Stefania Perna è l’autrice del libro “50 preghiere per i cercatori di speranza”, edito da Effatà editrice.

Quale è stata la genesi di questo testo? 

Devo dire che questo argomento non l’ho mai scelto a tavolino ma è stato, in un certo senso, l’argomento che ha scelto me. Pur essendo credente da sempre e cresciuta in una famiglia di credenti, ho attraversato momenti difficili per una serie di mie vicende personali e ho avuto così occasione di approfondire tematiche esistenziali, leggendo tanti testi di santi e autori spirituali, frequentando varie catechesi( in primis, quella di don Rosini sui comandamenti!) riflettendo per conto mio, parlando e confrontandomi con amici di vari cammini spirituali, finché un giorno, mi è nata spontaneamente l’idea: perché non rendere pubbliche tutte queste belle cose che ho in parte scoperto?
Allora ho iniziato a scriverne parte sul mio profilo facebook e sono stata contattata da tantissime persone che si riconoscevano in quanto scrivevo, come del resto racconta Patrizio Righero nella postfazione. Anzi, è stato lui il primo a pubblicare qualche mia preghiera nella raccolta “Hai un momento, Dio”. Successivamente, varie persone mi hanno consigliato di raccogliere tutti i miei scritti in un testo ben articolato. Personalmente ho pensato che, siccome le situazioni e i sentimenti della vita sono comuni a tutti, anche se ci sentiamo maledettamente unici e originali, condividere queste mie riflessioni-preghiere, poteva essere positivo e arricchente. E infatti il libro è nato quasi sul web, appunto da una serie di “condivisioni”, secondo il tipico termine facebookiano, di persone che leggendo i miei testi, sentivano di poterli far propri e condividerli.
Nel titolo del libro si legge che le preghiere sono dedicate ai “cercatori di speranza”. Perché?
Mi sono ispirata alla “Lettera ai cercatori di Dio” pubblicata il 12 aprile 2009 dalla Commissione Episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi. Presentando quel testo, monsignor Bruno Forte, sottolineava proprio il fatto che oggi, si tende a sfuggire le grandi domande o ad “evaderle quasi in una sorta di stordimento per non confrontarsi con le questioni ultime, con quelle questioni che si affacciano in tutte le grandi esperienze della vita …: e cioè, felicità e sofferenza, amore e fallimenti, lavoro, festa, giustizia, pace. Nella società postmoderna, appare sempre più chiaro che non si può dare per scontata la trasmissione della fede. Abbiamo bisogno di annunciare sempre nuovamente il kerygma, cioè il messaggio centrale, gioioso dell’amore di Dio apparso a noi in Gesù Cristo.” Il mio titolo, ha maggiormente a che fare con la speranza, ma parte appunto da due frasi che sono presenti in quella lettera: “La speranza ha a che fare con la gioia di vivere. Suppone un futuro da attendere, da preparare, da desiderare”.
“Siamo cercatori di felicità, appassionati e mai sazi”. Io ritengo che credere al futuro, cercare la felicità, voglia dire essenzialmente, aprirsi all’ intreccio della fede e della speranza, accettare di essere amati da Dio e cercarne le tracce nella Scrittura e nella vita. In fondo, il centro della nostra fede è il messaggio della speranza, il credere nella Risurrezione. Cioè credere che questo è il destino finale di tutte le nostre situazioni di morte, a livello sociale come a livello personale. L’importante è solo permettere a Dio di raggiungerci, proprio dove tutto sembra finito. E per raggiungerlo e permettergli di raggiungerci serve la preghiera. Mi piacerebbe far emergere dalle mie preghiere, questo messaggio di speranza, questa semplicità del bene, questa quasi “banalità” della fede, questo percorso possibile a tutti.

 

50 preghiere
Oggi, molti si chiedono: a che cosa serve pregare? Che cosa cambia nella mia vita?
Personalmente ritengo che la fede sia l’accorgersi di quanto, tutto il Vangelo, tutte le parole e le azioni di Gesù, “c’entrino” con la mia vita. Nel duplice senso della parola “c’entrino”: che la riguardano e che ne costituiscono il centro. A volte, si crede che la fede nasca dal fatto che l’uomo abbia paura della morte e si pensa quindi, che essa sia solo un tentativo di esorcizzarla, un qualcosa di consolatorio da riservare agli ultimi momenti. Io preferisco dire che l’uomo ha bisogno di credere, non per morire bene, ma per vivere bene, pienamente. La fede, aggiunge qualcosa alla vita, la motiva, le fornisce nuove coordinate: è insomma un “di più” di vita. Non bisogna dimenticare che l’immagine di Dio, è sempre associata al banchetto, all’abbondanza di frutti, di vino, di vita e che Gesù stesso, spiega “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. Il problema è che spesso si fa un pessimo servizio al messaggio evangelico, puntando subito tutto sull’osservanza dei precetti morali e dimenticando che non si può servire, chi non si conosce , ammira, ama. Anche se forse è necessario distinguere il “pregare”, dal “dire preghiere”, come ha recentemente sottolineato papa Francesco. Bisogna crescere nella preghiera, come impasto della propria vita con il Vangelo. Il che è una sfida bellissima e sempre nuova, perché legare preghiera e vita, vuol dire non stancarsi mai né di Dio, né della preghiera, perché sono entrambi sempre nuovi! Credo i migliori maestri di preghiera del terzo millennio (se posso permettermi tale definizione) vadano insistendo proprio su questo aspetto: “pregare significa fare un pellegrinaggio dal particolare all’universale…saldare il silenzio delle stelle, con il frastuono dei giorni” ( E Ronchi). Fare esperienza di fede, significa “tradurre in vita la realtà annunziata dal Vangelo e avere la possibilità di confrontarsi con la tenerezza di Dio” ( F Rosini).

Si tratta di ritagliarsi nel caos quotidiano, momenti in cui fermarsi a guardare la propria vita, per cercarvi le Sue tracce . Come scriveva S Escrivà “il tema della mia orazione, è la mia stessa vita: tale è il mio modo di pregare”, e tale, prova ad essere quello dei miei testi”.

Stefania Perna

Stefania Perna