Un tifone con venti a 200 chilometri orari, la quantità di pioggia che cade normalmente in un anno si abbatte sui villaggi in meno di cinque giorni. Devastazione. Molte le vittime. Questo è lo scenario della maxi emergenza verificatasi in Mozambico alla fine dello scorso marzo.
In un contesto di aiuti internazionali, i volontari di Protezione Civile della regione Piemonte hanno operato in soccorso della popolazione dell’area di Beira, attivando il modulo EMT2, un ospedale da campo con sale chirurgiche.
Abbiamo incontrato una Volontaria del Coordinamento di Torino, che ci ha coinvolti con il suo racconto appassionato.
Sara Angaramo ha trascorso 21 giorni nell’ospedale da campo di Beira, come operativa in cucina. Le sue parole sono semplici, ma sono soprattutto il suo stile, la sua voce, il suo sorriso, a renderle travolgenti.
La prima cosa che ha fatto quando le hanno comunicato la partenza è stata rasarsi i capelli. Sapeva che ci sarebbe stato da adattarsi: solo acqua fredda, una brandina sotto una tenda e i piedi nella sabbia. Lei è tosta e pratica, i belletti non li ha previsti nella sua valigia. Un buon esempio per molti.
Sara ci restituisce la più classica e quasi retorica immagine dei bambini d’Africa: «sono tanti, giocano all’aperto, non hanno quasi niente ma sono felici e sorridono sempre». La popolazione mozambicana è sostanzialmente impiegata come forza lavoro, che siano miniere o piccoli negozi, i capitani d’azienda sono quasi sempre stranieri. I locali sono gentili, si danno da fare, e vivono con modalità a noi quasi sconosciute, in termini di lentezza. «È un mondo diverso…», ci dice Sara. E sorride.

Storie di bambini
Sara racconta che nel team internazionale ci sono medici ancora giovani, che girano il mondo seguendo le maxi emergenze. Si mettono a disposizione umanamente in modo completo, spesso faticano a fermarsi.
Uno di loro, tedesco, ha ritrovato e condotto all’ospedale da campo una donna con la sua bambina di cinque mesi, rimaste su un albero per alcuni giorni durante l’alluvione generata dal tifone. Sono state curate e protette. Si è poi scoperto che la bambina soffre di due malformazioni cardiache. Inutile dire che tutti si sono attivati cercando di offrire cure mediche specialistiche alla bambina e assistenza alla sua famiglia, già gravata da uno stato di significativa povertà e disagio.
C’è un’altra storia che colpisce, tra le tante, e ancora una volta riguarda una bambina. Ha quattro anni, è stata morsa da un cobra. Nel suo villaggio è usanza portare i malati dallo stregone, non all’ospedale. Intercettata non si sa come, arriva all’ospedale da campo. Si cerca di fare il possibile per salvarle la vita, e questo costerà l’amputazione della gambina. Guido, uno degli idraulici, prova a modificare una stampella da adulto per fare un appoggio per piccoli. Forse si riuscirà a far avere alla bimba una protesi dall’Europa. C’è umanità in tutto questo, i Volontari restano sempre coinvolti emotivamente, e questo è, se così si può dire, un valore aggiunto alle azioni pratiche di aiuto, che diventa valore di reciprocità.

Mario e Italia
Beira si trova di fronte all’oceano indiano, vicino c’è l’isola del Madagascar. È una città di 450 mila abitanti, ma è circondata da villaggi, spesso senza nemmeno l’elettricità, ed è impossibile stimare quante persone non vengano registrate alla nascita. Per questo non diremo quante sono state le vittime del tifone, perché davvero nessuno lo sa. C’è il mare che si porta via i corpi, ci sono gli alligatori… Quando i cadaveri diventano tanti non si va per il sottile. Si rimuovono in fretta per evitare drammatici inneschi di epidemie.
Il dato di speranza viene dalle nascite: sono nati diversi bambini da giovanissime madri all’ospedale da campo, i primi, gemelli, sono stati chiamati Italia e Mario, in onore del nostro paese e del medico italiano che li ha portati al mondo, Mario Raviolo, Responsabile Sanitario della missione.

Volontari col cuore in mano
Sara ci racconta che prima di ripartire, insieme ad altri volontari, si è deciso di portare l’ultima scorta di omogeneizzati in ortopedia. C’erano anche i grissini piemontesi nelle confezioni monodose: «che si fa? sono solo grissini… Ma sì, portiamoli». E ci racconta dello stupore nel vedere tante mani tese a riceverli, e ringraziamenti che commuovono. Piccoli gesti che generano comunione.
Il bello dei Volontari è la condivisione, se si esclude il colore delle magliette, non esistono differenze tra sanitari e operatori DPC. È un gruppo unito.
Naturalmente sono giunti da tutte le istituzioni, a partire dall’ex Presidente della Regione Sergio Chiamparino, i ringraziamenti ed i complimenti per l’ottima prestazione in emergenza. Roberto Bertone, Presidente del Coordinamento Regionale: «Grazie a tutti i volontari, onore a chi ha rappresentato l’Italia e la Regione Piemonte nel Mondo».
«Un viaggio pratico ed emotivo pieno di riscontri positivi – conclude Sara – soprattutto per il rapporto con i compagni d’avventura, europei e locali. Ho un po’ fatto loro da mamma, siamo diventati amici e ci siamo sostenuti a vicenda. Mi sono sentita utile, mi sono sentita a casa. Sono esperienze faticose, ma umanamente molto gratificanti, i giovani dovrebbero viverle».

Marinella Zardi