3 ottobre 2015

Luci e ombre nella Chiesa che è in Pinerolo” è il titolo dell’intervento che il canonico don Giorgio Grietti ha proposto al “Consiglio pastorale aperto” dello scorso 25 settembre.

Riportiamo di seguito il testo integrale:

 

 

 Perché parlare di “luci e ombre” nella nostra Chiesa? Mi sembra del tutto ovvio unire i due termini, salvo che si ritenga, come si diceva un tempo, che “la Chiesa è una società perfetta”. La Chiesa è santa e peccatrice, la Chiesa non è il fine bensì un mezzo, uno strumento, e come tale è in cammino e pellegrina. La Chiesa è costantemente chiamata alla conversione, a confrontarsi con situazioni nuove, diverse, spesso delicate, per accompagnare continuamente gli uomini all’incontro con Dio. Le nostre comunità parrocchiali sono variegate, direi molto variegate. Basti pensare alle numerose e piccole parrocchie, soprattutto, di montagna; quali diversità rispetto alle parrocchie della città e altri centri! Variegato è anche il presbiterio come nazionalità, formazione, storia. Variegata è la presenza di gruppi e movimenti, tutti portatori di doni ma, forse, non tutti animati dalla volontà di collaborazione reciproca e di attenzione agli altri. Variegata è anche la situazione religiosa del nostro territorio in cui da secoli è presente la Chiesa Valdese, in cui è ormai radicata la presenza della Chiesa Ortodossa Rumena e in cui va rafforzandosi la presenza di non cristiani. Ho proposto alcune considerazioni introduttive per dire che le difficoltà sono comprensibili, oserei dire inevitabili. Tuttavia affermare questo, non equivale a dire che le difficoltà siano insuperabili! Eppure guai a nasconderle o a volerle ignorare. Nelle cinque operazioni del Convegno di Firenze “per una umanità nuova” non compare il verbo “conservare” (quantomeno nel senso di lasciare le cose come stanno). Compaiono cinque verbi intrisi di dinamismo (uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare) di fronte ai quali continuamente confrontarci. Tornando ai nostri termini iniziali osservo che “luci” fa riferimento a esperienze positive da continuare ad alimentare, “ombre “ fa riferimento a difficoltà che vogliamo valutare insieme, convinti che nessuno le può affrontare se non si colloca nella prospettiva dell’uscire, una prospettiva che chiede a ciascuno di mettersi in discussione.

Questa sera prospetto luci e ombre non secondo il mio pensiero, bensì rifacendomi a quanto mi è stato trasmesso. Io ho provocato la riflessione, oggetto dell’intervento, perché quanti di noi andranno a Firenze, vi si rechino attenti alle attese, alle speranze, alle difficoltà, alle gioie degli altri. Il Convegno non ci darà immediatamente delle ricette, né le attendiamo. Sappiamo però che lo scopo di un convegno, come dice lo stesso termine, è far incontrare delle persone in un dialogo che sarà proficuo nella misura in cui ciascuno è pronto ad accogliere qualcosa e poi a rinnovarsi. Questa sera cerchiamo di costatare una situazione non per esprimere giudizi, piuttosto per avvertire la necessità di crescere nella koinonia, in una prospettiva sinodale che diventi un “camminare insieme”.

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Ho interpellato il presbiterio nelle quattro zone pastorali, il Consiglio Pastorale, i vari Uffici Pastorali, le Religiose, il gruppo diaconale, la Consulta delle Associazioni e dei Movimenti. Non tutti hanno risposto. Le risposte ricevute sono  undici; ad esse si è aggiunta la risposta di una comunità parrocchiale col proprio presbitero. Il tutto è raccolto nel dossier che lascio alla Segreteria del Consiglio Pastorale.

