(Torino, Cattedrale, 24 giugno 2018

San Giovanni predica un Battesimo per la conversione e la remissione dei peccati, cioè chiede e annuncia un rinnovamento profondo: non tanto delle strutture pubbliche e dei sistemi di potere, ma rinnovamento del cuore delle persone, perché possano aprirsi alla salvezza che verrà dal Cristo. Il rinnovamento delle strutture verrà, se sarà la conseguenza di un diverso atteggiamento delle persone. Il suo tempo è anche il tempo in cui ci troviamo noi oggi: sentiamo parlare di rinnovamento e vediamo quanto siano necessari certi cambiamenti. Ma questo dice, prima di tutto, la nostra stanchezza per la complessità di una vita, personale e sociale, che facciamo fatica ad affrontare con le nostre sole forze. Fa parte del problema anche l’esplodere di polemiche, l’aver trasformato certo dibattito pubblico in un’arena in cui chi vince non è questo o quel gladiatore, ma sempre il “padrone del circo”, il controllore dei canali mediatici, il manipolatore delle opinioni e dei sentimenti.

Eppure, di rinnovarci abbiamo bisogno. Se guardiamo alla vicenda di San Giovanni così come il Vangelo ce la presenta, scopriamo molte cose importanti anche per la nostra esistenza di oggi. Per esempio, che Giovanni è disposto a spendere la sua vita, a farsi ammazzare, pur di non rinunciare al diritto-dovere di dire la Verità. San Giovanni ci sprona dunque a non tacere mai di fronte alle ingiustizie e alle illegalità, alla sopraffazione nei confronti dei più poveri e deboli. Ma attenzione: non si tratta di fare della denuncia uno stile di vita e della protesta un modo comodo per scaricarci dalle nostre responsabilità. Impariamo da San Giovanni a comprendere che il rinnovamento della Città parte da se stessi, dal personale impegno di onestà e di solidarietà a servizio di tutti. Don Milani, nella Lettera a una professoressa, lo dice così: «Il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia».

Se non imbocchiamo questa strada, tutto ci spinge nella direzione opposta (verso l’individualismo) e rischiamo di non renderci più conto che la nostra vita personale, e la vita dell’intera Città, altro non è che una rete fittissima di relazioni, e che il nostro destino si intreccia e si definisce continuamente attraverso le scelte e i destini degli altri.

Sono comunque positivo nel mio giudizio, perché in questi ultimi anni ci siamo dati uno strumento di dialogo e di interazione per lavorare insieme a favore dello sviluppo organico ed armonico di questa nostra Città. È il percorso dell’Agorà del Sociale, che nel 2018 si sta concentrando più precisamente sugli elementi utili per la costruzione di un welfare con caratteristiche sempre più generative. La lunga crisi, da una parte ha messo a dura prova la resistenza delle persone, soprattutto quelle già fragili, colpite dalle sue svariate conseguenze; ma, dall’altra parte, ha fatto emergere con chiarezza la necessità e l’urgenza di puntare con coraggio e lungimiranza sulla valorizzazione delle risorse di persone, gruppi e territori. È su questa linea che siamo chiamati a lavorare insieme, pubblico e privato, istituzioni e chiese o comunità religiose, associazioni e singoli cittadini. È un obiettivo ambizioso e lungo da raggiungere, che si scontra anche con l’inevitabile emergenza di cui la Città negli ultimi mesi ha fatto più di un’esperienza. Ne va di mezzo il riconoscimento della dignità delle persone e dei loro diritti di giustizia, che vanno salvaguardati ad ogni costo, non solo per ragioni di tornaconto sociale o politico, ma perché riconoscono che ognuno, anche chi sembra solo bisognoso di ricevere, è considerato cittadino come gli altri a tutti gli effetti. Siamo chiamati al coraggio della solidarietà.

Un passo significativo verso la ridefinizione del dialogo e della collaborazione è stato certamente il percorso compiuto per l’accoglienza dei migranti, soprattutto richiedenti asilo delle palazzine dell’ex MOI. Il progetto che sta proseguendo, va ben oltre l’accoglienza in altre sedi meno precarie e meno affollate. Comporta infatti un accompagnamento personalizzato o familiare dei soggetti coinvolti che si estende a vari ambiti: anzitutto sono resi corresponsabili per quanto attiene gli alloggi, formati sulla lingua e la cultura del nostro Paese, aiutati nel lavoro da trovare o perseguire secondo le proprie competenze. Un altro passo positivo è stata l’azione sincronizzata per sopperire alla temporanea chiusura di una delle mense più grandi della città tra settembre 2017 e gennaio 2018 e la progettazione congiunta per l’ospitalità di alto livello relazionale per persone in condizione di senza dimora durante i mesi invernali: sono indicatori di una strada che è possibile proseguire. Anche verso i rom auspico che si avvii un organico progetto, rispettoso della loro cultura e del loro inserimento nel tessuto cittadino con il loro apporto responsabile. La sfida che ora ci sta di fronte è la prosecuzione di una presa in carico effettiva, che accompagni le persone in maniera complessiva e soprattutto celere, abbattendo i lunghi tempi di attesa frutto di una burocrazia farraginosa che tutto rallenta e rende faticoso.

Ci sono anche alcune sacche di fatica che, nonostante tutto, non siamo ancora riusciti ad alleviare. Il pensiero va immediatamente alla questione complessiva delle periferie urbane, che sentono ancora insufficiente lo sforzo nei loro confronti. Non che non si sia fatto nulla, anzi, ma serve ancora un supplemento di coraggio per ripartire davvero da ciò che è periferico, per modificare anche il modo di approccio ai temi dello sviluppo della Città. Si tratta di frontiere in cui occorre costruire squadra, sia a livello di operatori che di istituzioni, per superare il pur legittimo particolarismo e coordinare azioni complessive, di sistema.

