17 marzo 2016

Alla vigilia del Consiglio europeo straordinario dei Capi di Stato e di governo, i media europei non hanno lesinato i titoli altisonanti: dall’Europa “al bivio” all’UE “sul bordo del baratro” fino a “Europa, ultima chiamata” e via seguitando.

Motivi di preoccupazione sono molti ed evidenti, dalla ripresa economica lenta e ancora fragile ai conflitti armati alle frontiere dell’UE fino alla pressione, presente e futura, esercitata sui Paesi europei dai flussi migratori, da alcuni anni di dimensioni insolite.

Quanto è bastato a provocare allarmi, in parte infondati se si guardano da vicino alcuni numeri sulla presenza di stranieri in Europa.

Gli ultimi dati di Eurostat, l’Ufficio statistico UE, raccontano di una presenza nell’UE di circa 20 milioni di cittadini di Paesi terzi, su una popolazione totale di 507 milioni di persone: una percentuale di circa il 4%. La loro distribuzione è ripartita, per quasi l’80%, tra la Germania (7 milioni), la Gran Bretagna (5), l’Italia (4,9), Spagna (4,7) e Francia (4,2). Per memoria, è bene non dimenticare che regioni del mondo, meno dotate di risorse finanziarie e umane come l’Africa subsahariana e il vicino Oriente, contano migranti in misura molto maggiore che non l’Europa: Turchia e Libano insieme ne ospitano oltre il doppio.

Se ne ricavano due considerazioni elementari: parlare di invasione è almeno sproporzionato, se non fuorviante e dimenticare la loro distribuzione non aiuta a capire la complessità del problema. Se a questo si aggiungono le emergenze provocate dalla “rotta balcanica” dei flussi, bloccati dalla chiusura delle frontiere austro-ungariche, e dalla ripresa degli sbarchi dal mare in Grecia, in provenienza dalla Turchia, e da quelli prevedibili in Italia, si ha un quadro della difficoltà a trovare una soluzione europea condivisa.

Ed è alla ricerca di questa soluzione condivisa che si sono applicati i Capi di stato e di governo riuniti a Bruxelles, dopo aver incontrato il primo ministro turco per definire un accordo che consenta di governare i flussi in provenienza dalla Turchia e allentare prima la pressione sulla Grecia e poi sul resto dell’UE, a cominciare dalla Germania e dall’Italia. Il vertice ha avuto un esito interlocutorio da definire nel prossimo Consiglio europeo del 17 marzo. Le richieste turche non sono leggere: un contributo di 6 miliardi di euro per trattenere i migranti in Turchia, ampliamento della concessione dei visti ai turchi nell’UE e accelerazione del negoziato di adesione.

Il vertice era stato preceduto da una proposta congiunta italo-tedesca che chiede all’UE una registrazione dei migranti a livello UE, il rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne, una profonda revisione dell’Accordo di Dublino per creare un “sistema di asilo comune europeo”, oltre che l’applicazione di quote annuali per la ripartizione dei migranti nei Paesi UE.

È facile riconoscere in queste proposte le linee difese da tempo dal governo italiano, su questo fronte in accordo con la Germania, la Grecia e la Commissione europea, in attesa che altri Paesi convergano e contrastino l’ostinata chiusura dei Paesi di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia).

Una traccia di questa posizione italiana è presente nel documento inviato il mese scorso alla Commissione europea dal governo italiano, dove si chiede all’UE di “affrontare le pressioni ai confini europei” per fronteggiare l’entità e la complessità del fenomeno migratorio, concludendo che “la portata della nuova politica di gestione condivisa delle frontiere esterne dell’UE richiede fonti finanziarie diverse e giustificherebbe il ricorso ad un meccanismo di finanziamento mutualizzato che potrebbe prevedere l’emissione di titoli comuni”.

Parole chiare e proposte praticabili per un’Europa capace di ritrovare la strada della solidarietà da cui è nata e grazie alla quale potrà continuare a vivere e prosperare.

Franco Chittolina

AGD

Europa