Un pensiero sul vangelo della II Domenica di Quaresima, 17 marzo 2019 a cura di Luca Rubin  
È bello per noi essere qui (Lc 9,28-36)
  La teologia usa un termine: teofania, per indicare una manifestazione di Dio. Di queste teofanie possiamo avere due esperienze diametralmente opposte ed entrambe inconcludenti:
  • negare a Dio ogni possibilità di manifestarsi e di intervenire nelle nostre vite, relegando tutto nella sfera del mito, della favola, dove trovano collocazione anche Babbo Natale e Cappuccetto Rosso. Dio non esiste, o se esiste ha troppo da fare per occuparsi di me… nella migliore delle ipotesi Dio diventa l’amico immaginario col quale illuderci oppure il nemico giurato contro il quale scagliarci.
  • creare teofanie a nastro: visioni, apparizioni, fenomeni soprannaturali, vedere Dio ovunque, non in senso positivo, ma come una conseguenza del proprio vuoto che richiede mille e mille conferme prodigiose: la teofania diventa una droga, una dipendenza.
Il vangelo ci racconta come avviene una teofania original e doc, qual è il modo di procedere, gli ingredienti base, gli atteggiamenti, e ciò che provoca in chi la vive. Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo All’inizio c’è sempre Dio e la sua azione: egli “prende con sé”, coinvolge, è vicino, ama. Il termine greco è “riceve”, accoglie in sé, Dio è uno con te, tiene alla tua persona. Già in questo primo atteggiamento puoi scoprire e sperimentare tutto il cuore di Dio, che non è capace a stare solo, che vive di comunione, di dono, di amore donato e ricevuto.

Salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante.

Chi ama dona tutto se stesso, la sua intimità più profonda. Gesù prende con sé e porta alla conoscenza del Padre, attraverso la preghiera. Pregare: com’è facile e com’è difficile al tempo stesso! La preghiera è relazione con Dio, è versare il cuore in Dio, come diceva un grande maestro di preghiera. Proprio perché la preghiera non è ripetere parole ma entrare in relazione, essa ha bisogno di tutto te stesso: anima, psiche, corpo, ed è questa la fatica: spesso siamo dispersi e frammentati, e fare unità in se stessi non è facile, non è comodo. Gesù ci prende con sé e ci insegna a pregare, ci fa abitare la sua preghiera, come una madre che custodisce i suoi piccoli e li educa alla vita, con pazienza e tenerezza infinita. Questa preghiera produce effetto nel volto di Gesù e nella sua veste: la preghiera manifesta Dio a noi e noi a Dio, la relazione è stabilita, c’è connessione, diremmo oggi, e in questa connessione si gioca tutto il tuo affidamento e il dono di Dio per te. Questo sfolgorio della veste di Gesù, e il volto che cambia di aspetto non ti spaventino: l’amore rende simili, e unisce indissolubilmente. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. La manifestazione di Dio prosegue e diventa dialogo, confronto: Dio non ti lascia solo con i tuoi dubbi e le tue domande, ma ti prende per mano, ti chiede cosa stai vivendo, qual è il tuo cruccio, cosa ti preoccupa, e poi ti offre il tesoro della sua Parola, tutta la sua meravigliosa Parola. La Bibbia non è solo un libro, ma è la testimonianza inconfutabile che Dio è vicino all’uomo dalla sua creazione e per sempre. Mosè (referente dei libri storici) ed Elia (referente dei libri profetici), parlano con Gesù (Nuovo Testamento), i tre parlano dell’esodo di Gesù, cioè della sua uscita da questo mondo attraverso la sua passione, morte e resurrezione, nucleo fondamentale di tutta la storia della salvezza. Gesù ci mette in contatto con Dio Padre e il Padre ci dona tutto il suo Figlio: l’amore non trattiene nulla per sé, ma è dono continuo e inarrestabile! Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Questo sonno sembrerebbe fuori luogo in un momento così solenne, eppure è un elemento importante: la nostra umanità partecipa come può e fin dove può. Anche durante l’agonia del Signore, egli in preda all’angoscia “li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti” (Mc 14,40). Questa pesantezza del sonno commuove il cuore di Dio, il quale non si scompone, non rimprovera aspramente, ma anche in quella situazione prende con sé, com-prende. Nonostante il sonno, la teofania viene offerta loro e videro, fecero esperienza. La tua umanità non è un tassello scomodo, o un elemento da eliminare: è invece il tesoro prezioso che ti permette di fare esperienza concreta di misericordia, è il perché dell’incarnazione di Dio! Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. Tra il sonno, la luce e la gloria, Pietro non si raccapezza più, ma in tutto questo sa solo una cosa: “è bello per noi essere qui” un bello che è anche un buono, così bello e così buono da farci casa e vivere lì per sempre. In Pietro sta parlando il suo desiderio di Dio, è il goffo tentativo di conservare quella pace il più a lungo possibile L’evangelista è lapidario e non lascia scampo: “Egli non sapeva quello che diceva”. Davanti alla manifestazione di Dio ci addormentiamo e parliamo a vanvera: ottima performance, complimenti! Dio è così grande e così oltre che le nostre parole diventano sillabe scomposte, i nostri pensieri confusi e inconcludenti, ma Dio sa bene di che siamo fatti e non arresta la sua manifestazione, non incrina la sua relazione, anzi: sale di livello, proprio come un genitore che davanti alla marachella di un figlio lo esorta a comportarsi bene e gli affida una piccola responsabilità, proporzionata alla sua età. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. La nube spaventa sempre, perché essa sembra essere più potente del sole, tanto da oscurarlo, porta pioggia e talvolta grandine, quindi danni e cose brutte. In questo momento così luminoso la nube che copre e avvolge tutto è come il sonno dei discepoli, come le parole confuse di Pietro, questa volta però è Dio a sfigurare, proprio Lui perfetto in tutto ha il suo angolo buio: la paura aumenta! Eppure anche questa nube ha la sua bella funzione: custodire i figli di Dio dai facili entusiasmi, riportarli coi piedi per terra e fare vivere loro la legge dell’incarnazione, legge alla quale anche Dio sottostà e rispetta profondamente. Questa nube è la pedagogia di Dio che protegge chi ama: stare al sole per un tempo troppo prolungato porta a una dolorosa insolazione, e Dio vuole solo il bene dei suoi piccoli. La nube non oscura la manifestazione di Dio ma la intensifica ai massimi livelli. Infatti: Dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». La nube è l’altoparlante wireless di Dio! Quando leggi o studi cerchi di azzerare tutte le distrazioni e i rumori, ti metti in un luogo tranquillo e il tuo unico interesse è quel libro, da cui trarre nuove informazioni e nozioni. La nube è un richiamare l’attenzione, è chiudere gli occhi per ascoltare meglio, e il Padre parla anche Lui di ascolto. Egli rivela il Figlio, non solo con una presentazione formale, ma con una carica affettiva infinita: è il figlio MIO (l’amore coinvolte e prende con sé, abbiamo detto all’inizio), l’eletto: il Figlio è desiderato dal Padre, voluto, accolto, stimato, amato. Spesso ci concentriamo sull’amore di Dio per noi, ed è una cosa meravigliosa, ma ricordiamoci che i Tre della Trinità vivono tra loro un amore immenso, infinito, un amore su misura di Dio, e in questo vortice trovano collocazione le nostre vite i nostri piccoli grandi amori (come direbbe un cantautore). Ascoltatelo: la manifestazione di Dio non è solo un bel film da vedere con tanti effetti speciali e colpi di scena: è anche ascolto, quindi attenzione, attesa, predisposizione. Solo ascoltando puoi incarnare nella tua vita ciò che vivi, solo ascoltando puoi conoscere l’altro, solo ascoltando puoi vivere l’amore che ti viene donato. Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Dopo una forte esperienza, un grande dolore o una grande gioia (non allegria: gioia), tutto ciò che è secondario scompare, inghiottito da ciò che hai vissuto, sfumato e opacizzato da ciò che hai visto, ascoltato e vissuto. Restò Gesù solo: Mosè ed Elia, il Padre, la luce sfolgorante, la nube: tutto sparisce, lasciando i discepoli in una condizione normale, di quotidianità: quando si gioca coi bambini li si fa saltare e volare, vivono emozioni forti, poi li si riconduce a una tranquillità, in modo che possano vivere una vita stabile, senza troppi scossoni. Se dicessimo: restò solo Gesù, potremmo rimanere delusi e innescare in noi un desiderio smodato di teofanie; restò Gesù solo è invece la giusta conclusione di una manifestazione divina: Dio ha fatto pulizia, ti ha mostrato il suo amore, e ora sei pronto per vivere quell’amore, non frammentato in mille pezzetti, ma unificato, concentrato, integro: restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto. Bastano le orecchie per ascoltare? No: serve anche una bocca, ben chiusa (operazione bocche cucite, dico sempre ai bimbi in classe!). Il silenzio dei discepoli è la custodia per le cose più care, per non disperdere o graffiare il grande tesoro ricevuto, per impedire alla polvere dell’abitudine di spegnere la lucentezza del vissuto. Questa esperienza di Dio non sfigura la tua umanità: tra uno sbadiglio e una battuta infelice, Dio sorride e trasfigura: trasmette a te la sua figura, la sua immagine viene impressa nella tua vita, e per fare una buona foto c’è bisogno di una luce buona: quella della trasfigurazione. È bello per noi essere qui. Restò Gesù solo.