Una  luce, sottolineata in diverse risposte, che ci coinvolge assieme alla Chiesa Valdese, e in parte, anche con la parrocchia Ortodossa Rumena, è la collaborazione sul piano della carità, che si esprime in modo particolare nel Centro Ecumenico di Ascolto. Qui si è visto, nelle modalità di aiuto, un salto di qualità con l’apertura dell’emporio “Una goccia” in via del Pino. La collaborazione si è allargata anche alla Chiesa ortodossa romena, con l’istituzione di una “borsa-lavoro”, sostenuta economicamente da molte parrocchie della città, dalla Chiesa valdese e dalla comunità ortodossa romena. In una zona della Diocesi va radicandosi una Caritas locale; in questa zona, nella quale è scomparso il 70% dell’industria, i laici hanno rotto il campanilismo, la Chiesa ha partecipato alle iniziative civili a difesa del lavoro e contro la chiusura degli ospedali, le parrocchie sono riuscite a coinvolgere i giovani nelle iniziative della Caritas locale. Un Ufficio, mentre evidenzia “il caso virtuoso del Centro Ecumenico di Ascolto e dell’Emporio Solidale di Via del Pino”  rileva che “sarebbe tuttavia opportuno che tutte le realtà solidali legate alle singole parrocchie/associazioni facessero maggior riferimento alla Caritas diocesana, per evitare un’eccessiva frammentazione degli aiuti, in modo da rispondere in modo più organico ai bisogni primari della popolazione”. Leggo anche che “molto si sta già facendo per la condivisione con i più poveri con il Centro Ecumenico di ascolto”, è però vero che “molto resta da fare insieme di fronte al problema della perdita di lavoro e della disoccupazione, di fronte agli sfratti e al problema degli affitti. Molto si potrebbe fare insieme di fronte ai tagli continui della sanità e dell’assistenza, anche verificando e dando l’esempio con le nostre strutture”. Ci si imbatte anche in alcuni interrogativi. Che cosa possiamo fare insieme per i nomadi? Che cosa siamo chiamati a fare per l’ospitalità agli stranieri e ai profughi in arrivo”? Circa il problema degli immigrati c’è chi lo avverte, e intende affrontarlo, ma rileva come sia difficile la gestione del problema senza collegamenti con la Prefettura e le Istituzioni Pubbliche.

Passo a un argomento che percorre, sia pure con intensità diversa, varie risposte; è il tema dell’Ecumenismo. E’ unanime l’apprezzamento per le Celebrazioni ecumeniche nella Settimana di Preghiera per l’unità dei Cristiani; si parla di grandi passi in avanti dalla nostra Diocesi; si rileva che la dimensione ecumenica del nostro territorio può essere vista come un metodo, un modo di lavorare insieme. Tuttavia non mancano ombre e tra esse occorre ricordare che la formazione ecumenica dei presbiteri e dei laici, non ha trovato ancora dei canali efficaci e continuativi attraverso i quali svolgersi. Qualcuno sottolinea che per mantenere buoni rapporti, a volte si accondiscende troppo appiattendo i problemi che ci dividono, minimizzando le nostre peculiarità. Eppure sappiamo che occorre evitare l’irenismo! Le difficoltà nei rapporti appaiono maggiori con il clero che tra i laici. Tra le ombre si segnalano le difficoltà che nel passato abbiamo causato, soprattutto alle coppie miste, e si osserva che per stabilire nuove relazioni dobbiamo fare ammenda di molti nostri comportamenti. Tuttavia l’Ecumenismo non può “essere unilaterale da parte dei cattolici che hanno conosciuto e riconosciuto i propri errori”. Mi permetto di aggiungere alcune considerazioni personali. Da alcuni anni si tiene un corso di preparazione al matrimonio per le coppie miste, esaminando il documento dell’Intesa sul matrimonio tra cattolici e valdesi in Italia. L’esperienza è positiva e s’intende continuarla e, sinora, è stata condotta da don Grietti col Pastore Gianni Genre. Avverto però due difficoltà; confesso di non sentirmi in questa iniziativa sostenuto dalla mia Chiesa (e Gianni Genre avverte la stessa cosa da parte sua).  Le due Chiese sono contente dell’iniziativa, ma mai ci hanno domandato come vanno le cose, se abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti. Inoltre da parte mia, mi sono reso conto che parte del presbiterio diocesano non conosce l’Intesa (lo scorso anno l’ho presentata in una Zona Pastorale) e che vi sono parroci che non la intendono come vincolante. Mi si consenta anche una domanda: è in atto qualcosa per le coppie miste dopo il matrimonio e per quelle sposate da anni?

Passiamo al tema “Catechesi”.  L’ufficio catechistico diocesano ritiene di poter indicare – come esperienza significativa del cammino comunitario – il cambiamento apportato agli itinerari di Iniziazione Cristiana. La positività dell’esperienza è segnalata anche in altre risposte ricevute. Il cammino proposto dura circa sei anni.  Emergeva, sin dall’inizio (e sembra che tale timore blocchi ancora oggi delle comunità) una diffusa difficoltà da parte dei catechisti e dei parroci nell’incontrare le famiglie per coinvolgerle e progettare percorsi post Sacramenti e per arginare il diffuso abbandono da parte dei neo cresimati.  I progetti attualmente  proposti sono due, pre e post battesimale, con un percorso di tipo catecumenale che prevede la riscoperta del Battesimo, l’adesione consapevole alla Fede cristiana, la celebrazione congiunta di Confermazione ed Eucaristia. Le fasi sono tre: scoperta di Gesù, individuazione del senso di appartenenza a Cristo nella Chiesa, la mistagogia come, palestra di vita cristiana, illuminati e fortificati dallo Spirito Santo. La scommessa forte è stata quella della partecipazione della famiglia, qualunque famiglia, anche quelle in situazioni di irregolarità coniugale o ricostruite. Le ricadute sono quelle di una maggiore capacità di annuncio, legata ad un approfondimento della Parola di Dio, a un vissuto più consapevole dei gesti e dei tempi liturgici. Soprattutto va evidenziata migliore qualità nelle relazioni umane, che fa dire a molti “di sentirsi realmente in parrocchia “famiglia di famiglie”. Il coinvolgimento delle famiglie, il passaggio di mentalità, dal “mandare i figli al catechismo” a “accompagnarli” è fortemente vivificante per le nostre parrocchie. Attualmente sono venticinque le parrocchie della Diocesi che hanno intrapreso un percorso catechistico di iniziazione cristiana ad ispirazione catecumenale. Altre si stanno aggiungendo, ma non si può non rilevare la presenza di parrocchie che si pongono come difensori dei percorsi tradizionali e offrono ai bambini e ai ragazzi, anche di altre parrocchie della Diocesi, la possibilità di accedere ai Sacramenti con percorsi brevi e secondo un posizionamento non in linea con l’orientamento diocesano. Si assiste di conseguenza ad un certo disorientamento, ma soprattutto si sottraggono alle famiglie le possibilità di sperimentare una parrocchia che accoglie, attenta ai tempi e alle esigenze di ascolto che la società impedisce alle famiglie. Per molti il nuovo percorso è l’occasione per riguardare la parrocchia e la Chiesa con occhi nuovi. Riporto testualmente: “Al momento, tuttavia, il nuovo percorso è ancora troppo frammentario perché sono numerose le parrocchie che non l’hanno adottato, influenzando in tal modo le scelte delle famiglie sulla parrocchia in cui frequentare il catechismo: si viene così a indebolire il legame dei bambini e delle famiglie con la parrocchia di appartenenza”.  Un  ambito particolarmente urgente appare nella nostra Diocesi quello della catechesi ecumenica, sotto il profilo più generale di promuovere la dimensione ecumenica nella catechesi ordinaria, dandole sempre di più un’impostazione cristocentrica, e sotto il profilo più specifico di curare, per quanto possibile, la catechesi ecumenica per i figli delle coppie interconfessionali. Concludendo, è positivo che attraverso il nuovo progetto catechistico si sia arrivati a coinvolgere le famiglie dei bambini. La missionarietà, infatti, coinvolge anche i laici, non solo i presbiteri. Sono una luce, la valorizzazione dei catechisti e l’impegno per la loro formazione. Aumenta il numero delle parrocchie che avviano la nuova forma di catechesi. Non mancano tuttavia incomprensioni e resistenze, anche da parte del clero, e di alcuni genitori. Eppure il nuovo percorso catechistico, anche se spaventa (soprattutto alcuni genitori e parroci) è una bella sfida. Un Ufficio segnala però che l’attenzione alla catechesi per bambini e ragazzi non trova corrispondenza in un’adeguata catechesi per adulti spesso tralasciata o non tenuta nella debita considerazione (a volte ridotta a cicli di conferenze) oppure ancora affidata esclusivamente ad associazioni e movimenti.

