosa