2 novembre 2015

All’indomani della conclusione del Sinodo, prima di rientrare in Africa, ha fatto  tappa a Pinerolo. Si chiama Philibert Tembo Nlandu e dal 2009 è vescovo della diocesi di Budjala, nel Nord-Ovest della Repubblica Democratica del Congo. Un milione e duecentomila abitanti di cui circa la metà sono cattolici. Un vescovo giovane (classe 1962) che ha vissuto con entusiasmo l’assise romana. Lo abbiamo incontrato in vescovado, insieme a don Theobald Bondima che da alcuni anni presta il suo servizio pastorale nelle diocesi di Torino e Pinerolo.

Quale contributo specifico ha portato la chiesa Africa a questo sinodo sulla famiglia?

Il sinodo è un cammino insieme, un percorso che fa incontrare chiese con storie ed esperienze molto diverse tra loro. L’Europa ha i suoi problemi. In Africa ce ne sono altri: la povertà, la precarietà della vita, l’emigrazione, i conflitti, e l’islamizzazione anche violenta. Basti pensare a Boko Haram che non è ancora presente nel nostro paese ma agisce negli stati confinanti.

Il sinodo straordinario dello scorso anno si era focalizzato principalmente su due problemi: i divorziati risposati e gli omosessuali, che sono problemi prettamente occidentali e non africani.

Purtroppo negli ultimi tempi alcuni organismi internazionali cercano di imporre ai nostri governi i matrimoni omosessuali e l’educazione “gender” attraverso una sorta di ricatto. A chi rifiuta vengono negati aiuti e contributi economici.

Al di là dei problemi, però, come africani e come chiese cattoliche, abbiamo portato i nostri valori.

Quali sono?

Nei secoli passati gli europei sono venuti ad evangelizzarci. Noi abbiamo accolto il Vangelo e ora vogliamo portare alla chiesa universale i nostri valori che sono la solidarietà e il senso comunitario. Quando si parla di famiglia noi parliamo di una “grande” famiglia. Non solo la famiglia nucleare composta da genitori e figli, ma la famiglia di lui, la famiglia di lei, i nonni, i nipoti, i pronipoti. Questa è la famiglia africana. Una famiglia che non abbandona gli anziani e non li esclude. Si sta tutti insieme. Sempre.

C’è chi dice che i vescovi africani (in tutto erano 52) hanno bloccato la possibilità di trovare soluzioni per le coppie di divorziati risposati.

Non è così. Gli africani si sono espressi secondo la loro cultura e i loro valori. Anche da noi, pur in numero molto limitato, ci sono famiglie irregolari ma non sono il problema numero uno. Anche perché sono inserite nella chiesa e nella pastorale. Nessuno è escluso. Il problema non è trovare il modo di dar loro la comunione ma di integrarli nella comunità. E noi già lo facciamo normalmente. Il vero problema piuttosto è quello di ravvivare la fede dove non c’è più.

Quali le vere novità del sinodo?

Rispetto a quello straordinario, questo sinodo ha visto la famiglia in positivo, proponendola come elemento centrale della società e della chiesa. Non più solo destinataria ma soggetto attivo della pastorale e dell’evangelizzazione. È stata superata la visione esclusivamente problematica. L’instrumentum laboris era articolato in tre parti: le sfide, la vocazione e la missione. L’attenzione si era focalizzata in modo eccessivo sulle sfide viste come criticità. Il sinodo ha superato questa visione mettendo in evidenza le risorse e l’immagine di una famiglia che vive l’ideale del Vangelo.

C’è poi un’altra novità a livello ecclesiale: papa Francesco ha insistito molto sulla sinodalità nella vita della chiesa che deve essere più decentralizzata con maggiori responsabilità alle conferenze episcopali e ai vescovi. Mi è molto piaciuta l’immagine della piramide rovesciata dove i pastori stanno in basso e sono coloro che servono.

 

P.R.

P1380211