Che si dice sulla liturgia? Circa la partecipazione, la prima urgenza che balza agli occhi è quella di superare l’indifferenza sempre più dilagante. Si parla di partecipazione scarsa o assente delle nuove generazioni di bambini e ragazzi, di partecipazione solo degli oltre cinquantenni. Si segnala però anche l’esistenza di cori parrocchiali e gruppi liturgici che cercano di rendere la celebrazione eucaristica più vissuta e attiva. Sono state sviluppate liturgie ad hoc (ricordo del battesimo; celebrazione degli anniversari di matrimonio; messa per bambini e famiglie) proposte ormai in molte parrocchie. In una zona si punta anche alla rivalorizzazione della celebrazione con riscoperta del simbolismo liturgico e della bellezza della celebrazione e del luogo celebrativo. In ambito ecumenico si è avviato quest’anno un gruppo di lavoro sul Battesimo che soddisfi l’esigenza di avere un testo comune per la celebrazione del battesimo dei figli delle coppie miste. Tra le ombre si rilevano le lacune nella preparazione ai Sacramenti (nelle tappe pre e post battesimale), e il fatto che manchi un’adeguata valorizzazione della preparazione al matrimonio. Le persone non vedono cosa c’entra la Parola di Dio con la propria vita; le coppie che seguono il corso prematrimoniale spesso non vivono una vita cristiana; i giovani non sanno nulla del senso della liturgia. La predicazione dovrebbe essere più attinente alla Parola proclamata. Le omelie in questi anni sono più centrate sulla Parola proclamata, ma si deve migliorare nella proclamazione stessa della Parola e nella sua comprensione attualizzata nella vita delle persone e della comunità. C’è difficoltà nel far capire che la Parola ha un impatto nella nostra vita così come la celebrazione. Sembra che le persone credano alla Parola come a qualcosa che sta su un altro pianeta, che le letture non abbiano niente a che fare con la vita. Talvolta la Messa appare poco a misura di famiglia (a partire dall’accoglienza); le celebrazioni sono spesso lontane dalla vita delle persone; vi sono celebrazioni, e si segnala in particolare la celebrazione dei battesimi, in cui non è coinvolta la comunità. Un Ufficio ci fa una proposta per “la custodia della domenica” richiamando una campagna di sensibilizzazione, proposta dall’Ufficio nazionale CEI per il turismo, per

– custodire e difendere la “domenica”;

– ribadire la centralità dell’Eucaristia domenicale;

– affrontare il problema del lavoro domenicale.

Si tratta di un tema “che potrebbe  coinvolgere contemporaneamente gli Uffici Famiglia, Giovani, Catechistico, Liturgico, Beni Culturali, Turismo, Sport, in collaborazione con le istituzioni locali e con l’associazionismo, in un progetto sperimentale finalizzato non soltanto a santificare le feste, ma anche a promuovere azioni concrete per salvaguardare l’unità familiare”.  Incontro poi un richiamo alla preghiera e una proposta in questi termini: “Altra importante risorsa di “umanizzazione” e occasione privilegiata di colloquio con Dio, è lo spazio di preghiera per gli adulti. Tra gli affanni della vita quotidiana, l’aspetto materiale e contingente prende il sopravvento sull’attenzione al bene spirituale: il tempo per la preghiera personale è talvolta sacrificato a favore d’innumerevoli altre attività materiali. Sarebbe perciò opportuno trovare spazi comunitari di silenzio e di preghiera continuativi nelle parrocchie (o in gruppi di esse oppure ancora a livello zonale) sotto forma di lectio divina oppure di adorazione eucaristica, che tengano conto delle esigenze anche delle persone che lavorano”.

