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Chiesa  

Il Centro Africa di monsignor Perin

Il Centro Africa di monsignor Perin

12 gennaio 2015

Perosa Argentina. Il Vescovo di di M’baïki in Italia in occasione della professione perpetua della nipote Laura. «Non si tratta di guerra di religione come talvolta si sente dire qui. Non esiste una lotta tra cristiani e musulmani»

Monsignor Guerrino Perin è tornato qualche giorno nella sua Perosa per un lieto evento famigliare. L’8 dicembre scorso, nella Chiesa parrocchiale di Perosa Argentina, sua nipote Laura Perin, ha fatto la professione perpetua tra le Missionarie Comboniane. Laura ha lavorato in Sud Sudan prima di ricevere i voti perpetui e ora è in attesa di conoscere la sua prossima destinazione.
Monsignor Rino ha anche avuto occasione di incontrare e salutare una suore della Visitazione di Pinerolo che è originaria proprio del Centro Africa. Il vescovo si è detto molto contento dell’evento che lo ha riportato per breve tempo in Italia «La professione perpetua è come il matrimonio», ha commentato.
La situazione nella Repubblica Centro Africana non è delle migliori. La guerra non è più generalizzata in tutto il paese ma localizzata verso il Nord-Est. Vi è la volontà da parte di una parte del paese a maggioranza musulmana di dividere il paese in questo modo: i musulmani tutti al nord come etnia sotto una unica religione, e al sud tutte le altre confessioni ed etnie. Abbiamo chiesto a Monsignor Perin di tracciare il quadro della situazione.
«Alcuni anni or sono in Centro Africa si era costituita la Seleka (che vuol dire alleanza) dei musulmani del paese che poi la Forza internazionale ha fatto sciogliere – spiega il vescovo – ora il paese è guidato politicamente da una avvocatessa, Madame Caterin. Ma è un governo di facciata. Ci sono forze più grandi che muovono le fila in quel paese. Basti pensare che i musulmani armati del nord non sono originari del Centro Africa ma vengono dall’esterno. Ovviamente, anche se noi non approviamo, le minoranze non musulmane reagiscono al clima di violenza imposta dal regime politico di stampo musulmano. Ma non si tratta di guerra di religione come talvolta si sente dire qui. Non esiste una lotta tra cristiani e musulmani. In prima battuta perché non tutti i non-musulmani sono cristiani. Ci sono diverse etnie e religioni Se costoro (anche i cristiani) reagiscono è una reazione a violenze che sono sempre più efferate: si parla di uomini uccisi e tagliati a pezzi, di persone bruciate vive, migliaia di case bruciate… si fa in fretta in Africa a distruggere una casa. Molti tra i non musulmani hanno avuto morti in famiglia. E ora non reggono più».
A cosa è dovuta questa situazione?
Non è il potere che queste forze cercano. C’è dietro un disegno più grande: le violenze attuali sono realizzate per il futuro. Si stanno scoprendo giacimenti di petrolio e di diamanti e ci sono forze che hanno interesse perché la situazione rimanga instabile per poter venire a sfruttare.
In tutto questo c’entra la nuova frontiera del radicalismo islamico, l’Isis?
Difficile dire che ci sia un rapporto diretto. Ma i miliziani islamici le armi non le raccolgono nel bosco. Alcuni paesi islamici finanziano sicuramente. C’è un disegno politico chiaro di appropriarsi delle ricchezze e di sottomettere la popolazione e islamizzare la gente. Ma la natura stessa dei centro-africani non è islamizzabile.
È possibile qualche forma di dialogo con questi militanti islamici?
C’è la possibilità di dialogo con le famiglie musulmane che abitano il territorio. Ma molte di queste sono a loro volta scappate a causa della guerra. Sono milizie esterne che vengono a fare guerra al paese. Con quelli che rimangono stiamo cercando di creare rapporti. La difficoltà sta nel fatto che da entrambe le parti ogni nucleo famigliare ha morti o danni alle spalle. Con conseguenti forti risentimenti reciproci.
Cosa possiamo fare noi europei, italiani e pinerolesi da qui?
Sicuramente l’aiuto economico concreto è sempre bene accetto: ci sono molti campi di rifugiati di cui occuparsi. Molti di coloro che vi trovano riparo sono così poveri che non vorrebbero più andare via. Andarsene? E andare dove? Nel campo per quando difficile la loro vita è paradossalmente migliore. Ma più di tutto abbiamo bisogno di preghiera. Perché in guerra non si ragiona. La violenza è cieca. È necessaria tanta preghiera per poter fare si che siano toccati i cuori e si aprano strade. Senza distinzione di religione.

Ives Coassolo

perin

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