Sono cresciuto alla scuola e nelle scuole di don Bosco: medie all’Istituto di Cumiana, ginnasio a Valdocco, liceo a Valsalice, e licenza in teologia pastorale all’Università Pontificia Salesiana di Torino. Ho conosciuto questo santo prete attraverso i suoi testi, le biografie, ma soprattutto grazie ai tanti salesiani che ne hanno interpretato il carisma. Da ragazzino lo vedevo come una sorta di super eroe, in equilibrio funambolico sulla corda, i suoi coetanei e compagni di giochi con il naso all’insù e lui a cogliere l’occasione di quell’istante di meraviglia per offrire un assaggio di “timor di Dio”. Poi a Casa Pinardi e Valdocco, circondato da stormi di giovani festanti. Lo vedevo sempre vincente. È stata la licenza in teologia a rivelarmi, grazie alle lezioni di Aldo Giraudo, il don Bosco fragile e sconfitto. Dai documenti dell’epoca emergono i suoi tanti fallimenti, i no incassati, l’ostilità di tanti (anche del clero torinese), le amarezze sofferte e offerte. Quell’approccio ha riorientato l’immagine che avevo del santo: non un divo acclamato dalle folle, ma un uomo in ascolto di Dio, in lotta con i suoi limiti, impegnato a fare i conti con i propri fallimenti, eppure mai rassegnato. Credo che stia lì il segreto del suo metodo educativo da riscoprire anche nel nostro oggi: un continuo rialzarsi, consapevole della propria piccolezza e inadeguatezza. E poi l’allegria – mai forzata o ostentata, che diventerebbe alienazione – da coltivare con dedizione e custodire come un bene prezioso. E ancora il sistema preventivo che, scriveva don Bosco, «poggia tutto sopra la ragione, la religione, e l’amorevolezza». Non una bolla di vetro per isolare dal mondo, ma una cura della mente e dell’anima per alimentare il bene che già c’è in ciascuno e soprattutto nei giovani, curando la relazione tra educatore ed educando.
Questo è il mio don Bosco.
Patrizio Righero