Un cenno alla famiglia. L’Ufficio famiglia, con riferimento alle “cinque vie” del Convegno di Firenze, rileva l’importanza del verbo “uscire”, soprattutto dal punto di vista culturale per fare cultura della famiglia, spiegare la bellezza dell’essere famiglia. E’ un compito difficile, anche perché spesso non si ha la coscienza della bellezza di essere famiglia. Una luce nella Diocesi è il gruppo Maranathà per le famiglie in difficoltà, separati e divorziati. Si tratta di un gruppo che cammina sulla Parola di Dio. E’ una presenza ormai collaudata il cui sportello da sette anni affronta problematiche matrimoniali di divorziati e separati. Si richiama l’attenzione alle famiglie in difficoltà, verso le quali il vescovo è sempre accogliente e amorevole. Alcune urgenze: partire dall’accoglienza delle famiglie, quelle formata da poco e con bambini piccoli e irrequieti da conoscere e accompagnare, quelle consolidate e capaci di donare alla comunità la propria esperienza, quelle in difficoltà che rendono visibile la croce ogni giorno, quelle in ricerca di un senso alla loro vita.

Che si dice dei presbiteri? I laici vedono una scarsa coesione all’interno del gruppo dei presbiteri; alcuni di questi non hanno difficoltà a riconoscere tale ombra e riconoscono che “ non sempre ci facciamo riconoscere per l’amore che ci unisce”. I presbiteri di una zona pastorale, mentre rilevano di aver fatto passi in avanti nella comunione tra “preti di diverse nazionalità, di formazione eterogenea, scrivono di non percepire un analogo sentire in tutto il presbiterio diocesano. Si legge “Manca però solidarietà e unione tra i preti della nostra Diocesi, certe volte facciamo le cose contro noi stessi. Su questo punto occorre lavorare di più e a fondo”. Nell’attuale composizione del presbiterio è possibile, volendo, ricevere degli stimoli da una “eterogeneità geografica e culturale internazionale”. Si segnala poi il rischio di un immobilismo dei presbiteri per cui le comunità non si rivitalizzano. Vi sono preti che considerano la parrocchia come il proprio pollaio dove si hanno diritti superiori al proprio vescovo; il ruolo dei laici è limitato a puri comprimari. Lunghi o lunghissimi periodi di permanenza dei parroci in alcune parrocchie rendono difficoltosa la proposta di novità ed eccessivamente abitudinaria la vita di talune comunità oltre a “rendere croniche” alcune situazioni. Vi sono preti che ignorano (a volte si ha l’impressione per partito preso), le attività di questo o quell’altro ufficio di pastorale e non coinvolgono in esse le comunità. Con tutto ciò non si nega “l’estrema disponibilità, abbondante e gratuita, dei presbiteri che, pur non essendo numerosi (rilevanti i casi di presbiteri cui sono ormai affidate più parrocchie), si occupano delle nostre anime e delle nostre necessità, anche materiali”. Si riscontra difficoltà nella comprensione delle omelie domenicali che spesso non sono collegate con la vita quotidiana. A questo proposito sono positive le esperienze nella Diocesi di laici e parroci che leggono il Vangelo e preparano insieme l’omelia domenicale. Si osserva, per quanto riguarda la predicazione all’interno delle messe domenicali, che spesso è difficile seguire l’omelia perché non collegata con la vita quotidiana delle persone e pertanto poco efficace. Questo probabilmente è dovuto al fatto che la predicazione è ancora troppo legata alla personalità del singolo predicatore, ma non mancano, come già si è osservato, esperienze di gruppi di preti e laici che studiano insieme le letture della domenica e insieme preparano l’omelia; si tratta di esperienze che andrebbero incrementate. Attività simile è stata svolta per alcuni anni negli incontri preti-pastori; ora gli incontri hanno subito una battuta d’arresto per motivi organizzativi, ma si auspica siano ripresi al più presto. Si segnala l’analfabetismo religioso della fascia 30-50 anni; manca una forma di annuncio ai lontani e ai “tiepidi”. Si propone di porre mano alla questione delle unità pastorali o comunque degli accorpamenti fra parrocchie o delle comunità di presbiteri, preparando con gradualità le comunità, specialmente nei comuni più piccoli e nelle borgate. Si legge anche “Guardando il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto si rileva come esperienza positiva la varietà nella nazionalità e nella formazione del presbiterio, ma ciò può rivelarsi anche un aspetto negativo con il rischio di dimenticare le radici della Chiesa di Pinerolo, il percorso fatto lungo gli anni”. A Pinerolo la contestazione è stata forte, ma proprio a partire dagli anni ’70 c’è stata una specificità che è una luce: la capacità di lavorare con chi è diverso, anche con chi è fuori dalla Chiesa.  Si rileva, come ombra, il rischio di perdere tale diversità; magari si preferisce l’ecumenismo tra le Chiese, ma non si accoglie chi non è nella Chiesa”. Chiudo il paragrafo con un’osservazione personale. Non ho parlato di diaconi. Perché? Un diacono, con i presbiteri della propria zona, ha portato un contributo alla nostra riflessione, ma per il resto nelle risposte ricevute della presenza di diaconi e del loro servizio non se ne tratta.  Se ho letto male io, faccio ammenda; permettetemi, però, di dire che se ho letto bene, si tratta di un silenzio “rilevante”, a mio avviso da interpretare, sebbene non sappia in che maniera.

