6 Giugno 2012
Assemblea diocesana: non possiamo fermarci qui!
Le conclusioni del Vescovo L’assemblea diocesana non si conclude. Il tema scelto “Se non avessi la carità …”(1Cor 13,1) ci obbliga a tenerla sempre aperta sia come “osservatorio” per individuare le povertà presenti nel nostro territorio e nel mondo sia come stimolo per essere testimoni credibili e tempestivi del Vangelo della carità. C’è bisogno di una formazione permanente alla vita buona del Vangelo che è il comandamento dell’amore.
Innanzitutto va riconosciuto, accresciuto e apprezzato quanto già si fa nella nostra città e diocesi. Penso alle tante opere di carità e solidarietà che si sono sviluppate ieri, e proseguono nell’oggi. Sì, la nostra diocesi ha una storia ricca di carità. Dobbiamo conoscerla perché ne siamo gli eredi e, poi, continuarla. Non esemplifico questa storia: è troppo ricca!
La vera storia della Chiesa è quella della carità. Molte volte la si scrive partendo da persone che hanno avuto compiti gerarchici (Papi e Vescovi) oppure da Istituzioni di governo. C’è anche una storia fatta di piccoli e grandi gesti, di istituzioni locali, nazionali e internazionali che hanno fatto della carità e della solidarietà lo scopo del loro agire.
È uscito in questi giorni un libro edito da Jaca Book dal titolo Dai loro frutti li riconoscerete (pp. 320) di Juan Maria Laboa, ordinario di Storia della Chiesa presso l’Università di Madrid. È la vita della Chiesa letta con la lente del comandamento dell’amore. Anche noi potremmo scrivere quella della nostra diocesi sotto questa angolatura.
“L’amore preferenziale” per i poveri è compito di tutta la comunità. Nessun Ufficio pastorale deve trascurare – nell’elaborazione dei suoi progetti, iniziative e programmi – quest’attenzione ai poveri e agli ultimi. Così pure nessuna espressione della vita pastorale di una parrocchia deve dimenticare chi è ultimo, fragile e ferito nella comunità. Occorre però lavorare insieme, confrontarsi, fare sinergia per realizzare progetti che siano il più possibile vere risposte a problemi reali. Sinergia con la Chiesa Valdese e Ortodossa e con le Istituzioni civili. Non bisogna, poi, dimenticare che prima ancora del “fare” c’è l’educare, cioè il motivare le persone, offrire loro ideali perché l’agire non sia sporadico, ma diventi costante e robusto, tale da superare difficolta, delusione e contrarietà.
Dobbiamo gioire ed esprimere gratitudine per tanto volontariato presente sia in ambito civile che ecclesiale. Certamente il volontariato va incoraggiato e sostenuto. Ai giovani, soprattutto nelle nostre parrocchie, vanno offerte occasioni per fare esercizi di gratuità e di servizio. Solo così essi imparano che la bellezza della vita consiste nel donarsi; solo perdendosi si ritrovano pienamente realizzati.
So, ad esempio, che in preparazione alla Cresima molti ragazzi fanno esperienza di volontariato presso Enti e Associazioni che operano nei Paesi poveri. Questo è molto positivo.
Dobbiamo essere una diocesi (e una diocesi è formata da tante parrocchie) dove i poveri “contano”. Un documento della Caritas Italiana del 1999 ha queste impegnative affermazioni: “Solo una Chiesa che impara dai poveri ad essere povera saprà ricollocare l’annuncio di Cristo al centro, come sua vera e unica ricchezza. Lo slancio evangelico e missionario ha bisogno di libertà e semplicità. Una comunità che non si mette in discussione sulla povertà non sarà mai evangelizzante, capace di mettersi in cammino, di mostrare il volto misericordioso del Padre, le sembianze trasfigurate del Figlio, la spinta vitale dello Spirito” (Da questo vi riconosceranno, n. 26). Come tradurre queste parole nella vita ordinaria delle nostre comunità?
Insisto perché nelle parrocchie o nelle zone venga realizzata la “Caritas” (parrocchiale o zonale). Insisto. Non è solo un invito.
