Nel racconto di Ives Coassolo l’esperienza di un fedele tra tanti in fila per porgere l’estremo saluto a Benedetto XVI e dire grazie a un papa capace di scelte non sempre popolari.

Scendo a Roma per riposare un po’. E mi ritrovo ad andare a un ennesimo funerale. Ma questa volta si tratta del papa emerito Benedetto XVI.

Il 4 gennaio è l’ultimo giorno in cui è esposto al pubblico per dargli l’ultimo omaggio. Sono le quattro del pomeriggio e temo di non riuscire a entrare in Basilica tanta è la folla che ancora spinge per entrare. Oltre ai normali controlli con il metal detector, per entrare in Basilica si passa attraverso un’ulteriore perquisizione previa. Che mi costa un accendino che avevo dimenticato in tasca. Dopo il primo controllo si scivola via velocemente verso la parte destra della Basilica da dove abitualmente si entra in San Pietro. Poi finalmente inizia la coda vera e propria.

 

Ci sono famiglie, coppie di giovani, gruppi di anziani, tantissimi stranieri. Molti bambini che scompaiono tra le gambe dei genitori. Una folla molto stretta ma non pigiata. Una folla educata. L’attesa è paziente, si avanza a piccoli passi come se si conquistasse un gradino per volta. Non capisco tutte le lingue ma capisco che ci sono molti curiosi e molti che desiderano semplicemente visitare la Basilica. Avranno una delusione perché dentro la coda è incanalata in un percorso prestabilito: si percorre tutta la basilica al centro della navata principale. Fino ad arrivare al feretro di Benedetto XVI che riposa attorniato da due Guardie Svizzere.

Arrivati davanti al feretro pochi resistono alla tentazione di fare una foto; una foresta di cellulari si alza in qualche modo e quella foresta saluta il papa emerito. Non ci sono emozioni forti. Un senso di pace e di gratitudine verso un nonno che ci ha accompagnati nel cammino di Fede.

Tanto si è detto di lui in questi giorni. E molto è frutto di interpretazioni e visioni del mondo molto personali. Da che mondo è mondo ognuno tira l’acqua al suo mulino, in fondo.

A me semplicemente viene da dire grazie.

Grazie per l’apertura ecumenica verso l’Islam.

Grazie per aver continuato le giornate mondiali della gioventù.

Grazie per aver messo mano alla piaga degli abusi nella chiesa.

E, anche se all’epoca non avevo capito il gesto e l’avevo sentito come un tradimento, adesso capisco e ringrazio per il coraggio di dire “basta, non ce la faccio”. E lo Spirito ci ha regalato papa Francesco. Il quale con il suo stile ha continuato l’opera iniziata dai suoi predecessori.

Grazie papa Benedetto anche per essere stato sempre te stesso, senza grande mediaticità.

Te ne sei andato così in semplicità. Ma la folla che è venuta a dirti “a Dio” dimostra quanto soffi lo spirito nel popolo di Dio.

Finalmente esco dalla basilica. E mentre scendo le scale mi fermo a guardare il cambio della guardia delle Guardie Svizzere. Penso che ormai non si può più dire “morto un Papa, se ne fa un altro”. E penso anche che cambiano le guardie ma la divisa è la medesima: la missione della Chiesa è sempre la stessa. Esattamente come i due papi che si avvicendano. L’unica novità è che domani per la prima volta sarà un papa a celebrare il funerale del suo predecessore.

Ives Coassolo