31 Marzo 2026
Pasqua a Gerusalemme: accordo tra Chiese e Israele
Dopo le condanne internazionali, le autorità israeliane hanno garantito le celebrazioni pasquali in streaming al Santo Sepolcro, pur con alcune restrizioni.
Dopo la bufera, l’accordo: il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa hanno raggiunto l’intesa con le autorità israeliane per assicurare le celebrazioni pasquali al Santo Sepolcro: le liturgie sono trasmesse in streaming e restano le restrizioni dovute al conflitto.
Per un paio giorni si è temuto il peggio. Al cardinale patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa e al custode di Terra Santa, il francescano padre Francesco Ielpo, le autorità israeliane hanno impedito l’accesso al Santo Sepolcro per celebrare la Messa della Domenica delle Palme: «È la prima volta da secoli ed è una misura grave e irragionevole, un allontanamento dai principi della libertà di culto e rispetto dello status quo».
È come dire che il fatto è paragonabile agli aspetti deteriori del dominio musulmano, che inizia nel 638 d.C. con il califfo Omar e che dura fino alla conquista ottomana nel 1517 e per tutto l’Impero Ottomano che esce sconfitto e smembrato nel 1917 dalla Grande Guerra. Patriarca e custode «ricoprono le più alte responsabilità ecclesiastiche per la Chiesa cattolica e i Luoghi Santi» e la decisione ebraica è «una misura palesemente irragionevole e gravemente sproporzionata, una decisione affrettata e fondamentalmente errata, viziata da considerazioni improprie, che rappresenta un grave allontanamento dai principi fondamentali di ragionevolezza, libertà di culto e rispetto dello status quo».
Pizzaballa e Ielpo sono stati fermati lungo il percorso, «mentre procedevano in forma privata e sono stati costretti a tornare indietro». Così «si ignora la sensibilità di miliardi di persone che, in questa settimana, guardano a Gerusalemme». In tempi guerreschi come gli attuali «i capi delle Chiese hanno sempre rispettato le prescrizioni delle autorità e le restrizioni imposte a causa del conflitto, agendo con piena responsabilità. Gli incontri pubblici sono stati annullati, la partecipazione è stata vietata e sono state prese disposizioni per trasmettere le celebrazioni a centinaia di milioni di fedeli. È profondo il rammarico dei cristiani in Terra Santa e nel mondo: è stata impedita la preghiera in uno dei giorni più sacri del calendario cristiano».
Il patriarcato aveva comunicato che non ci sarebbe stata la processione delle Palme ma un momento di preghiera per la pace nel santuario «Dominus flevit» sul Monte degli Ulivi. Sempre per il conflitto erano state cancellate la processione delle Palme e la Via Crucis de Venerdì Santo nella Città Vecchia: «Ma nessuna oscurità, nemmeno quella della guerra, può avere l’ultima parola».
La comunità cattolica nutriva la speranza che almeno al patriarca e al custode fosse consentito celebrare la Messa al chiuso del Santo Sepolcro. Il fatto rischia di avere conseguenze negative sul dialogo ebrei-cattolici. Lo si capisce anche dalla durissima nota della Conferenza episcopale italiana. Rammarico per quanto avvenuto e piena solidarietà alle comunità cristiane sono i sentimenti espressi dal cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei, che ha contattato telefonicamente Pizzaballa rinnovando la vicinanza: «A nome dei vescovi italiani manifesto lo sdegno per “una misura grave e irragionevole”, condividendo quanto dichiarato nel comunicato congiunto. Un fatto doloroso per i cristiani che, vivendo in quelle terre, rappresentano una testimonianza essenziale di speranza per tutti i popoli in contesti di divisione e conflitto. A tutti i cristiani di Terra Santa assicuriamo preghiera perché continuino a essere promotori di pace; auspichiamo che l’incidente sia chiarito immediatamente».
Zuppi rammenta le parole di Papa Leone all’Angelus delle Palme quando le limitazioni erano già note ma non lo erano i fatti riguardanti il patriarca e il custode: «I cristiani del Medio Oriente non possono vivere i riti della Settimana Santa e partecipano in modo reale alla sofferenza di Cristo. La loro prova interpella la coscienza di tutti. Eleviamo la supplica al “principe della pace” affinché sostenga i popoli feriti dalla guerra e apra cammini concreti di riconciliazione e pace. Mentre la Chiesa contempla il mistero della passione del Signore, non possiamo dimenticare quanti partecipano in modo reale alla sua sofferenza. La loro prova interpella tutti».
Molte le condanne dal mondo politico e istituzionale. Il ministero degli Esteri palestinese definisce la vicenda «un crimine che colpisce sia il mondo cristiano che quello islamico e richiede un intervento internazionale urgente». Il presidente francese Emmanuel Macron parla di «preoccupante aumento delle violazioni dello status dei Luoghi Santi». L’ambasciatore Usa in Israele parla di «ingerenza eccessiva» e rivela: il governo israeliano ha fissato un limite di 50 persone all’interno dei Luoghi Sacri; la mattina di domenica 29 marzo la delegazione del patriarca e del custode era di 4 persone «ben al di sotto del limite». Per il Portogallo il diniego «merita la più ferma condanna». Altrettanto ferme le prese di posizione da Roma: la presidente Giorgia Meloni esprime la vicinanza del governo; il ministro degli Esteri Antonio Tajani convoca l’ambasciatore di Israele.
Il presidente israeliano Isaac Herzog esprime «profondo dolore per lo spiacevole incidente» e telefona a Pizzaballa.
Le Chiese assicurano la trasmissione in diretta delle liturgie ed esprimono sincera gratitudine al presidente Herzog per l’intervento tempestivo e decisivo; sottolineano che «la fede religiosa rappresenta un valore umano supremo, condiviso da tutte le religioni: ebrei, cristiani, musulmani, drusi e altri. Soprattutto nei momenti di difficoltà e conflitto la tutela della libertà di culto è un dovere fondamentale»; auspicano che si concilino sicurezza e diritto alla pratica religiosa. La Chiesa mantiene un dialogo costante con le autorità, inclusa la polizia, e rinnova la preghiera per la fine della guerra che colpisce duramente l’intera regione. «Mettere fine alla stoltezza della guerra» chiede il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin: «La Pasqua è la festa della pace, la pace del Signore risorto e quindi è un’occasione particolare per rinnovare l’invito e mettere fine alla stoltezza della guerra».
Pier Giuseppe Accornero
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