Bologna, 4 agosto 1946, nella festa di san Domenico,  il cardinal Giovanni Battista Nasalli Rocca di Corneliano ordinava sacerdote il giovane 23enne, Luigi Bettazzi. Sono passati 75 anni e Bettazzi ne ha vissuti 58 da episcopo: 3 come ausiliare di Bologna col cardinal Lercaro, 32 come vescovo di Ivrea e per ora 22 come vescovo emerito. Ed è l’ultimo vescovo italiano ancora in vita ad aver partecipato al Concilio Vaticano II. Per celebrare i 75 anni dalla sua ordinazione sacerdotale ha voluto tornare nella basilica del compatrono di Bologna e celebrare proprio nel luogo – la cappella del Rosario – prospiciente all’Arca di San Domenico – dove ricevette la sacra ordinazione.

Hanno concelebrato con lui il cardinale Zuppi, monsignor Arrigo Miglio che è stato suo successore ad Ivrea ora emerito di Cagliari,  Roberto Farinella, vescovo di Biella e originario di Ivrea, il vescovo emerito di Pinerolo, Pier Giorgio Debernardi, che è stato vicario generale di Bettazzi a Ivrea, e altri sacerdoti eporediesi. Era presente al rito anche il sindaco di Bologna Virginio Merola.  Al termine della cerimonia monsignor Bettazzi ha  detto che la messa era di ringraziamento:  «al Signore per avermi chiamato, per avermi assistito, per avermi sempre perdonato di nuovo a ogni sbaglio che ho fatto».  Con una lettera al quotidiano Avvenire, monsignor Miglio ha voluto ricordare «l’altro Bettazzi. Altro rispetto al vescovo conosciuto soprattutto per l’immagine trasmessa dai media e legata ad alcuni suoi gesti e scritti, comprese numerose sue pubblicazioni, che hanno fatto cogliere soprattutto il personaggio pubblico, meno il pastore e l’uomo che, giunto in una regione a lui sconosciuta – il Piemonte –, vi si è incarnato con entusiasmo e continua a viverci con grande amore da oltre mezzo secolo».

Miglio ha svelato  che «quando il 15 gennaio del ’67 giunse il 43enne vescovo Luigi a sostituire monsignor Mensa, trasferito a Vercelli, fu subito chiaro che i ritmi sarebbero cambiati. Le prime auto del nuovo vescovo non ebbero vita lunga: la 500, la 600, la 850, nonostante la buona volontà dei meccanici. Continue le visite alle parrocchie, ma ciò che ha sempre colpito tutti è stata la sua vicinanza a tutti i preti ammalati e anziani (50 anni fa eravamo 300 preti) e la vicinanza a quanti vivevano in casa con loro, genitori e familiari. Abituati allo schema della visita del vescovo ogni 5 anni, quando un parroco della Valchiusella disse al vecchio padre ammalato che era venuto il vescovo per salutarlo, la reazione fu: “Diavolo! Non è possibile”, ovviamente in dialetto stretto, e la risposta del Vescovo fu: «Tranquillo, non sono il diavolo», anche questa in dialetto, un po’ meno stretto. Questo ritmo durò per tutti i 32 anni, nonostante gli impegni di Pax Cristi nazionale e internazionale». L’emerito di Cagliari ha concluso il suo ricordo rimarcando: «Ciò che mi preme dire è che sempre abbiamo ricevuto una testimonianza al tempo stesso di grande “parresìa” e di fedeltà piena alla Chiesa e a Pietro. Il rapporto sviluppatosi con san Giovanni Paolo II ne è buona testimonianza. E se una cosa mi ha fatto talvolta soffrire in ambiente ecclesiastico è stata propria l’ombra del sospetto da parte di chi non lo conosceva bene, forse a motivo dei luoghi comuni o forse perché talora si ritiene più virtuoso il silenzio accomodante rispetto al confronto leale, anche se critico».

Chiara Genisio – Agensir