L’1 e il 2 giugno il Centro Missionario Diocesano organizza una mostra sul cibo per aiutare a riflettere sulla gravissima disparità di risorse alimentari presenti nel mondo.

Monsignor Pier Giorgio Debernardi dal Burkina interviene al riguardo con un contributo «da questo angolo dell’Africa che sta attraversando una difficilissima crisi politica e sociale, che si riflette anche, per tantissima gente, sulla mancanza di cibo e di abitazione. Sono quelle persone e quelle famiglie che per sfuggire alla furia terroristica vanno alla ricerca di luoghi più sicuri e protetti. Così salvano la vita, ma perdono tutto, capanna o casa insieme ad appezzamenti di terra. Sono i cosidetti “déplacés”. Nell’area del Sahel sono circa duecentomila. Soprattutto al nord del Burkina vi sono parecchi centri dove è confluita questa povera gente. Sono storie piene di dolore, ma anche piene di tanta solidarietà».

«Cito soltanto due punti dove si sono concentrati questi sfollati. Nella cittadina di Pensa, che si trova nella provincia di Sanmatenga, al confine con il Sahel, sono giunte circa diecimila persone provenienti dal nord, in particolare da Arbinda per sfuggire a scontri tra etnie oppure da barbare incursioni di terroristi. A Kaya e nei villaggi circostanti, sono confluiti i superstiti del massacro di Yirgou e molta gente fuggita dal nord; si calcola che siano circa duemila quelli che cercano protezione. Chi ha un po’ di soldi affitta una stanza, ma i più vivono sotto le stelle. Poi c’è il problema del vitto, dell’alimentazione. E per le famiglie con bambini e ragazzi anche la ricerca della scuola. Problemi su problemi, sofferenze su sofferenze».

Prosegue monsignor Debernardi. «È difficile dare delle cifre esaustive per quanto riguarda l’alimentazione in Burkina. Posso soltanto presentare i dati dell’OCHA (Office de la Coordination des Affaires Humanitaires) che rivelano che nel 2019 bisogna far fronte a circa 900 mila persone che hanno bisogno di assistenza umanitaria d’urgenza.

Per quanto riguarda l’alimentazione bisogna ricordare che nel Sahel vi sono anche due campi profughi, uno nella provincia di Soum e l’altro in quella dell’Oudalan. In tutto vi sono 24166 rifugiati, soprattutto provenienti dal Mali. Anche loro hanno perso tutto.

Ad aggravare il quadro si aggiungono le catastrofi naturali e le epidemie. Queste non rientrano solo nelle ipotesi. Sono certezze che si rivelano ogni anno. La regione del Sahel è ad alto rischio e ogni anno qualcosa succede. Alimentazione (con una attenzione particolare ai bambini) e assistenza sanitaria sono le urgenze per rispondere a situazioni drammatiche di povertà.

In generale in Burkina vi sono famiglie povere ma che possono preparare per i propri membri due piatti al giorno, uno a mezzogiorno e l’altro alla sera. Il piatto, in genere è formato dal To (una specie di polenta fatta con farina di miglio) oppure da fagioli (o l’uno o l’altro). Nei villaggi il piatto di riso si usa soltanto nelle feste musulmane, cristiane e tradizionali. In città viene usato con parsimonia dalle famiglie di modeste condizioni, perché un sacco di riso ha un costo un po’ elevato, per il fatto che vien importato dall’estero.

Vi sono, poi, famiglie ancora più povere che possono disporre solo di un pasto al giorno, che in genere viene servito alla sera per tutti i componenti della famiglia. Il fuoco in cucina si accende soltanto una volta al giorno, preferibilmente alla sera. Il piatto che viene servito può contenere o il To, o fagioli, o la babenda (una salsa fatta con foglie selvagge mescolata con cereali). Ben inteso uno solo di questi tre alimenti. Se si avanza qualcosa viene data al mattino seguente ai bambini. Se invece non resta nulla della sera, i genitori danno ai bambini e ragazzi che vanno a scuola la piccolissima somma di 25 Fcfa (è la più piccola moneta che permette di comprare qualcosa-vale 26 volte di meno di un 1 euro) per acquistare un biscotto o un pezzo di pane.  Se non possono disporre nemmeno di questa minima somma, allora essi si industriano a chiedere qualcosa a compagni più fortunati oppure andando a cercare la carità lungo le strade. Quanti bambini e ragazzi in questa situazione! Li si riconosce perché vagano per la città con una latta tra le mani, aspettando che qualche persona offra a loro un frutto o un pezzo di pane. Per loro il piatto giornaliero è soltanto alla sera. Nella periferia della città di Ouagadougou sono tantissime le famiglie che rispecchiano questo standard di vita.

Il pesce secco costa pochissimo e sostituisce la carne che per i poveri è troppo costosa. Allora nella salsa si mescola anche un po’ di pesce secco sbriciolato. Questo è anche un piatto di una famiglia povera.

Quando non c’è proprio nulla da mangiare, si prepara la farina di miglio (nei villaggi si coltiva molto), la si mescola con acqua e la si fa bollire e poi la si beve. Questo permette di non andare digiuni a dormire e di eliminare i morsi della fame.

Conosco una famiglia formata da mamma e sei figli (il papà è morto quando è nato il figlio più piccolo). Tutti i figli sono in età scolare. La mamma, tutti i giorni alle 4 del mattino, va a pulire le strade e guadagna 40 Fcfa al mese. Con questa somma non riesce a mandare a scuola i bambini e i ragazzi e nemmeno a garantire ogni giorno il vitto. In casa non c’è la luce elettrica. I più alti alla sera vanno a studiare sotto un lampione di una casa di ricchi a un chilometro dalla loro. Esempi come questi, e peggio di questi, si potrebbero moltiplicare. Per fortuna il Signore manifesta la sua provvidenza attraverso benefattori. Le famiglie povere si permettono di mangiare carne e un piatto di riso solo poche volte nell’anno in occasione di feste religiose e familiari.

I bambini sono la fascia più a rischio. Quando una mamma entra in maternità se è denutrita o malnutrita, questa situazione si ripercuote anche sul bambino che porta in grembo. Nella fase di allattamento si verificano delle difficoltà a causa di una alimentazione che manca di sufficienti vitamine.

L’acqua è un altro grave problema. In città c’è la rete idrica, ma non tutte le case sono allacciate. La periferia è un disastro. Non potendo disporre di acqua potabile c’è il rischio di malattie infettive. Molte persone sono affette dalla dissenteria o dalle parassitosi contratte attraverso l’acqua inquinata. La costruzione di un pozzo diventa una sicurezza.

 

I dati offerti dalla FAO dicono che non è vero che la fame nel mondo è in diminuzione. È vero il contrario. Le persone affamate sono in aumento. In Africa sono 243 milioni. E l’Europa, che in passato si è arricchita in questo Continente al tempo del colonialismo e ancora oggi continua a depredarlo, quale contributo offre per guarire la piaga della fame? Chi ha rubato e continua a rubare, deve finalmente decidersi a restituire, e con gli interessi. Questo lo esige la giustizia.

Ha ragione papa Francesco nel denunciare che “una minoranza si crede in diritto di consumare in una proporzione che sarebbe impossibile generalizzare, perché il pianeta non potrebbe nemmeno contenere i rifiuti di un simile consumo… Si spreca approssimativamente un terzo degli alimenti che si producono, e il cibo che si butta via è come se lo si rubasse dalla mensa del povero“ (Laudato si’, n. 50).