Skip to Main Content

Chiesa  

Le sette: rifugio o trappole?

Le sette: rifugio o trappole?

Torino. Incontro con Marcella Prioli, presidentessa del GRIS Il G.R.I.S. (Gruppo Ricerca Informazione Socioreligiosa) è una associazione che nasce a Bologna per volontà della Conferenza Episcopale Italiana. Ogni diocesi può avere uno sportello se ne fa richiesta. Il Gruppo si occupa di persone vittime dei raggiri di sette e organizzazioni legate all’occultismo. In particolare si occupa di informare e prevenire situazioni pericolose per l’autonomia e la libertà delle persone.
«A Torino le persone che lavorano al GRIS sono poche – spiega la presidentessa Marcella Pioli – ma ci appoggiamo ad esperti esterni quali psicologi, psichiatri e personale medico». È un lavoro particolarmente coinvolgente e talvolta pesante. Si tratta di avere a che fare con le sofferenze delle persone vittime delle sette. L’associazione, per questo motivo, punta alla prevenzione. Riguardo i profili delle persone che cadono preda di sedicenti gruppi dell’occulto, Marcella puntualizza «sono persone di una povertà mentale e spirituale altissima. Noi vediamo soprattutto i parenti di queste persone che vengono a chiedere il nostro aiuto. Ma spesso vengono troppo tardi, quando il loro caro è già dentro la setta e alienato dalla famiglia. Chi va dai maghi ha una grande fragilità che si evidenzia in solitudini, depressioni, frustrazioni, problemi famigliari che il soggetto trova insormontabili. Di solito ha già provato di tutto ma non trova una soluzione ai suoi guai e desidera sempre più trovare una via di uscita veloce. Spesso sono gli amici che consigliano di provare con quella o quell’altra tecnica che poi si rivela qualcosa di più di una semplice tecnica di rilassamento. Spesso dietro sedicenti gruppi di incontro orientali o yoga, o medicine alternative si nasconde una vera organizzazione che cattura la persona togliendole la libertà. I metodi delle sette sono sempre gli stessi: un alone di accoglienza iniziale dove il soggetto debole viene circondato di amore che finalmente gli sembra di aver trovato. Con il tempo questa condizione si affievolisce e subentrano altre sensazioni negative come sensi di colpa e dipendenza dal leader del gruppo a discapito della famiglia».
Per liberare i soggetti da questi gruppi occorre del tempo ed è un lavoro lungo. È necessario che sia la famiglia a mettersi in gioco anche se essa desidera vedere risultati immediati. «Bisogna far riemergere la personalità del soggetto precedente all’ingresso nella setta, perché quest’ultima la fa cambiare». Diversa è la condizione (e più rara) dei fuoriusciti che chiedono aiuto al Gris. «I fuoriusciti – prosegue ancora la presidentessa – sono spogliati di tutto anche dal lato economico. E in tempi come questi è difficile tirare avanti. Essi vengono banditi dal gruppo che li ritiene come morti. Anche se si tratta di una moglie o un marito o un figlio. In genere i fuoriusciti hanno il dente avvelenato nei confronti della setta e sviluppano sensi di colpa verso se stessi per essersi lasciati ingannare. Fanno fatica per ritrovare una loro autonomia. Nella setta tutto è dettato dal leader o dal gruppo: quello che devi scegliere e quello che devi fare nella giornata. Così molti nella nuova condizione di libertà restano confusi e spaesati. È impressionante vedere uomini di 50 anni ridotti ad adolescenti dipendenti che devono ritrovare la propria autonomia e maturità».
La curiosità di conoscere alcuni casi è tanta e la dottoressa Pioli ci accontenta nel rispetto della privacy. «Una catechista è stata salvata dal marito prima di cadere nella setta dei Testimoni di Geova. Lei trovava comodo che costoro venissero a casa loro per spiegarle la Bibbia invece che lei andare in qualche gruppo biblico. Ma non si rendeva conto che la Bibbia dei Testimoni di Geova è totalmente diversa. Il marito accortosi delle sue frequentazioni che la stavano portando fuori è riuscito ad aiutarla e l’abbiamo presa in tempo». Purtroppo non sempre le cose vanno bene. «In un altro caso, una donna è diventata seguace di Sai Baba. Si è creata, come di solito avviene, terra bruciata tra i parenti. Abbiamo cercato di attivare un canale di dialogo ma alla fine lei ha anche divorziato dal marito e irritata si è chiusa e non siamo riusciti a recuperarla».
Chi volesse contattare il Gris di Torino può scrivere una mail a gris@diocesi.torino.it e/o visitare il sito www.gris.diocesi.torino.it

Ives Coassolo Il

LASCIA UN COMMENTO  

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. Visualizza l'informativa privacy. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *