Come campano i Paesi? Da dove attingono la ricchezza consumata? Il conto economico aggregato, nella sua formulazione semplificata, ci dice che la spesa pubblica è prevalentemente sostenuta con il Prodotto interno lordo e l’indebitamento. A queste entrate, di primo livello, devono essere aggiunte altre voci, fra le quali spiccano il debito privato, l’utilizzo delle risorse accumulate, gli investimenti esteri e il rientro di capitali. L’indagine sulle fonti finanziarie che alimentano i consumi, rende evidente come il ciclo produzione-impiego delle disponibilità possa concludersi all’interno dei confini, oppure valicarli.

Analizziamo le due gambe dei conti pubblici italiani, iniziando dal PIL. È impossibile non rilevare come l’incremento della ricchezza lorda prodotta ogni anno permanga modesto, nonostante i molteplici punti di forza dell’apparato produttivo. Possiamo tra l’altro citare la qualità della valuta, la fama e l’apprezzamento delle nostre nicchie, la buona capacità realizzativa, il consolidamento di interessanti sbocchi export (persistenza e quantità dei flussi), le competenze tecniche del sistema (maturate e riconosciute) e la rispondenza della ricerca. Tutti fattori competitivi che ci assicurano una discreta resistenza ai traumi esogeni.

Quale potrà essere l’impatto del ciclone corona virus sui conti pubblici? Per un Paese con un rapporto debito/PIL molto elevato e un avanzo primario inquinato da inefficienze? Non è il caso di soffermarci sulla spesa comune, sullo spreco di risorse e sugli squilibri che penalizzano gli investimenti produttivi, il comparto dei servizi e la distribuzione della ricchezza.

Posto che, nonostante il sostegno dell’EURO e della BCE, uno svilimento del merito creditizio (ufficiale o percepito) amplierebbe le risorse da destinare al servizio del debito, dobbiamo considerare gli ulteriori prestiti a cui attingere per rimarginare le ferite del covid19, rivedere il sistema sanitario, elargire aiuti e sostegni (popolazione e apparato produttivo) e ricostruire l’economia nazionale. Pur ritenendo acquisito un consistente contributo europeo (acquisto di titoli da parte della BCE, fornitura di finanza quasi gratuita a medio-lungo termine, rilascio di capitali a bilancio con destinazione obbligata, emissione di debito comune e successiva assegnazione ai Paesi in difficoltà) il nostro rapporto debito/PIL potrebbe salire ben oltre il 150%.

Se anche spuntassimo dei tassi molto favorevoli, la spesa per interessi salirebbe a cifre difficilmente sostenibili dal PIL, nonostante la previsione di crescite future esaltate dalla ristrutturazione economica, dai nuovi investimenti, dall’innovazione tecnologica e, auspicabilmente, dall’aumento della produttività. Un bisogno, quest’ultimo, forse realizzabile, grazie ai pesanti interventi strutturali; ove si decida, però, di rifondare una parte non secondaria del tessuto produttivo, abbandonando i malati, reindirizzando i sani e incoraggiando gli organismi dotati delle migliori capacità di successo, nel nuovo scenario economico. Serviranno norme e idee chiare, in vista di una stagione destinata a definire altre valenze e altre abitudini. Serviranno politiche distributive diverse e lotte accanite agli sprechi, all’infedeltà fiscale e a tutti quegli atteggiamenti antisociali che inducono a trarre profitto dalle risorse pubbliche.

Sergio Martini