Argomento rilevante è quello della Comunione Ecclesiale nell’agire di ciascuno.  Ecco quanto ricavo dalle risposte. C’è chi si esprime così: “La principale difficoltà è coinvolgere attivamente l’intera Diocesi a lavorare insieme. Sul territorio esistono notevoli realtà ecclesiali e laicali che operano nel campo e sul campo missionario  e in diverse di queste la partecipazione dei giovani è molto rilevante; è altresì significativa la cooperazione in campo economico. Tuttavia manca la coesione necessaria a far rete, sistema, in modo da costruire nell’unità. Si ha la sensazione che la condivisione delle azioni sia sentita molto spesso come un perdere qualcosa di mio, togliere od impoverire anziché come aggiungere ed arricchire l’operato di ciascun gruppo”.  C’è chi osserva di trovarsi di fronte ad una “Frammentazione d’iniziative simili (se non uguali) in parrocchie vicine e rileva la presenza di troppo campanilismo”. Troppo sovente le varie iniziative sono condotte in ordine sparso e disomogeneo dando il senso di frammentazione. Incontro, tra le ombre, queste affermazioni: frammentazione di gruppi e iniziative; individualismo, anche pastorale e gruppi chiusi; timore del confronto e della verifica pastorale. Leggo anche: “Pensiamo che le parrocchie e i gruppi di Chiesa pinerolesi viaggino un po’ ciascuna per conto proprio. L’impressione che abbiamo come laici è che ognuna coltivi il suo orticello. S’incontrano alcune proposte quali “Trovare delle forme per andare oltre al concetto statico di parrocchia che ripete sempre le stesse cose. Occorre mettere in campo delle sinergie tra le diverse realtà lasciando perdere eventuali vecchi pregiudizi e distanze”. Leggo anche “nelle varie attività pastorali, sia a livello zonale, sia parrocchiale, si ha l’impressione di procedere in ordine sparso, comunicando poco le proprie esperienze, anche per quanto riguarda il nuovo progetto catechistico. Si ha la percezione di essere chiusi nelle sacrestie mentre occorre invece uscire verso le periferie, usando un’espressione cara a papa Francesco”. Si avanza una proposta, nella direzione della comunione e della sinergia a proposito dei gruppi biblici. Questi in città sono numerosi e una risorsa per la Diocesi. Qualcuno ritiene che sarebbe utile una mappatura di tali gruppi, e qualcuno propone che due o tre parrocchie si uniscano per condurre avanti queste iniziative. Leggo: “L’argomento lo si decide insieme e si può ipotizzare che il gruppo si faccia un mese nei locali di una parrocchia, il mese dopo in quelli di un’altra e così via. I benefici sarebbero tanti perché il confronto con realtà diverse da quelle cui siamo abituati ci aiuta a crescere e ad allargare i nostri orizzonti”.  Vi sono in città iniziative comuni a più parrocchie per i giovanissimi, i preadolescenti, i giovani. In Diocesi, nonostante la sua piccola estensione, vi sono tante comunità portatrici di diversi carismi (Salesiani, Visitazione, Cappuccini, Neocatecumenali, Giuseppine e Giuseppini…), vari movimenti ecclesiali e anche scuole cattoliche che mettono a disposizione moltissime opportunità per il cammino spirituale ed esperienziale dei laici che intendono sfruttarle. Come cogliamo queste opportunità? Le piccole dimensioni della Diocesi prospettano una luce e un’ombra. Mentre rendono facile la possibilità di un dialogo e di un incontro diretto con il Vescovo sia come comunità che come singoli fedeli o famiglie, rendono difficile il ricambio e lo scambio di pareri ed esperienze in taluni ambienti ecclesiali piccoli e ristretti.

