Gennaio 2013

«Meglio essere il più bifolco degli uomini, piuttosto che il re degli inferi». Non si direbbe, mai e poi mai, ma queste sono le parole poste da Omero sulle labbra di Achille. Ci troviamo nell’Odissea, più precisamente nel canto della “catabasi”, cioè della discesa agli Inferi, compiuta da parte di Ulisse. Il marinaio dalle mille risorse incontra Achille e ne intravede la statuaria figura immersa nella caligine e nella nebbia infernale. Gli inferi pagani, differenti dall’inferno cristiano, sono luogo di tenebra, o meglio ancora di foschia. Non è una vita dolorosa, perché, in realtà, è una non-vita, un’esistenza larvale, un languido ondeggiare in balia dell’oblio. Addirittura il possente Achille ammette che preferirebbe essere il più vile degli uomini che il sovrano dell’oltretomba, e così facendo, rimanda sdegnosamente al mittente l’apostrofe di Ulisse, che, adulatorio come sempre, lo aveva invocato come re degli inferi. Già. Brutta storia la morte per i pagani. Dal momento del trapasso in poi si vaga in una dimensione di amara oscurità. Eppure fin da prima di Cristo molte culture, e sarei tentato di osare un “tutte”, immaginavano una qualche forma di esistenza nell’aldilà. Dante afferma che chi si lamenta perché si deve morire non conosce la gioia che di là si sperimenta. E allora? Qual è il baratro, l’abisso, la voragine che separa la triste concezione pagana dalla gioiosa esultanza del divin poeta? Risorgeremo. Però non risorgerà, di noi, un fantasma, un alito, un anelito, un fumo, un sospiro. Risorgeremo proprio noi: proprio noi in carne ed ossa, ecco il punto. Proprio quella carne e quelle ossa che persino l’immenso Platone considerava una tomba per lo spirito. Proprio quella carne, e quelle ossa, che nella Roma antica si gettavano in fosse comuni. Poi vennero i cristiani, e dall’aridità della morte nacque il fiorire del cimitero, cioè, secondo l’etimo greco, il luogo dove si dorme. E se il sonno è attesa del mattino, la morte è attesa della Risurrezione. Così quella carne e quelle ossa con cui ho accarezzato, abbracciato, preso in braccio, con cui ho baciato e amato non sono destinate ad una misera fine. Il nostro corpo è un corpo santo. Il nostro corpo può percorrere la strada della santità, che lo condurrà a rigermogliare di vita. Un traguardo meraviglioso, certo. Ma ce la farò? Proprio io, dico, ce la farò? Quel che si sa è che qualcuno ce l’ha fatta, ce l’ha fatta a percorrere la strada della santità e ora vive già in piena comunione con Dio. A gennaio ospiteremo a Pinerolo le reliquie del corpo di san Giovanni Bosco: piemontese, contadino, prete, amico dei ragazzi. Duecento anni fa nasceva a Castelnuovo; avrebbe percorso le nostre terre, sentito il profumo dei nostri vigneti, accarezzato le teste spettinate dei bambini, gustato il sapore delle minestre di mamma Margherita. Avrebbe guardato Pinerolo dall’alto, forse dal colle di San Maurizio, immaginando i suoi figli a Monte Oliveto. Sono pronto a scommettere che avrà ammirato la rocca, e anche la pianura, e di sicuro le montagne. Lui, in carne ed ossa. Sì, qualcuno che è vissuto in carne ed ossa come noi ce l’ha fatta a tagliare il traguardo della santità. In carne ed ossa: niente fumi e fantasmi, ma uomini e donne. La presenza delle reliquie di don Bosco fra noi ci ricorda tutto questo. Medioevo? Può darsi, magari ricordando che il Medioevo fu età di fiorire di santi ed età di grande fede, pur nelle sue fatiche e nei suoi limiti. Che don Bosco si possa conoscere, apprezzare e pregare anche senza le sue reliquie è sacrosanto. O forse no. Perché sacra, e santa, spesso non è solo un’idea, ma la vita incarnata, in carne ed ossa. Così don Bosco l’ho conosciuto nei Salesiani, l’ho apprezzato nei cortili dell’oratorio, l’ho pregato accanto all’urna di Valdocco. Che un’urna con le reliquie passi da Pinerolo sinceramente non lo percepisco come un evento straordinario: probabilmente fossi argentino, o messicano, o anche solo spagnolo o francese o tedesco non sarei così ben abituato a luoghi di santità salesiana, e allora gli agi dell’abitudine non annacquerebbero la santità del quotidiano. Quel che mi sembra straordinario è che Dio suscita santi proprio nel nostro quotidiano, e fa loro calcare le nostre terre, annusare i nostri vigneti, assaggiare le nostre minestre. Anch’io, a gennaio, sarò pellegrino all’urna di don Bosco, in duomo. Per ricordarmi che la santità è una cosa molto concreta, ed è fatta di carne ed ossa.

J.G.

L'urna di don Bosco nella Cattedrale di Pinerolo