5 ottobre 2015

Hanno ingrandito e migliorato il canale di Suez. Oggi attraverso questo canale di comunicazione si passa meglio e speriamo possa passare anche più gente, nelle due direzioni. È una notizia di quest’estate mentre molti di noi riposavamo in montagna, al mare, in Africa. Ho letto che il primo progetto di questa grande opera di comunicazione risale ai Faraoni del 1300 a.C.! Nilo-mar Rosso, Mediterraneo-mar Rosso, Mediterraneo-Oceano Indiano.

Che bella notizia: è migliorato un legame! in questi tempi, che forse saranno ricordati come i tempi dei muri, dei recinti e delle separazioni con filo spinato. Facciamoci su un pensiero. Le paure: lo sappiamo che sono alimentate e pesantemente ingigantite.

Il “non abbiate paura” non è un’ invenzione del Papa, Gesù lo ripeteva continuamente ai suoi discepoli, sballottati da venti contrari e tempeste; spiegando che la paura è anche frutto di poca fede; la poca fede non è solo il non andare più in chiesa. Molti governi costruiscono centinaia e centinaia di kilometri di muri e sprecano un mucchio di soldi, per paura, ossessionati da attacchi o invasioni.

Rimandiamo ai mittenti questi discorsi, il Vangelo ci impegna in ben altri messaggi. Il canale di Suez, aerei e aeroporti, autostrade, sentieri nuovi. Sul giornale “La Repubblica” in questi giorni ho notato un piccolo meraviglioso spazio: “20 momenti di solidarietà che hanno commosso il mondo”! Cose così e altri ancora: centri di accoglienza, famiglie che ricevono in casa i rifugiati. Ne abbiamo persino qua a Muhanga e Bunyatenge: una popolazione di 5.000 persone cha da oltre 7 mesi condividono la propria capanna di 25 metri quadrati con le 200 famiglie di rifugiati, senza i milioni di Bruxelles.

Un secondo pensiero. Siamo ad ottobre, il mese missionario. Vivendo in Africa e anche cercando di dare un piccolo contributo al Centro Missionario Diocesano, penso ai vari ponti e canali di comunicazione che abbiamo in diocesi: quei numerosi legami che le parrocchie ed altri gruppi hanno allacciato con le realtà del Brasile, Africa, Bangladesh, India… splendidi ponti-collegamenti. Parlando appunto di Suez, la TV di oggi parlava di quanta gente vi è passata, anche crociere, ma poi si soffermava volentieri sulla grandiosità dell’opera, per poi cadere sul numero di container che vi possono transitare.

Che un ingegnere si soffermi sull’opera in sé stessa è abbastanza normale. Che un commerciante calcoli solamente in dollari ogni viaggio che farà, è triste! Non così per il progettatore; il progettatore vola molto più in alto. Chi nell’antichità costruì le piramidi certo non pensava agli incassi che l’Egitto ne ricava oggi dai turisti. Tanto meno Leonardo da Vinci mentre disegnava la Gioconda non la pensava come fonte di milioni per il Louvre. Umiliante pure tradurre l’afflusso di gente che va all’Expo in cifre di incasso.

Ecco il pericolo anche per i nostri ponti, i nostri progetti nel terzo-mondo. Ridurre il nostro legame alla quantità di pozzi finanziati oggi è svalutare “il ponte”. Ridurre il nostro legame alla quantità di milioni raccolti o a quanti container abbiamo spedito oggi non è più accettabile. Noi siamo fatti per volare più in alto. Con gli aiuti finanziari possiamo sempre alleviare i tantissimi pesi dei fratelli, terremotati o africani; dobbiamo continuare a condividere quel che abbiamo, non c’è nessun dubbio, ma è vitale dare il giusto peso ai nostri gesti, colorarli di arcobaleno.

Fermarsi per raccontare ed elogiare il nostro progetto come si elogia un monumento, è svalutare tutti questi nostri ponti e canali. Quando tornarono i settantadue discepoli erano pieni di gioia e raccontavano. Ma Gesù disse loro «non rallegratevi perché….,  rallegratevi piuttosto perché….» (Luca 10, 17). Cioè, focalizziamo meglio i nostri obiettivi!

Anch’io ogni tanto faccio il punto sulla nostra piccola Muhanga. In tutti questi anni più di 500 amici italiani sono venuti a trascorre un mesetto a Lukanga e Muhanga: un bel numero, sicuramente più significativo che il numero di turbine messe in funzione. Pochi di essi ricordano se hanno scavato o costruito un dispensario; ma tutti ricordano che a Muhanga nel 2015 le famiglie dormono in capanne di paglia, ogni mattina cercano l’acqua alla sorgente, mangiano uno scarso pasto al giorno; tutti ricordano che tale situazione si è creata perché sotto queste zolle c’è oro, coltan e cassiterite; tutti ricordano che i bambini qua son più gioiosi e sereni, perché le cose semplici ed essenziali soddisfano di più; tutti ricordano Nzoli, Katembo, Kanyere, Isaki.

La gente che passa sul ponte racconta, comunica, fa conoscere. È bello e soprattutto necessario, sapere come i fratelli vivono in Bangladesh, a Cicero Dantas, in Nicaragua, a Muhanga; altrimenti come posso orientare seriamente la mia vita a Pinerolo?

«Dov’è tuo fratello?», ci chiede Dio. E noi gli rispondiamo «Gli ho costruito un pozzo», oppure «quest’estate organizziamo un bel gruppetto ed andiamo ad aggiustargli le sedie». A scuola il prof mi avrebbe detto: risposta non a tono.

È una domanda seria quella che ci fa Dio. Il nostro pensiero alle missioni e i programmi missionari han già fatto tanti passi in avanti, ma il cammino non è finito, ci sono ancora molti ritocchi da fare. Chi è che non sente l’aria pesante, stantia, soffocante, che si respira oggi ovunque, anche nei discorsi in famiglia? La tipica stanza che non apre più le finestre. Non è forse anche un po’ responsabilità nostra? Ci siam fatti rubare di mano il microfono persino in qualche chiesa: annunciatori di paure, di protezioni, di ghetti.

Il Vangelo è ossigeno, aria pura, e gioia di vivere insieme.

Il mondo evolve, cambia, cammina!

Padiri G.

 

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