Tra le periferie, non possiamo non citarne una, che lo è sia geograficamente che esistenzialmente: il carcere. Anche in questo caso, l’obiettivo non può e non deve essere la semplice assistenza, che rischia di creare passività. Sulle problematiche di connessione tra carcere e territorio, sul tema dell’accompagnamento al reinserimento sociale, sulla questione dell’inserimento lavorativo e delle misure alternative per l’esecuzione penale, passi interessanti sono stati avviati ultimamente, con proficue collaborazioni tra amministrazione penitenziaria, l’Opera Barolo, la Città e la Chiesa locale. L’obiettivo è ancora una volta la dignità delle persone che, certo, hanno sbagliato, ma hanno il diritto di potersi riscattare, per ritrovare vie di cambiamento a servizio della comunità.

Negli ultimi due anni, in molti abbiamo cercato di porre l’attenzione sulla questione delle povertà giovanili, che permangono come problema e come pungolo forte per la nostra Città. La mancanza di lavoro pesa come un macigno sulla vita dei giovani e delle loro famiglie e di riflesso su tutta la società. È una sfida che non possiamo eludere o sottovalutare, lasciando ai singoli interessati o ai loro genitori e nonni il problema e rischiando di espellere intere generazioni dal processo culturale, sociale e produttivo del territorio. La formazione e l’accompagnamento dei giovani al lavoro mettono in gioco le Università, le scuole professionali, le imprese, le istituzioni e, da parte della Chiesa, la pastorale del lavoro e la fondazione Operti.

Questa preoccupazione non deve indurci nell’errore di ritenere che, allora, la condizione degli anziani sia scevra da problemi; tutt’altro. In più d’uno dei centri di ascolto della nostra rete diocesana si sta registrando un incremento delle richieste da parte di anziani, molti dei quali over settantacinque. Richieste di natura economica, certo, ma anche inerenti la salute. Sempre più si presentano questioni legate alla non autosufficienza e alla difficoltà a reperire, senza doversi sottoporre a lunghe ed incerte traversie, ciò che la legge prevede per il loro sostegno, sia in strutture che a domicilio. Agevolare questi percorsi è parte di un modo alto di prendersi cura di loro, valorizzando gli anziani che chiedono con insistenza di venire inserirti in reti di relazioni significative, per affrontare la solitudine e la perdita di significato.

I giovani e gli anziani ci rimandano, infine, al soggetto famiglia, “il dono più grande che Dio ha dato all’umanità” come ha detto di recente papa Francesco all’Udienza al Forum delle Associazioni Familiari. Purtroppo nel nostro territorio, si continuano a fare i conti con la crisi del mondo del lavoro, della scuola (in specie quella per l’infanzia statale, comunale e paritaria che svolgono un servizio pubblico indispensabile per le famiglie e i bambini), e non ultima quella abitativa. In questo ambito, i passi fatti sono davvero molti e significativi, anche rispetto ad altri territori del nostro Paese. Preziosa è la sensibilità umana di tanti operatori pubblici e privati, che gestiscono con entusiasmo e responsabilità il loro compito, favorendo i percorsi verso la casa popolare o verso altre forme di residenzialità protetta. Ma dobbiamo riuscire a rendere strutturale tutto lo sforzo compiuto, codificandolo in modo più sistematico e curandone gli esiti di piena dignità, cosa che non sempre si realizza, almeno vedendo la situazione di alcuni alloggi popolari, assegnati in condizioni a dir poco precarie. La casa è un elemento indispensabile per favorire l’unità della famiglia e una crescita armonica e serena dei figli.

La festa di San Giovanni è una iniezione di fiducia e di speranza, perché ci invita a riconoscere la qualità solidale e fraterna della nostra Città che, in mezzo a molte questioni delicate, riesce a rispondere con un cuore che vede. Senza volontariato, organizzato o spontaneo, Torino non sarebbe quello che è. Riconoscerlo è importante. Promuovere il volontariato è una sfida da rilanciare con coraggio, anche a partire dai giovani, così come disse loro Papa Francesco, incontrandoli in Piazza Vittorio. Il servizio ai più poveri ed emarginati, rifuggendo da ogni forma di rifiuto selettivo e discriminatorio mediante l’accoglienza e l’integrazione, è la via che ci conduce a testimoniare l’amore di Dio Padre a tutti gli uomini nostri fratelli ed edifica un mondo più giusto e pacifico. La promozione del volontariato esige anche l’impegno di sostenerne la qualificazione, oltre che l’operato dei volontari. Qui un ruolo decisivo hanno le Istituzioni culturali alle quali chiediamo un supplemento di impegno nel collegarsi con la rete diffusa del volontariato. Ma un ruolo attivo hanno anche gli enti filantropici e le fondazioni bancarie, che sanno compiere il loro ruolo di stimolo e proposta. In questo vanno ringraziate e anche invitate a saper adattare le loro metodologie alle reali esigenze della popolazione, della cultura e della solidarietà.

Cari amici, il nostro santo patrono ci chiede di guardare avanti con rinnovata fiducia, perché in mezzo a noi c’è uno che tanti non conoscono, ma che continua a operare per il bene di tutti, senza chiusure o rifiuti, ma aprendo il suo cuore e la sua prossimità, perché ciascuno lo senta come Padre, Salvatore e amico. Su questo hanno puntato i nostri Santi sociali lasciandoci un esempio e delle opere che qualificano in modo esemplare Torino in tutto il mondo.

+Cesare Nosiglia

Arcivescovo di Torino