Un pensiero sul vangelo della XXIII domenica del T.O. 8 settembre 2019

 

Chi può essere mio discepolo? Lc 14,25-33

 

 

Gesù espone le condizioni che permettono di frequentare la sua scuola, una sorta di Regolamento d’Istituto, regole che mettono ordine nella vita di chi desidera essere suo discepolo. Davanti alle regole spesso ci sentiamo a disagio, perché esse misurano il nostro comportamento, e possono mettere in luce le nostre insufficienze e le nostre lacune. Tuttavia proviamo a leggere queste norme non come un rimprovero, ma come un invito al miglioramento, un’esortazione alla crescita: rimarranno regole, ma saranno regole amiche.

Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.

Se uno viene a me: è un movimento prodotto dal desiderio di stare con Gesù e frequentare la sua scuola, è quella sete presente in ogni persona, chiamata con diversi nomi (giustizia, santità, spiritualità, interiorità, vocazione, anima, spirito): è il desiderio di trovare qualcuno capace di dare senso alla propria vita e alle proprie aspirazioni. Questo movimento, presente in tutti, anche in chi lo nega, è il primo passo, meraviglioso ed emozionante, a cui deve seguire il secondo: “Se uno viene a me e non mi ama più di…“. Se la prima parte è il mio desiderio a innescare il movimento, la seconda parte è il movimento di Gesù che viene verso di me, Lui mi parla subito di amore, e mi avvisa: non ammette mezze misure. In realtà Gesù non dice nulla di nuovo, poiché è proprio dell’amore essere totalitario, e il gioco della povera margherita sfogliata lo illustra bene, m’ama, non m’ama. Questa regola è il termometro del tuo amore, della tua dedizione. Clare Crockett, una giovane suora, morta nel 2016 a 33 anni, scrive“Quello che mi preoccupa è di morire senza aiutare, senza servire, senza amare, senza regalare tutto di me a Dio: o tutto, o niente”. (qui puoi vedere il film completo sulla sua vita). Anche gli affetti più cari e più sacri devono lasciare il passo a Dio, che non nega l’amore, anzi: lo accende e lo fa divampare, ma è Lui la scintilla che permette l’incendio.

Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.

Seconda regola. Questa volta è una regola che ci consola e conforta. Infatti portare la propria croce (letteralmente il testo parla di patibolo) non è una condanna da parte di un Dio vendicativo, ma il più grande atto di misericordia. Portare con te la tua croce significa accogliere quella parte debole della tua vita, quella mancanza, quella fragilità, averne cura, accettarla. Non pensare subito alla croce di legno: è fatta di carne e sangue la tua croce, ha un nome, un volto, un cuore, un’anima. Portare se stessi e seguire Gesù: questo chiede il Signore. Lui desidera che tutto di te sia presente, non solo la bella copertina, anche le pagine più stropicciate e piene di errori, di strappi e cancellature. Su quelle pagine Lui si sofferma, non per condannarti, ma per cogliere tutta la tua fatica e stringerti al cuore, perché ti ama, tutto qui. Non negare la tua croce, non nasconderla: vivi anche questa dimensione con Gesù, Lui che della sua croce ne ha fatto lo strumento per ricongiungere il cielo alla terra.

Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.

La prima regola parla di persone, questa di cose, di possedimenti, ma il concetto è lo stesso: se tra i due che si amano c’è un terzo (cosa o persona), tutto va a rotoli, e la relazione è impedita, o quantomeno disturbata. Questa rinuncia acquista un senso ulteriore nel testo greco che riporta “chi non dice addio”: è un taglio netto e definitivo tra me e i miei averi, non perché non mi servano, ma perché ” se non avessi la carità, non sarei nulla” (1Cor 13,2), e queste proprietà, se vissute male, andrebbero ad intralciare la relazione con Dio.

Gesù ti accoglie come discepolo se lo metti al primo posto, se accogli tutto te stesso, se dici addio a tutto ciò che si frappone tra te e Lui. Se ci pensi significa porre tutte le nostre risorse ed energie in quello che facciamo, è un discorso di ordine e di priorità; il problema è che il mondo ci propone il multitasking, ossia fare più cose nello stesso momento, e se questo può funzionare a livello pratico (ad esempio mentre scrivo ascolto buona musica e mi gusto un buon tè), è deleterio nella relazione, che chiede tutto di te in quel momento, con quella persona. Gesù desidera tutto di te, non solo un avanzo del tuo tempo, il resto della tua giornata. E se ti sembra esigente, togliti ogni dubbio: lo è. Ora pero, guarda la sua di croce, e capirai che neppure Lui si è risparmiato, per amore, per amarti.

 

Luca Rubin