Un pensiero sul vangelo della XIX Domenica del T.O. 11 agosto 2019

 

 

Non temere, piccolo gregge Lc 12,32-48

 

 

Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.
Gesù si rivolge ai suoi discepoli usando un’immagine: “piccolo gregge”. Il gregge è l’insieme delle pecore accudite dal pastore, portate nei pascoli, chiuse al sicuro nell’ovile, tosate e curate. I discepoli sono coloro che seguono un maestro (in questo caso Gesù), il quale cura la loro formazione, risponde alle loro domande, segue ciascuno e lo aiuta a migliorarsi. Questo gregge è piccolo: è un aggettivo che può contenere diversi significati:

  • piccolo di numero: un gregge ridotto, inferiore ai normali greggi, assicura alla singola pecora la massima cura, in uno sguardo il pastore vede lo stato di salute di ciascuna e provvede in base alle esigenze;
  • piccolo di risorse: un gregge di poche unità è anche indice di povertà. Il pastore non ha abbastanza risorse per ampliarne il numero, e rispetto ai pastori con migliaia di animali, lui sfigura;
  • piccolo di età: non tanto l’età anagrafica, ma con riferimento a un cammino che è appena iniziato, piccolo di esperienza;
  • piccolo, vezzeggiativo: utilizzato spesso nei riguardi di figli, in tono affettuoso (non importa se il figlio in questione ha quarant’anni ed è alto quasi due volte la mamma).

Questi quattro significati dipingono il gregge di Gesù come scarso, povero, mancante, limitato, eppure amato e coccolato dal pastore. L’amore non guarda al numero, alla bella figura, alla performance: l’amore sa solo amare, e chi lo incontra si sente accolto, voluto, curato, tutelato. Gesù non ha paura di fare brutta figura, Lui è il pastore che ha scelto la limitatezza dell’essere umano, la povertà di Betlemme, la fatica del lavoro a Nazareth, ha vissuto in una situazione familiare a dir poco irregolare, è stato tradito e rinnegato dagli amici, lasciato morire solo in croce. Questo pastore è orgoglioso del suo piccolo gregge, se ne vanta come chi ha migliaia di pecore, e non si ferma sul numero, sul suo poco denaro, sull’età delle pecore, ma punta tutto sull’ultimo significato, quello dell’amore, e lo vive fino alle estreme conseguenze: “Il buon pastore offre la vita per le pecore” (Gv 10,12).

A questo gregge Gesù impone un grande no: Non temete, non abbiate paura. È comprensibile che un gregge di sparute dimensioni possa avere paura, è facile preda di malintenzionati. Eppure Gesù lo rassicura: non temete, e dice anche il perché: “perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno”: cioè tutta la ricchezza e il potere, l’autorità e la gloria del Re! Il gregge rimane piccolo, ma non ha nulla da temere: è un gregge che piace al Padre, (anche lui come il Povero Pastore è follemente innamorato), è un gregge che può pascolare tranquillo sotto lo sguardo attento e premuroso di chi ha dato tutto se stesso. Anche il Padre si è tolto la corona regale, si è spogliato dei sontuosi abiti e ha donato tutto ciò che è e che ha al suo gregge.

Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese. Gesù prosegue raccomandando un atteggiamento e due indicazioni pratiche:

  • Siate pronti: “sei pronto?” è la domanda che ci viene posta da qualcuno prima di uscire, prima di spostarci verso un impegno esterno (uno spettacolo, la spesa, una visita medica…) insieme a qualcun altro. Pronto significa che non faccio attendere nessuno, che sono disponibile immediatamente.
  • con le vesti strette ai fianchi: tradotto nel nostro modo di vivere attuale: non farti trovare in pigiama, ma vestito e pronto per uscire!
  • con le lampade accese: è buio, e c’è bisogno di luce. Gesù ci chiede di essere pronti a muoverci anche nel buio che ci circonda, e anche nelle tenebre ci ripete: “non temere”.

Questo forte invito a essere pronti non ci metta ansia, ma anzi: generi in noi la pace di sapere che Dio è vicino, che il Povero Pastore e il Re senza corona vivono le nostre attese, il nostro buio, le nostre perplessità, non sono per nulla estranei a tutto ciò che ci circonda: hanno scelto di essere con noi sempre, a ogni costo.

Il mio padrone tarda a venire.
Lo avrai pensato anche tu almeno una volta, e il salmo 10 ci dà anche le giuste parole per esprimere questo tristo sentimento: “L’empio insolente disprezza il Signore: «Dio non se ne cura: Dio non esiste» questo è il suo pensiero” (Salmo 10,25). Se il padrone tarda io mi sento libero di dare il peggio di me, di disinteressarmi. Senti Dio lontano e vivi la solitudine: sei in balìa di te stesso, e come reazione a questo svuotamento affettivo ed esistenziale, metti in atto tutta la ribellione di cui sei capace, nei confronti di Dio, degli altri, anche di te stesso. Neghi l’esistenza di Dio, non perché tu pensi che Lui non esista, ma è un tuo estremo grido di aiuto. Lo accusi che non si prende cura di te, ma in realtà lo chiami vicino, desideri che il suo amore ti avvolga, che la sua mano si posi sulla tua spalla e tu possa finalmente sentirti a casa, protetto e consolato.

Se il padrone tarda a venire è perché Lui si fida di te, non ti costringe ma anzi ti libera da ogni catena. Vivi questa lontananza con la gioia di chi ha conquistato il cuore di Dio. Ti lascia solo non per disinteresse, ma perché il tuo cammino da solo e di notte si faccia più veloce e desideroso di incontrare Lui, che ti viene incontro. La tua ribellione divenga passione per il Regno, preghiera infuocata, desiderio che trasforma il tuo oggi in un giorno più bello. Se il padrone tarda a venire la festa sarà più grande al suo arrivo, e la gioia di essere giunto a casa guarirà tutte le ferite del lungo e faticoso cammino.

Siamo un piccolo gregge amato, pronti a camminare verso la presenza del Signore, vestiti della fiducia di Dio, rischiarando il buio che ci avvolge: “Bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni”. (Salmo 23,10).