E i giovani? Dove sono? Non s’incontrano particolari riflessioni su di essi. Se ne parla a proposito del laicato. Leggiamo “negli ultimi anni si è vista una vivacità del laicato in diversi ambiti come per esempio nella gestione dei cori da parte dei giovani, la vivacità degli oratori, la presenza dei laici nelle parrocchie soprattutto per il progetto catechistico e questa forte presenza del laicato è una luce nella Diocesi”. Eppure nello stesso intervento troviamo considerazioni a proposito del “frequente rifiuto del laicato a ricevere una formazione, la difficoltà di collaborazione tra laicato e presbiteri, la poca disponibilità da parte di alcuni presbiteri a lasciare agire i laici, la mancanza di apertura alle novità.”. Alcuni preti affermano che vi è “ difficoltà a riunire i Laici per riflettere e programmare insieme”.  Occorre riconoscere che non mancano Comunità con laici molto presenti e attivi (e per alcuni stanno aumentando). Anche negli uffici diocesani, su iniziativa del vescovo, vi sono responsabili laici e non solo presbiteri. In riferimento ai giovani accogliamo una provocazione: occorrerebbe chiedere ai giovani degli oratori quali siano secondo loro le luci e le ombre della nostra Diocesi! Vi è difficoltà nella trasmissione della fede ai giovani senza dubbio, ma a volte usiamo “un vocabolario antico nel parlare di fede. Occorre evangelizzare a partire da Gesù come persona, non dai comandamenti, ma parlando della libertà che dà il Vangelo da tutti i condizionamenti del mondo, della felicità profonda, del bisogno di conoscere se stessi in profondità”. Incontro anche queste considerazioni: “I giovani hanno bisogno di fare esperienze significative e incontrare testimoni entusiasti. E invece negli ambienti ecclesiali talvolta regna la tristezza. A mandare in bestia i giovani è la mancanza di risposte argomentate alle loro domande. Non vogliono soluzioni preconfezionate, bensì qualcuno che mostri che crede a quanto annuncia e che lo viva”.

Luci, ombre e, forse, – aggiungo – zone d’ombra. Intendo riferirmi, con una considerazione personale, ad alcuni temi sui quali nulla compare nelle risposte ricevute. Ne indico tre:

  • Vocazioni,
  • Seminario,
  • Vita, presenza e attività dei Religiosi e delle Religiose.

Segnalo il silenzio su tali argomenti, è un silenzio che mi colpisce. E’ vero che nelle risposte non si poteva parlare di tutto e di tutti, ma …?

Propongo una rapida riflessione intorno al convegno di Firenze. Leggo in un intervento: “Il Convegno richiama un nuovo umanesimo e questo implica una riflessione antropologica. E’ difficile confrontarsi col mondo laico a partire già solo dal linguaggio. La parola “persona”, che per i cristiani ha un certo significato, può per altri significare qualcos’altro. Sono necessarie sì parole nuove, ma occorre anche riscoprire le parole vecchie”. E sul tema “cultura e Chiesa, vi segnalo un testo specifico, che per il suo taglio non ha trovato posto nel mio intervento. E’ il testo trasmessomi da Anna Maria Golfieri, raccolto, con tutto il materiale, nel dossier che consegno alla Segreteria perché sia messo a disposizione di tutti.

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Concludendo, considero di non aver elencato luci e ombre perché questa sera si trovino immediate soluzioni. Credo soltanto che quanto ho raccolto e presentato possa essere un aiuto a camminare insieme. Lo sarà nella misura in cui ciascuno si confronta convinto che nessuno, e nessuna comunità e gruppo, sono senza ombre e che ognuno ha qualcosa da imparare dall’altro. Mi si consenta un detto: “Nessuno è così povero da non avere nulla da dare, nessuno è così ricco da non avere bisogno di ricevere qualcosa”.

 

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