13 novembre 2015

Papa Francesco, con la sua intensa prolusione al Convegno Ecclesiale di Firenze ha davvero, come sottolineano quei commentatori che cercano sempre una chiave di lettura politicista, definitivamente “archiviato il ruinismo”? Dobbiamo definitivamente considerare archiviata l’attenzione della Chiesa sui “principi non negoziabili” di ratzingeriana memoria?
Potremmo dire sì e no. E non per risolverla in modo doroteo. Tantomeno perché il Vescovo di Roma voglia una ritirata intimistica della Chiesa. Al massimo perché alla difesa, Papa Francesco, preferisce l’attacco.
Papa Francesco (ecco il sì) propone ai cattolici italiani di farsi “crocerossini” (per stare all’immagine della “Chiesa ospedale da campo”, evocata nella sua intervista programmatica su “La Civiltà Cattolica”) piuttosto che “falange militante”. In ogni caso (eccoci al no), che la si svolga sul fronte dei soccorriti o su quello dei combattenti, la post-modernità è descritta con l’immagine di un campo di battaglia. Non viene meno, poi, nemmeno nella visione di Francesco, la necessità di «andare controcorrente» rispetto ai «falsi miti del progresso» (che ha in quella dello “scarto” una delle sue culture più impattanti). La richiesta di mettere le mani nelle contraddittorie ferite della contemporaneità non è certo meno forte, certo con linguaggi e accenti diversi, da chi lo ha preceduto. Come leggere altrimenti l’invito a «non guardare dal balcone la vita, ma immergetevi nell’ampio dialogo sociale e politico». Un dialogo, quello che Papa Bergoglio indica come compito, che specifica subito non essere «negoziare. Negoziare – spiega il Pontefice – è ricavare la propria “fetta” della torta comune. Non è cercare il bene comune». Il “genio del cattolicesimo italiano” va messo in campo per determinare una differenza qualitativa, una più pregnante risposta al bisogno dell’uomo (e, quindi e prima, alla natura umana). Non sarà certo stato scelto a caso il termine “negoziare”, no? D’altronde, «la Chiesa deve saper anche dare una risposta chiara davanti alle minacce che emergono all’interno del dibattito pubblico: è questa una delle forme del contributo specifico dei credenti alla costruzione della società comune».
La stessa indicazione dell’icona di don Camillo, energico curato di campagna non certo inclina alle “scelte religiose” o alla “mediazione dei valori”, intensamente popolare perché radicato sulla preghiera, a meno di voler far propria la balzana idea dell’evocazione traditrice, chiarisce bene quanto intendiamo leggere nelle parole del Papa.
Un Papa che non propone un’astratta pianificazione pastorale (mania un po’ sfidata del clericalismo nostrano), assolutamente in linea con il purtroppo rimosso intervento di Benedetto XVI al “Comitato centrale dei cattolici tedeschi” (24 settembre 2011).
La Chiesa inquieta che piace al Papa è quella che non cerca la rendita di un potere per difendersi, piuttosto è forte della fede e delle sue ragioni (a monte, quindi, della ragione non razionalisticamente intesa) e va all’attacco.
Chi vuole una Chiesa «cappellana del relativismo post-moderno», ci spiace, sarà ancora deluso. Anche se cercherà di strumentalizzare le parole di Francesco per dire che ha dato loro ragione.

Marco Margrita

Papa Francesco a Firenze