Dopo tanti, lunghi giorni è arrivato finalmente il momento di poter ritornare a partecipare alla Santa Messa in chiesa. Sono stati giorni di sconforto, di nostalgia, ma anche di speranza, tanta speranza che tutto potesse tornare ad un minimo di normalità.

Il momento tanto atteso è arrivato, proprio in un giorno importante per noi cristiani: la solennità dell’Ascensione del Signore.

Mi sono preparato e sono partito per tempo per raggiungere la chiesa, all’altro lato del paese. Camminando ripenso a questo periodo, che è coinciso anche con il periodo di Pasqua, il Triduo, la solenne veglia, madre di tutte le celebrazioni. Il cuore è invaso da mille pensieri: vorrei correre, come hanno fatto Pietro e Giovanni, per vedere cosa era successo; a tratti mi sento invece in compagnia dei discepoli di Emmaus, tristi, sconsolati e sconfortati, delusi.

Ma ecco la chiesa. La chiesa di Airasca ha una particolarità: la sua facciata non dà sulla via principale come quasi tutte le chiese di paese, è invece girata al contrario e la facciata è prospicente una piccola piazzetta. Se non conosci il luogo, la devi cercare. Giro a sinistra e poi a destra ed ecco la chiesa! Saluto i volontari della parrocchia (tra loro in prima linea, come sempre, gli amici Alpini) che sono lì a dare indicazioni e a controllare che tutto proceda secondo le norme stabilite dalle autorità civili; il portone è spalancato, entro e subito lo sguardo incontra il Tabernacolo, le parole scaturiscono nella mente e nel cuore impetuose e solenni, come è stato per Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv 20,28).

Assaporare poi tutto il rito della celebrazione come se fosse la prima volta è un tutt’uno con la gioia che si prova nel ripetere gesti e parole che sanno di antico (non vecchio, perché nella Chiesa nulla è vecchio, semmai è antico, arcaico…). Il salmista nella liturgia della Parola del giorno, ci aiuta in modo veramente sublime: Cantate inni a Dio, cantate inni, cantate inni al nostro re, cantate inni” (Sal 47,48) e questi inni da secoli si innalzano verso le volte magistralmente dipinte, fin oltre esse, fin dove lo sguardo degli apostoli videro Gesù che “fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi” (Atti 1,9).

Se volgo lo sguardo attorno, qualcosa di nuovo, di diverso, c’è: siamo disposti a scacchiera, tra i banchi, con molti posti vuoti. Certamente questo non è bello, ma in questo momento storico è così e subito il pensiero va a tutte quelle persone che il loro posto, nelle varie chiese del mondo, non lo occuperanno più perché questa pandemia le ha portate via e a tutte quelle persone, magari fragili e vulnerabili, che hanno ancora, giustamente, paura e in chiesa non ci sono ancora tornate. Una preghiera particolare, in questa messa, è per tutti loro.

Al termine di questa “nuova”, entusiasmante esperienza, si esce dalla chiesa e il desiderio sarebbe quello di salutare con un abbraccio tutte le persone. Non è possibile e a pensarci bene anche la necessità del distanziamento sociale è una sorta di rito – laico, è vero – ma che assume un aspetto quasi di sacralità: la sacralità del rispetto della salute e della vita, nostra e degli altri.

Il cammino del ritorno a casa è diverso, ci si sente quasi come ‘mandati’, come i discepoli, (“li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo” Lc 10,1) ad annunciare agli altri che abbiamo incontrato il Signore, che è vivo ed è con noi, anche se proprio oggi è salito al cielo.

Perché “la messa non è finita”: è appena cominciata, anzi – è il caso di dirlo – è ricominciata.

NICOLA BENEDETTO