Le serpent qui danse

 

Subito una premessa. Nel dualismo sull’enorme intrico, nessuno sa quanto risolvibile o almeno gestibile, dei flussi migratori, fiumane in movimento che appaiono inarrestabili, non mi riconosco nel polo mondialista. Quanto piuttosto nel polo opposto, lo si chiami come si vuole, che non mette in discussione la pluralità di popoli e culture e non apprezza un mondo di «tutti i gatti fatti bigi». Detto questo, l’onda lunga e potente di stranieri migranti che sbarcano in Italia più che altrove nel pianeta, è un fatto. Così, guardando senza preconcetti agli immigrati che mi stanno attorno e si inseriscono nello spazio del convivere europeo e occidentale, colgo anche aspetti interessanti e suggestivi. Guardo le donne arabe, africane che indossano il hijab (il velo musulmano), simbolo ed emblema di questa mutazione demografica. Devo dire – succede agli attempati e non so se si può scrivere su un foglio diocesano, – che guardo in particolare le giovani, carine, dotate di sex appeal. Anche perché, vado a spiegare, facilitano una riflessione attenta. Una seconda premessa. Non mi pare che una migliore convivenza di diversi si realizzi frullando insieme le loro religioni. Chi ha conoscenza non superficiale della storia europea sa che l’incontro-confronto arabo-europeo – fosse scambio commerciale, come per Venezia o occupazione araba come per Sicilia e Spagna – ha fornito esiti di civiltà eccelsi: di architettura, arte decorativa ed applicata, arredi urbani, tecniche irrigue e agricole, modelli di costume. Ma cristianesimo e islam non sono di certo assimilabili, restano ostili, divisivi. Non è sugli ecumenismi che si costruisce una cittadinanza di genti “diverse”. Forme culturali altre dalla religione invece potrebbero forse dare luogo nel lungo a raffronti proficui, a un qualche arricchimento vicendevole: un principio-speranza che costa nulla. Le donne velate, si diceva. Il foulard che copre il capo, i capelli, il collo non è stato sempre musulmano. Secondo Bruno N. Aboudrar, docente di Estetica dell’Università di Parigi – Sorbona, il costume islamico del velo come “sottomissione a Dio” è “invenzione cristiana”, ripresa da Paolo (1^ lettera ai Corinzi).

 

Fedeltà alla terra

Un divario abissale separa oggi la condizione di genere delle donne arabe e africane sottomessa al maschio per via delle dogmatiche dell’islam da quella emancipata delle occidentali. Quanto a me, europeo che, seppur distante dalle fedi, laico come oggi sono, «non posso non dirmi cristiano», sono lontano anni-luce dall’islam. Nondimeno mi pare certo (con Nietzsche) che «la chimica delle idee, dei sentimenti» attiene molto più alla terrestrità, alla naturalità biologica che alla metafisica delle religioni. E che comunque l’islam molto più del cristianesimo è “fedele alla terra”, più pronto a “dire sì alla vita”. Guardo le donne velate, le coppie musulmane in strada, nei supermarket, nei bar qui nella piccola città di Pinerolo, dove è più facile osservare le fisionomie, gli atteggiamenti dei concittadini immigrati. E, alieno come sono da ideologie mondialiste, dogmatismi migrazionisti, buonismi d’accatto, mi pare di vedere in questi straniere e stranieri un qualcosa di più di joie de vivre – detto con le parole di un francese pittore di odalische, Matisse – un qualcosa di più di naturalità accordata dell’amore di coppia, a parte che fanno più figli, che da noi non si fanno quasi più. E forse un qualcosa di meno di male di vivere post-moderno, nonostante le difficoltà di inserimento da noi. Merita dar ragione al prof. Aboudrar. Il hijab, il velo non è nato con il significato religioso che da molte parti ha oggi nella variegata galassia islamica, non rimarcava un tempo fondamentalismi islamici, bigottismi, sopraffazione della donna. È allorché si afferma la cultura dell’harem che si impone alle donne il velo a coprire il volto o il corpo intero. Oggi vestire il velo è per la donna un simbolo di identità musulmana, una risposta identitaria talora rimarcata vivendo un ambiente che non è il nativo di prima, non importa qui notare se per scelta personale o imposta. Ma non è solo questo. Il velo è anche vestigio del gioco erotico seduttivo di un’antica tradizione culturale, dove il corpo della donna si nasconde e si dis-vela. Mi ha suggerito questo articolo l’incrocio in strada con una bella coppia di giovani innamorati. Folgorante di splendore lei, alta slanciata indossava il Jilbab, il caftano lungo fasciante ricamato. Mi ha richiamato una celebre poesia di Baudelare, scritta per l’amata haitiana-africana Jeanne Duval: «Quando cammini con quella tua cadenza, bella d’abbandono, fai pensare a un serpente che danza in cima ad un bastone». Mi pare di notare ancora un “sì alla vita” in buona parte di questi stranieri “diversi”. Un sì “fedele alla terra” che il nostro Occidente ha rimosso correndo senza freni una corsa idealistica verso l’Avvenire e un mito fasullo di Libertà e Felicità che lo ha portato alle “rovine del Bene platonico”(Gilles Deleuze). Infedele alla terra e alla natura, colpevolizzando l’eros la cultura occidentale ha, per reazione, “inventato la pornografia”, una cosa solo nostra, che non c’è in altre culture del mondo.

 

La rimozione del realismo

Ci ha messo duemila anni la Chiesa cristiana per scoprire ora, dopo averlo da subito e sempre colpevolizzato, che, almeno per i credenti, «il sesso è un dono di Dio». L’antica “sapienza greca” pre-socratica e platonica e tutte le culture asiatiche, nella loro concezione circolare del tempo ritmato sui cicli della natura, lo sapevano da sempre. Forse anche per questa rimozione del realismo, della terrestrità della condizione umana l’Occidente è andato alla deriva e nella competizione contro i popoli che sono usciti o chiedono di uscire dal circuito del sottosviluppo e della povertà sta, così pare, perdendo la partita.

 

Sergio Turtulici