La “Caritas” ci educa, ci fa aprire gli occhi, ci spinge a porre segni di prossimità là dove è maggiore il bisogno e dove molti si disinteressano. Il suo compito può essere riassunto in questi verbi: educare alla testimonianza comunitaria della carità; sensibilizzare, animare e formare; conoscere le povertà; coordinare e collaborare.
Devo essere grato a quanto realizza la nostra Caritas sia nella formazione sia nella concretezza dei gesti di solidarietà. Mi riferisco in modo particolare alle iniziative per gli immigrati e per la casa come bene indispensabile per ogni famiglia.
Occorre far crescere nelle nostre parrocchie una mentalità solidale e accogliente. L’amore del prossimo è fondante il nostro essere cristiani. L’omelia, il catechismo gli incontri formativi sono occasioni, momenti preziosi per leggere e commentare il Vangelo con gli occhi dei poveri, che sono gli occhi di Dio.
L’Ufficio liturgico e catechistico devono lavorare insieme. Hanno una grande responsabilità perché attraverso l’annuncio, l’omelia, il catechismo si forma una mentalità di fede e si plasma l’agire umano e cristiano.
Quanto è importante educarci all’ospitalità! Sottolineo ancora il problema della casa. Molte famiglie non sono nelle condizioni di pagare un affitto; oppure, a volte, c’è l’urgenza di ospitalità per breve durata per risolvere una emergenza. A questo riguardo è da incoraggiare il lavoro che la Caritas sta facendo con l’Ente pubblico per dare garanzie perché gli alloggi sfitti possano essere utilizzati.
Nell’esame di coscienza circa la nostra attenzione ai poveri, ognuno parta da se stesso, dalla propria famiglia e dalla propria parrocchia.
In genere è facile dire: la diocesi non fa… quella parrocchia si disinteressa… Cominciamo a chiederci: quanto del mio bilancio metto per i poveri? Solo se sono capace di dare dei tagli alle mie spese personali e familiari (e lo dimostro!) posso chiedere agli altri di fare altrettanto. Certo, la diocesi e le parrocchie devono dare l’esempio. Nei bilanci ci deve essere sempre la voce “solidarietà” e “carità”. Non dobbiamo ribaltare tutto sulle Istituzioni civili. Insieme, si deve cercare di dare risposte adeguate e precise.
Domandiamoci con sincerità: “Quanto vale la vita di un uomo?” Solo se ci accorgiamo delle povertà, delle miserie, delle privazioni, delle ferite che tanti uomini e donne portano sulla loro pelle siano in grado di misurare il valore della vita di un uomo. È importante, a volte, unire la compassione ad una giusta indignazione verso il male di cui siamo spettatori nella nostra società. Indignarsi non vuole dire mettersi contro qualcuno, né puntare il dito verso qualcuno o verso qualche istituzione. Significa farsi carico delle ferite di chi ci vive accanto: “Il sangue di tuo fratello grida verso di me”(l’uccisione di Abele).
Vi invito ad essere particolarmente vicini a tutti gli operai/e che lottano per la difesa del posto di lavoro (oppure che l’hanno perso). Penso in particolare ai lavoratori della New Co. Cot., della Indesit e di altre Aziende del territorio. Senza lavoro non c’è speranza e non c’è futuro.
Qassemblea in autunno sarà nuovamente convocata e riprenderà il cammino attraverso periodici appuntamenti per continuare a progettare e a fare verifiche.
Un augurio.
Noi rendiamo bella la nostra città e i nostri paesi se il vivere diventa più umano. Non se aumentiamo la ricchezza, ma la capacità di amare. Soprattutto se nessuno si sottrae ad un impegno sociale di qualsiasi natura secondo le proprie possibilità e attitudini. Termino con queste parole di Giorgio La Pira, l’esemplare sindaco di Firenze, amico dei poveri: “La pace, l’amicizia e la cristiana fraternità fioriscano in questa città come fiorisce l’ulivo a primavera!”

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